Confindustria cerca un presidente di livello internazionale

10/04/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
085, pag. 6 del 10/4/2003
Mario Unnia


Convegno di Torino.

Confindustria cerca un presidente di livello internazionale

Com’era prevedibile, il giro di boa della legislatura, che è coinciso con la vicenda bellica, ha riaperto i giochi tra le forze politiche e i corpi sociali. Grandi manovre a Milano. Il presidente di Confindustria s’è affacciato alla turbolenta assise dei Ds e ha lanciato due messaggi: tornate sulla via del riformismo e abbiate nuova fiducia nella concertazione, definita ´irrinunciabile’.

Sempre a Milano è stato siglato un protocollo d’intesa tra i tre sindacati e Assolombarda che auspica il ritorno alla concertazione e istituisce un tavolo, come usa dire, per ´una riflessione sugli sviluppi del contesto sociale, economico, occupazionale e delle relazioni sindacali’.

I delegati lombardi porteranno dunque al convegno biennale della piccola industria (Torino, 11 e 12 aprile, titolo ormai consueto ´Competitività e sviluppo’) questa prova di rito ambrosiano e di concretezza meneghina, contrapposta alle azioni di disturbo della politica romana, come ha sottolineato il presidente Perini (ma proprio il 12 i giovani imprenditori di Assolombarda terranno un convegno internazionale dal titolo ´Obiettivo Europa’: semplice coincidenza o disguido organizzativo?).

Intendiamoci: l’accordo di Milano e l’appello di D’Amato dicono molto e dicono poco, le riflessioni aiutano ma non risolvono se manca la volontà delle parti, e dunque è questa che fa la differenza.

La via della collaborazione tra parti sociali e tra queste e il governo è tutta in salita. I quattro negoziati avviati tempo fa languono prigionieri dei tempi lunghi romani.

Sulla criticità della debolezza competitiva del sistema industriale si converge, ma non si è d’accordo sul che fare; sul Mezzogiorno i tre sindacati lavorano alla stesura dell’ennesimo documento, mentre su ricerca, formazione e infrastrutture stentano a uscire ricette comuni da presentare al governo.

Come se le cose da fare non fossero sotto gli occhi di tutti… E intanto ci si avvia a un accordo separato tra Federmeccanica e due dei tre sindacati, mentre l’art. 18 innervosisce, la decontribuzione divide, la riforma delle pensioni, che il governo sembra intenzionato a varare, incombe. Scommettere sul dialogo, in questa situazione, richiede una buona dose di coraggio: ma è ben riposto?

C’è da domandarsi se la concertazione, posto che si attui, sia davvero utile e l’unità sindacale sia un reale vantaggio per le imprese e per due sindacati, Cisl e Uil.

Cominciamo dall’unità sindacale che, se attuata, determinerebbe di fatto un forte condizionamento dell’intero fronte del lavoro da parte della Cgil. Credo che questa prospettiva non piaccia a Pezzotta e ad Angeletti, e neppure piaccia a D’Amato proprio per la forte caratterizzazione politica della confederazione di Epifani che s’è espressa nella stagione del pacifismo piazzaiolo: c’è da ringraziare le altre due confederazioni che hanno evitato una deriva plebiscitaria dei lavoratori verso una sfacciata mobilitazione di parte.

Meglio dunque una sana competizione tra sindacati: si tratta di comprendere le novità del mondo del lavoro, di rispondere alle esigenze dei nuovi lavoratori, di catturarne il consenso; ebbene, chi dei tre sarà più capace avrà più successo e sarà più legittimato a rappresentarne gli interessi.

Quanto alla concertazione, alcuni anche autorevoli commentatori sostengono che è utile, anzi indispensabile, per recuperare capacità competitiva. Il punto è che la competizione per la maggior parte delle imprese si gioca almeno a livello europeo, per non dire globale, e a quel livello il vantaggio è dato dalla capacità adattativa del sistema, non dalla sua rigidità consolidata proprio dalle pratiche concertative. Le quali possono essere utili per gestire l’orticello nazionale, ma sono dei macigni sulla via del rilancio.

In questa congiuntura, il dissenso ideologico e politico di ispirazione cofferatiana che anima la Cgil suggerirebbe di tenere questa confederazione isolata, invece di coinvolgerla in procedure concertative, visto il suo estremismo inaffidabile.

Il convegno di Torino è una buona occasione per verificare se ci sarà davvero la riconversione della Confindustria alla filosofia concertativa dopo la svolta di Parma, e quali ne saranno le ragioni strategiche, oppure se l’argomento sarà solo un pretesto per manovre tattiche interne alla confederazione, o esterne verso il governo.

Questo dibattito contribuirà anche a definire l’identikit del nuovo presidente. Credo che la confederazione abbia bisogno d’essere guidata da un industriale ´di casa’ a livello internazionale (i nomi non mancano), che sia un’immagine inequivocabile della vocazione globale dell’industria italiana, un negoziatore ´duro’ del rilancio competitivo del sistema, una presenza costante al fianco dei nostri politici a Bruxelles e nelle capitali che contano.

E questo perché la stagione post-Saddam non sarà facile, prima la crisi e poi la ripresa accentueranno sia lo scontro, sia le collaborazioni tra paesi e tra imprese, pericoli e opportunità si presenteranno, e avranno successo coloro che sapranno cogliere l’avvio del nuovo ciclo.

Un presidente dunque che non faccia delle pratiche concertative il suo compito primario, ma le consideri per quel che sono, strumenti per tenere in ordine l’orticello di casa con i sindacalisti ragionevoli e con i ministri compiacenti: e pertanto le lasci a un vicepresidente diligente e volenteroso.

Mario Unnia