“ConfInd” Un brutto segnale (R.Gianola)

06/06/2006
    marted� 6 giugno 2006-06-06

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    Il commento

      Un brutto segnale

        Rinaldo Gianola

        Fischi, contestazioni, anche contestazioni violente fanno parte dei rischi del sindacalista. Chi fa questo mestiere, soprattutto in ruoli di grande importanza e visibilit�, sa benissimo che nessuno, tantomeno in fabbrica o in piazza, regala facili applausi e calorose pacche sulle spalle.

        Lo sanno, in particolare, i vertici della Cgil, quelli di oggi e di ieri, che per storia, cultura, senso di responsabilit� sono abituati a metter la loro faccia davanti ai problemi della gente. Di pi�: la storia, anche recente, del sindacato confederale italiano racconta di proteste, di fischi e anche di sanpietrini o bulloni che in alcuni casi, pochi per fortuna, hanno accolto i sindacalisti nelle piazze del Paese. Non c’�, dunque, da sorprendersi se un sindacalista viene fischiato o contestato. Ancor di pi� non bisogna sorprendersi se una platea di industriali non condivide, e lo fa capire anche rumorosamente, le posizioni del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, che sostiene, come suo diritto e come tutti sanno da anni, che magari la legge 30 va riscritta per intero.

        Non � invece tollerabile, ed � quanto successo ieri all’assemblea degli industriali di Varese, che al leader del pi� grande sindacato italiano, invitato dalla Confindustria a confrontarsi davanti a una platea di imprenditori, venga impedito di parlare, di concludere il suo intervento, di spiegare fino in fondo le sue posizioni. Non � solo una questione di galateo dell’ospitalit�, c’� qualche cosa di pi� articolato e, per noi, di pi� grave. Se gli industriali varesini non volevano ascoltare Epifani potevano fare a meno di invitarlo. Le posizioni della Cgil sui grandi problemi del Paese sono chiarissime, sono oggetto quotidiano di discussione sui giornali e sono state appena confermate da un congresso. Sono “ricette” note e dovrebbero esserlo persino a quegli industriali abituati alla dialettica leghista di un Maroni (ieri seduto e compiaciuto in prima fila) o di un Bossi.

        Ma ieri la platea raccolta dall’associazione di Varese ha preferito dileggiare e ostacolare le parole di Epifani che, va sottolineato, non � uno che si sveglia al mattino e parla per i fatti suoi: rappresenta oltre 5 milioni e mezzo di lavoratori italiani. � come se la base degli industriali di Varese avesse voluto raccogliere il testimone da quelli di Vicenza quando, eccitati da un Berlusconi tracimante, contestarono addirittura i vertici di Confindustria, sospettati di contiguit� col nemico (in quel caso il centrosinistra). C’� un tessuto connettivo che tiene assieme questi “spiriti animali” imprenditoriali: � rappresentato dalla riottosit� verso le regole, verso le leggi, verso i diritti dei loro dipendenti, verso il sindacato, ovviamente sognano sempre di non pagare le tasse e vorrebbero alternare condoni e scudi fiscali alla Tremonti-bis con la quale hanno potuto cambiare la Mercedes anzich� avviare nuovi investimenti. � un tessuto che mette a disagio anche il presidente Luca di Montezemolo che ieri ci � apparso un po’ troppo timido e in ritardo nel prendere posizione su un episodio grave.

        Tuttavia � comprensibile e condivisibile l’impegno di Montezemolo e di Epifani di non accendere altre polemiche in un momento di gravi difficolt� per l’economia. Non c’� bisogno di alimentare nuovi scontri sociali, anche se non si pu� far meno di sottolineare che con la protesta di Vicenza, la freddezza dell’assemblea di Confindustria davanti al nuovo governo e ieri la contestazione contro Epifani a Varese, la ripresa della concertazione non sar� una passeggiata.

          Infine ci ha davvero sorpreso che la contestazione degli industriali a Epifani abbia raggiunto il suo apice quando il segretario della Cgil ha detto che la �cultura dei doveri � sempre stata nella nostra storia� ricordando che �furono gli operai nel 1943 a difendere le fabbriche….�. Ecco, avremmo preferito che Epifani venisse zittito e cacciato su altre questioni, ma non su questa. Gli imprenditori di Varese forse dovrebbero fare un giro per gli stabilimenti del loro territorio, a Legnano, a Busto Arsizio, dove vive ancora la memoria degli operai e dei partigiani che difesero le loro fabbriche e per questo furono internati nei campi di concentramento e assassinati dai fascisti mentre i padroni svernavano tranquilli nella vicina e accogliente Svizzera. La “memoria condivisa”, evidentemente, non � ancora patrimonio degli industriali di Varese.