“ConfInd” Il cuore industriale è a destra (A.Statera)

26/05/2006
    venerd� 26 maggio 2006

    Prima Pagina e pagina 4 – Editoriale

    L�ANALISI

      Sull�assemblea di Confindustria il segno lasciato dal convegno di met� marzo

        Indimenticabile Vicenza
        il cuore industriale � a destra

          Nuovo governo bocciato nel test degli applausi

            � come se la platea dicesse: � ora di occuparsi di noi piuttosto che dell�Italia

              Alberto Statera

                Roma
                Dimenticare Vicenza? Impossibile per Luca Montezemolo, per Romano Prodi e per chiunque abbia occhi per vedere e orecchie per sentire. Vicenza oggi � qui, sotto le architetture di Renzo Piano, nel tempio veltroniano della musica, con la sua pancia in peristalsi, con il suo cuore che batte forte a destra. Cambia soltanto l�attitudine della platea: attenta, rispettosa, urbana sotto le raffinate architetture dell�Auditorium, quanto rustica e barbara fu nel Veneto profondo dei capannoni, eccitata come alla corrida dalla "mattana" dell�ex primo ministro, che tocc� la pancia, le corde intime di quello stesso popolo che oggi siede qui con gli stessi sentimenti.

                Questione settentrionale o, tout court, questione industriale? Questione industriale o, peggio, scontro di blocchi sociali vicini a collidere come continenti alla deriva? Montezemolo ce la mette tutta per dimenticare e far dimenticare Vicenza, vola alto, etica, politica, gli interessi mediati in una cornice non corporativa, perch� �� urgente pensare all�Italia, prima che a noi stessi� in un nuovo empito di �solidariet� nazionale�. Espressione perfettamente adeguata rispetto a �progetti condivisi�, ma che la platea equivoca, fatica a capire, ricollega forse a un�esperienza politica che non viene ricordata per la lotta al terrorismo che insanguinava il paese, ma per lo statalismo montante, per il cattocomunismo, per il consociativismo.

                Basta un minuto e mezzo, all�inizio, per credere di poter psicanalizzare la maggioranza dei duemila che riempiono l�Auditorium, intervallati, come sempre, da qualche bellezza, accompagnatrici fasciate in passerella.

                Non vale pi� la distinzione vicentina tra la prima fila dei grandi e potenti, gli esecrati �poteri forti�, e le trenta file successive dell�ex popolo della partita Iva. Il test lo compie coraggiosamente Montezemolo stesso. Onore al nuovo presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: applauso di maniera. Gratitudine all�ex presidente Carlo Azeglio Ciampi: niente di pi�. Saluto ai neopresidenti della Camera e del Senato, senza neanche citarne il nome, a scanso di rischi per Bertinotti: applauso pigro. Saluto al presidente del Consiglio Romano Prodi, presente in sala: applauso indolente. E� al nome di Gianni Letta che esplode la standing ovation. Truppe cammellate del riservato ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio?

                Figuriamoci, neanche a pensarci. Sincera ammirazione. Ma perch� mai? Letta � persona squisita, grande mediatore e intelligente navigatore della politica, ma nessuno pi� di lui incarna l�Italia democristiana statalista, della politica politicante, del potere forte ma dei toni pacati, quasi gesuitici.

                Se � questo che gli imprenditori rimpiangono, perch� mai allora restano freddi freddi quando Montezemolo ripete, con un�implicita critica all�ex premier, di aver assistito alla campagna elettorale pi� brutta della storia repubblicana per i toni e l�asprezza dello scontro? A meno che il dolce Letta non abbia, paradossalmente, lucrato applausi in realt� destinati al suo furioso leader Silvio Berlusconi, che, nello stesso momento, a Napoli continuava a minacciare sfracelli.

                Ed � qui che s�infrange l�arduo tentativo di psicanalisi di gruppo. Sui 39 applausi che da bravi cronisti abbiamo registrato durante il discorso di Montezemolo, soltanto un altro, oltre a quello a Letta, ha fatto vibrare l�acustica di Renzo Piano. E� scattato quando il presidente ha ammonito calcando sulla voce: �Non mettiamo mano alle cose buone che gi� ci sono, solo perch� sono state fatte da altri. Concentriamoci sulle tante che restano da fare�. Un riferimento a ci� che di buono, secondo la Confindustria, ha fatto il governo Berlusconi.

                Ma possibile che un�assemblea di imprenditori chiamata ad affrontare i nodi del �declinismo�, del debito pubblico, della concorrenza internazionale, si entusiasmi soprattutto per le parole del suo presidente in favore della precedente esperienza politica, pi� che per le pur forti e concrete richieste confindustriali e per le puntuali e pragmatiche promesse del ministro dello Sviluppo Produttivo Pierluigi Bersani e del presidente del Consiglio in persona?

                �Ci impegneremo a darvi molto�, giura Prodi, negando l�idea stessa di un�economia post-industriale, tutta terziarizzata, confermando il taglio al costo del lavoro e riaprendo la stagione della concertazione. Non sar� Alcide De Gasperi, come dice Clemente Mastella, ma come De Gasperi Prodi garantisce che non governer� questo paese contro il �Quarto Partito�, quello degli industriali, che fu battezzato cos� nel dopoguerra, al tempo di Angelo Costa.

                E allora cos�� che fibrilla nelle viscere profonde degli imprenditori prima ancora di aver visto all�opera il nuovo governo, pur prodigo di promesse? Perch� tanto rimpianto per una stagione politica che ha visto aggravare la crisi delle imprese e del paese? Forse la risposta non � dentro questo Auditorium. E� piuttosto sulle pagine dei giornali, nelle comparsate televisive senza sosta dei ministri del nuovo governo, a dispetto degli inviti alla cautela e, possibilmente, al silenzio lanciato dal presidente del Consiglio. Di che cosa credete si parlasse ieri mattina nell�Auditorium di Renzo Piano mentre Montezemolo cercava di ricucire lo strappo di Vicenza e Prodi e Bersani faticosamente vellicavano una platea se non ostile sicuramente sospettosa? Si parlava del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, che sull�Alta Velocit� prende tempo, pur non nascondendo la sua ostilit�, ma corre a dichiarare che Fidel Castro lo �emoziona�. E del ministro dell�Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che annuncia modifiche al Codice Ambientale, con norme pi� onerose rispetto a quelle degli altri paesi. O del sottosegretario all�Economia Paolo Cento, che la legge Biagi vorrebbe riscriverla tutta, ben oltre l�introduzione dei necessari ammortizzatori sociali.

                Come fa questo popolo ad esaltarsi per i richiami etici del suo presidente, per lo �scatto morale� invocato da Bersani, per la pace sociale promessa da Prodi, se vede rimettere in discussione, in un continuo gioco dell�oca, anche quel poco di positivo che ritiene di aver ottenuto in questi anni da uno Stato che vive come ostile? Cos� Vicenza, la citt� che tanti anni fa fischi� Agnelli e Marzotto quando i poteri forti esistevano ancora davvero, il luogo epitome di un �capitalismo� nuovo, arrabbiato e sempre pi� esigente, oggi � ancora qui nell�Auditorium tra attesa e scetticismo. E� come se alcuni di loro volessero ribaltare il motto montezemoliano: �E� urgente pensare prima a noi stessi che all�Italia�.

                  Prodi, Bersani, Enrico Letta, Padoa Schioppa, hanno perci� ben poco tempo per disinnescare la questione settentrionale e non farla dilagare oltre i confini del Nord. Senza dimenticare l�Italia.