Confesercenti: «La prima azienda italiana? Mafia Spa»

23/10/2007
    martedì 23 ottobre 2007

      Pagina 7 – Interni

      «La prima azienda italiana? Mafia Spa»

        Confesercenti: le organizzazioni criminali incassano oltre 90 miliardi l’anno, pari al 7% del Pil nazionale
        «Molte grandi imprese sono colluse». Impregilo e Italcementi: falso, ci penseranno gli avvocati

          di Massimo Solani/ Roma

          IN ITALIA C’È UNA IMPRESA che non conosce crisi e può competere, in quanto ad introiti, con buona parte delle più famose multinazionali. Tanto da essere la più ricca fra le aziende del nostro paese, ben al di sopra anche della Fiat. È la “Mafia Spa”: in grado di ricavare dal solo ramo commerciale guadagni per una cifra che si aggira attorno ai 90 miliardi di euro. Pari a qualcosa come cinque finanziarie, o alla somma di otto “tesoretti”. È un dato allarmante quello contenuto nel decimo rapporto di Sos Impresa–Confesercenti “Le mani della criminalità sulle imprese” presentato ieri a Roma alla presenza del viceministro dell’Interno Marco Minniti. Un rapporto che testimonia la pervasività delle attività criminali nell’economia italiana, un cancro capace di mettere assieme un volume di affari pari al 7% del pil attraverso l’usura e il racket (da sole valgono 40 miliardi di fatturato), le rapine, la contraffazione, gli appalti e l’abusivismo. Un gorgo in cui finiscono inghiottite ogni anno 160mila attività commerciali (fra cui oltre il 20% dei negozi italiani), 132mila delle quali concentrate nelle regioni del sud. Ed è proprio nel mezzogiorno che i tentacoli della piovra si fanno più asfissianti. Se infatti sono 150mila all’anno le vittime del racket e dell’usura, in Calabria un commerciante su tre è costretto a pagare «il pizzo». Dato che a Palermo e Catania schizza fino all’80%. Cifre da capogiro come quelle relative ai costi per gli esercizi commerciali strozzati dal racket: un negozio elegante in centro a Palermo «costa» tra i 750 e i mille euro al mese, a Napoli tra i 500 e i mille; per un supermercato, invece, nel capoluogo siciliano si paga 5mila euro, un po’ meno a Napoli («soltanto» 3mila). Un impero economico che poggia le sue solide fondamenta su 1300 reati al giorno, praticamente 50 l’ora. Numeri che fanno dire al presidente della Fai (la Federazione delle Associazioni Antiracket) Tano Grasso, che «al sud non esiste libertà di impresa».

          Ma la capacità di infiltrazione delle organizzazioni criminali è essenzialmente potenza intimidatoria. Ricatti a cui, e questo è il dato più nuovo e per certi versi più allarmante, non riescono a sottrarsi nemmeno le grandi aziende. Tanto che Sos Impresa arriva addirittura a segnalare casi specifici, come quello del colosso lombardo Italcementi, «uno di quelli che ha ceduto alla morsa – si legge nel rapporto – supportando maggiori costi, assumendosi numerosi rischi ed agevolando, così, l’espansione economica della cosca dei Mazzagatti». Ed ancora esempi: per i lavori della Salerno-Reggio Calabria Impregilo, secondo Confesercenti, è stata disposta ad «assumere» persone che «da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento alle cosche». Gli interessati smentiscono e annunciano querele, ma l’atto di accusa è preoccupante. «Uno degli elementi che colpisce maggiormente – sottolinea il documento – è l’espansione della cosiddetta “collusione partecipata”, un fenomeno che investe il gotha della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici. Gli imprenditori preferiscono venire a patti con la mafia piuttosto che denunciare i ricatti». E l’aggravarsi del fenomeno, a questo punto, non può più essere sottovalutato. Perché secondo il viceministro dell’Interno Marco Minniti «colpire racket e traffico degli stupefacenti ha lo stesso rilievo, in quanto il racket consente il controllo del territorio. Colpirlo significa dunque andare a toccare il cuore delle organizzazioni criminali».