Confindustria insiste: riforme insufficienti

11/04/2002
La Stampa web




    la polemica
    Flavia Podestà
    (Del 11/4/2002 Sezione: Economia Pag. 9)
    DA DOMANI A PARMA LE ASSISE GENERALI DEGLI IMPRENDITORI
    Confindustria insiste: riforme insufficienti
    «L´Italia? Inefficiente e sempre ultima per competitività»

    NUOVO anno, nuovo giro; identica la sede – Parma – ma, si spera, non il tono perentorio: non lo consentono il clima politico sociale, e tanto meno gli interessi che, tra ventiquattr´ore, si vorrebbero tutelare. A dodici mesi esatti dalle Assise Generali che avevano fatto da sfondo alla presentazione, agli schieramenti politici impegnati nella campagna elettorale, del Manifesto degli industriali italiani – tanto vasto e prescrittivo da assomigliare a un programma di governo, per un governo di almeno un paio di legislature – Confindustria rilancia. E, domani, nella città di Maria Luigia (d´Austria, ovviamente: la moglie di Napoleone) – complice un poderoso lavoro redatto dal Centro Studi – darà il via ad una affollatissima due giorni di dibattito incentrato sulla competitività del sistema Italia e l´Europa come termine di paragone. Momento di analisi di dettaglio, dunque, ma anche di valutazioni sull´adeguatezza dell´azione di governo: e di pagelle, se è vero, come scrivono le agenzie all´indomani del briefing confindustriale, che le misure sinora varate dall´esecutivo sarebbero ritenute «largamente insufficienti». L´incipit sarà essenzialmente tecnico/analitico affidato com´è al Chief Economist della confederazione Giampaolo Galli che – zigzagando tra tabelle, diagrammi e istogrammi – affronterà il complesso nodo delle carenze competitive del BelPaese sotto le angolature della scienza, ricerca e innovazione, dell´occupazione ed imprese, delle regole per il mercato, delle istituzioni politiche. Il tema non è nuovo, visto che se ne parla da anni: ma sempre attuale perché il sistema Italia, in alcuni campi, ha scelto di muoversi con il passo del gambero. Nemmeno le tesi di Confindustria sono nuove, ancorché per molti versi condivisibili e, questa volta, abbondantemente argomentate. A Parma si dirà, per esempio, che le regole di mercato sono ancora un forte ostacolo alla competitività dell´impresa: «Rispetto alle proposte di riforma che emergono dai confronti effettuati con gli altri Paesi, le azioni messe in atto dal governo appaiono come passi iniziali probabilmente necessari, ma ancora largamente insufficienti». Non mancheranno, poi, le perplessità per il ritardo con cui le istituzioni politiche si adeguano in relazione al bisogno di competitività del Paese. «Il sistema Italia non solo continua a trovarsi tuttora in una fase di transizione – si legge nella sintesi presentata alla stampa – ma resta, soprattutto, condizionato da alcuni vizi di origine per cui le capacità decisionali sono deboli; il nuovo meccanismo elettorale non dà i risultati attesi; tempi e modi del processo legislativo sono troppo farraginosi; la giustizia civile non soddisfa le domande della società civile; la trasformazione dell´ordinamento statale in senso federalista presenta molte incognite, le autorità amministrative indipendenti non sono in grado di garantire da sole il funzionamento dei mercati». Confindustria cercherà di avvalorare le critiche con l´esposizione di un cahier de doléances infarcito di primati negativi. Che restano tali anche se l´Italia, nel 2001, non è stata più il fanalino di coda dell´Ue nella capacità di creare reddito, visto che il nostro Pil è cresciuto dell´1,8% contro una crescita media del Pil nell´Ue dell´1,6% e lo 0,9% degli Usa. Sul piano della competitività l´Italia, nel 2001, è piazzata al 24° posto da una ricerca del Wolrd Economic Forum, e al 32° da un´indagine dell´istituto svizzero Imd; in quanto ad efficienza della pubblica amministrazione scivola addirittura in 40° posizione mentre ha il primato per rapacità del fisco: la fiscalità sulle imprese da noi arriva al 4,1% del Pil contro l´1,6% della Germania, l´1,9% del Giappone, il 2,4% di Francia e Stati Uniti. Per D´Amato e compagni, infine, il nostro mercato del lavoro sarebbe «il peggiore d´Europa» in tema di rigidità – giudizio, peraltro, contraddetto da svariati suoi associati – e a quella condizione imputerebbe il più basso tasso di occupazione (siamo al 54% contro il 62% dell´Europa) e il ricorso massiccio all´automazione dei processi produttivi (più elevato che altrove). Peccato che – come già un anno fa – non vi sia un solo cenno (almeno nella sintesi distribuita) alle manchevolezze delle imprese: alla loro scarsa propensione ad investire in ricerca e sviluppo, al loro permanere in tanti settori a basso valore aggiunto, alla loro ossessione per il controllo che penalizza il ricorso al mercato dei capitali, per non parlare di certi privilegi per le ristrutturazioni. Tutti fattori che influiscono sull´occupazione, sebbene per Confindustria – lo ha confermato Stefano Parisi in un audizione alla Camera – conti solo l´articolo 18: su cui non sembrano gradite variazioni sul tema se è vero che il diretto di Confindustria, davanti alle proposte di ampliare a 25 addetti la non applicazione dell´articolo in questione, ha invitato «a lasciar decidere alle parti sociali». L´eccesso di manicheismo potrebbe togliere credibilità, purtroppo, al poderoso lavoro.