Conferenza d’Organizzazione CGIL – Relazione Epifani – 9 – 11 Novembre 1993

    CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE
    RELAZIONE DI EPIFANI

    1.Alla fine svolgiamo la nostra conferenza a due anni di distanza dal Congresso di Rimini. Se solo ci fermiamo a guardare indietro,

      misuriamo davvero un tempo infinito, scanditi come sono questi mesi, e il tempo presente, da straordinari e complessi

      mutamenti sociali, politici, istituzionali, culturali e di costume.

      Sono entrati insieme in crisi tradizionali assetti politici e di potere; è stato scoperchiato l’intreccio tra funzioni pubbliche, interessi politici e la vasta degenerazione affaristico-clientelare della vita civile del paese. L’azione della magistratura ha messo a nudo fenomeni di corruzione e di degrado della vita pubblica di dimensioni impensabili, ha risvegliato coscienze, imposto primi cambiamenti, accelerato il processo di cambiamento e di rinnovamento.
      La velocità delle trasformazioni che vi sono state nella sfera politica e in quella istituzionale non definisce un compiuto quadro di riforma. Molti sono i problemi che restano da risolvere e molto resta ancora da fare per restituire al paese istituzioni solide e funzionali, rappresentanze politiche rinnovate, un più efficace e democratico sistema della rappresentanza politica e istituzionale. La stessa fase di transizione che stiamo attraversando è segnata da contraddizioni evidenti, tra spinte opposte di quanti lavorano per riformare e quanti ostacolano e frenano il cambiamento.
      Ed è in questo quadro che possono trovare alimento le spinte alla disgregazione, alla chiusura corporativa e particolaristica l’emergere di una cultura antisolidaristica. Sappiamo quanto forte può essere questo rischio.
      La critica alla degenerazione della politica può portare alla ri-mozione della funzione della politica. La giusta critica al cen-tralismo statale può portare a una logica di dissoluzione dello Stato; la corretta critica verso ogni forma di assistenzialismo al-la negazione dei valori della cittadinanza sociale e della solida-rietà; la critica agli eccessi fiscali alla revisione dei fondamentali princìpi ispiratori di una fiscalità equa e condivisa.
      Per questo la vertenza di Crotone può diventare il campo non di una corretta riproposizione di punti di vista anche diversi, ma di scorribande ideologiche e politiche che finiscono per ne-gare ogni problema e scambiare cause e conseguenze. E così la minimum tax può diventare la bandiera dietro la quale convi-vono di volta in volta insostenibili pressioni corporative, feno-meni di ribellismo fiscale o rigide pregiudiziali che non fanno conti con il merito dei problemi e con la ricerca — come ab-biamo tentato di fare — di una soluzione ragionevole e coe-rente.
      Per questo, e perché l’accentuarsi della crisi economica e so-ciale non solo non è destinata ad arrestarsi, ma è destinata produrre ancora per lungo tempo effetti dirompenti, noi siamo interessati come sindacato perché il necessario rinnovamento politico e istituzionale non si fermi, e perché ciascuno nella pro-pria sfera, istituzioni rinnovate e politica riformata prendano per mano, e ne ricostruiscano un esito più compiuto, il pro. getto del rinnovamento della Repubblica e del consolidamen-to della nostra vita democratica.

    2.D’altra parte è proprio il progetto del nostro XII Congresso, il sindacato della solidarietà e dei diritti, che, per affermarsi, ha bisogno del compimento delle trasformazioni e di un saldo riferimento di regole e di valori. Sta qui uno dei più ri-levanti punti aperti del nostro dibattito interno. E superato i programma di Rimini, sono superati quei valori programmati-ci che ci siamo dati come bussola e orientamento di lavoro per la Cgil?

      Le vicende di questi mesi ne rendono vecchio o superato l’impianto di fondo? Queste domande pretendono un chiarimento preciso e una risposta.
      Per parte mia ritengo che non solo le idee fondamentali del programma di Rimini non siano superate e sono tuttora più valide che mai; ma mi domando anche come avremmo potu-to affrontare la storia di questi due anni e le vicende che ab-biamo di fronte senza quell’impostazione. Avremmo potuto ad esempio tenere una linea ispirata ai princìpi di solidarietà so-ciale, e a essa conquistare una parte grande del mondo del lavoro, senza quel riferi-mento di fronte all’of-fensiva innanzitutto culturale della Lega, all’in-sidia presente nel suo messaggio di contrap-porre interessi e dividere i diritti, o di fronte alla crisi fiscale dello Stato, alla crisi del Welfare, alla riduzione della sua funzione universale, alla ridu-zione oggettiva in assenza di politiche economiche alternative, dei margini di redistribuzione e compromesso sociale?
      Sappiamo che è così; e che insieme strumenti e politiche di quel congresso vanno rivisitati e sistemati, perché le trasforma-zioni cambiano anche la nostra pelle, e la tenuta della cultura della solidarietà non è più un dato ideologico e come tale va sostenuta con politiche pubbliche idonee e risposte ai diritti fondamentali: il lavoro, la difesa dei redditi di lavoro e di pen-sione e della condizione di vita degli anziani, il diritto ai sape-ri, alle informazioni, alle conoscenze, agli arricchimenti profes-sionali, alla partecipazione non subalterna e non residuale.
      E anche evidente oggi — e va riconosciuto onestamente – che se il Congresso di Rimini ha un limite, questo va indicato nel non aver avvertito per tempo l’avvicinarsi del mutamento di fase economica, nel non aver letto tutti i segni che avrebbe-ro poi portato alle vicende monetarie del “92 e alla crisi pro-duttiva e occupazionale in atto. Nell’aver sottovalutato i limiti e le debolezze del sistema produttivo, la sua progressiva finan-ziarizzazione, i ritardi accumulati nei servizi alla produzione, nelle reti e infrastrutture di base. A Rimini confidavamo anco-ra in un rapido processo dell’integrazione europea, nelle capa-cità di raccordare le politiche monetarie ed economiche dei singoli paesi membri in vista dell’unione europea, e che lo svi-luppo degli anni 80 – la più lunga fase espansiva del dopo- guerra – avrebbe potuto consentire di assorbire quello che sembrava un inevitabile periodo di assestamento ciclico dell’economia.
      Sono stati i fatti e le tendenze successivi a chiarire portata e dimensione della nuova fase, che peraltro come Cgil avvertim-mo, comunque, tra i primi, se è vero che già all’inizio del 1992 fummo quasi profetici a dichiarare l’insorgere di un vero e proprio problema occupazionale e produttivo. La crisi oggi è sotto gli occhi di tutti nella sua gravità e nelle sue conseguen-ze. Fare finta di nulla, tentare di minimizzarla, come a giorni alterni fa la Confindustria, dire che il peggio è già passato non serve a illudere sulla sua estensione, sulla sua durata, sulle sue caratteristiche.
      Diciamo allora ancora una volta con chiarezza che non siamo in presenza di una fase congiunturale, difficile, destinata a es-sere superata. Siamo dentro una situazione che presenta carat-teristiche strutturali di difficoltà e caratteri inediti di comples-sità. La crisi coinvolge settori in difficoltà da tempo come la si-derurgia, la chimica, il tessile e settori che tradizionalmente in-vece svolgevano una funzione anticiclica come l’edilizia e il tu-rismo.
      Coinvolge le grandi imprese e una parte consistente del tessu-to delle piccole e medie aziende. Nasce dalla debolezza del no-stro sistema produttivo di base e insieme dall’assenza di un’of-ferta di beni e servizi tecnologicamente avanzati. Risente della diseconomia di sistema e dell’elevato costo del denaro, della re-strizione della domanda mondiale e dell’accentuarsi della com-petizione di nuove imprese, nuovi mercati, nuovi paesi.
      E aggravata dalla crisi finanziaria e di strategia dei grandi con-glomerati delle partecipazioni statali e dalla riduzione degli strumenti di sostegno al reddito e all’occupazione di altri pe-riodi storici.
      Sta dentro la più generale situazione di crisi dei paesi europei e una dimensione europea della disoccupazione che sta rag-giungendo i limiti più elevati di questo dopoguerra. Per questo vi sono grandi e precise responsabilità. Dell’azione dei poteri pubblici e dei governi che hanno perso l’occasione, quando le situazioni erano propizie, per ridurre l’enorme indebitamento pubblico e avviare un’efficace politica d’intervento nel campo della qualificazione dell’offerta, delle infrastrutture e delle reti dei processi formativi. Della classe imprenditoriale che non ha saputo rischiare, innovare, puntando più a una esasperata poli-tica di acquisizioni finanziarie — dagli esiti talvolta disastrosi – che a investire sui prodotti, sulla ricerca, su un’attenta stra-tegia di alleanze internazionali.
      Il carattere monopolistico-familiare della proprietà dei grandi gruppi, l’assenza di un pluralistico e differenziato mercato fi-nanziario hanno finito in questo quadro per aggravare lo stato delle cose e rendere più difficile il ricorso a mezzi finanziari so-stitutivi o aggiuntivi.
      Le conseguenze di questo sono sotto gli occhi di tutti: chiusu-ra di aziende, deindustrializzazione di intere aree o regioni (Genova, Marghera, Napoli, la Sardegna, la Calabria), perdita di quote di mercato non compensate dalla pur rilevante quota di incremento delle nostre esportazioni, agevolate dalla più massiccia svalutazione della lira degli ultimi quarant’anni.
      Il lavoro, l’occupazione, lo sviluppo è così diventato non solo il più generale dei diritti per il sindacato, come abbiamo detto a Rimini, ma la prima emergenza del paese e il banco di prova per qualsiasi azione di risanamento e di politica economica di governo.
      - E non serve dare i numeri, giocare sulle decine di migliaia di disoccupati in più o in meno se insieme non si dice come si vuole, si può e si deve fare. La nostra critica al governo Ciam-pi e all’azione di governo nasce da qui e dalla sottovalutazione che viene fatta di questa prima emergenza. Il presidente del Consiglio ha espresso più volte il suo punto di vista. Per dare risposta al problema dell’occupazione è necessario tenere sotto controllo inflazione e redditi e ridurre il costo del denaro.
      Per noi è necessaria una politica di tutti i redditi, controllare le spinte inflazionistiche e avviare un piano rigoroso di riduzione dell’indebitamento pubblico: ma questo non produce automa-ticamente condizioni di sviluppo, risposta ai problemi dell’oc-cupazione, soluzione ai problemi strutturali che soffocano pro-duzione di reddito, investimenti industriali, di rete e di infra-strutture. In questo dispiace dirlo — il governo Ciampi, malgrado gli incontri avuti e le sollecitazioni avanzate, finirà per non avviare una reale politica di intervento, di riforma e di risanamento.
      Qui è il senso dello sciopero generale del 28, della manifesta-zione dei pensionati, degli scioperi dei dipendenti pubblici, dell’iniziativa sindacale delle ultime settimane. Di quello che dovremo programmare a partire dalla manifestazione naziona-le per il lavoro e l’occupazione, allo sciopero degli edili del giorno 16. Qui è anche il nodo irrisolto della Finanziaria e del-la legge di accompagnamento. Il governo doveva e poteva fa-re dell’accordo del 23 luglio, o meglio dei suoi contenuti e im-pegni, l’asse della manovra economica e della legge finanziaria, tenendo insieme la linea di rigore sul fronte della politica di bi-lancio, l’obiettivo del contenimento dell’inflazione, il rispetto di una reale e coerente politica dei redditi, l’avvio di primi par-ziali ma significativi interventi di sostegno alla produzione e di investimenti pubblici.
      Ha scelto invece per grande parte una linea che finisce per svuotare impegni e ritardare soluzioni: scontenta le legittime attese di fondo dei pensionati, rende problematico il rispetto degli accordi sulla contrattazione pubblica, aprendo in pro-spettiva problemi per quella dei settori privati, stanzia poche risorse per occupazione e strumenti di intervento nel mercato del lavoro, definisce linee e politiche per le privatizzazioni tut-tora generiche e indeterminate, mentre non trae da una rigo-rosa scelta di vendita dei patrimoni immobiliari degli enti pub-blici una parte importante di risorse da destinare a programmi sulla ricerca, la formazione, il sostengo alle piccole e medie im-prese e a piani di reinsediamento produttivo.
      La scelta di non fare dei contenuti dell’accordo del 23 luglio il riferimento della propria politica economica e finanziaria espo-ne il governo a due ordini di difficoltà: nei confronti del Parla-mento, esponendosi senza difesa all’azione delle lobby, dei gruppi di pressione, degli umori instabili di una fase politica tormentata e convulsa. Nei nostri confronti, non riuscendo a fare della volontà di dialogo con il sindacato il terreno di una interlocuzione concreta, capace di risposte e di precisi impegni. Così si spiegano le nostre difficoltà nel far capire al ministro Cassese che una riforma reale della pubblica amministrazione non può prescindere dal ruolo del sindacato e delle sue propo-ste. O il fatto che i nuovi stanziamenti per l’occupazione sono comunque insufficienti anche solo per finanziare i primi pro-getti legislativi in materia di formazione lavoro, lavori social-mente utili e di piani per l’inserimento dei giovani.
      Resta per intero aperto il problema per noi e per il paese di come dare risposta alle attese di lavoro e ai problemi occupa-zionali delle aree e dei settori in crisi e di come fronteggiare la nuova qualità della disoccupazione che vede, accanto alla “tradizionale” quota degli inoccupati giovani in cerca del pri-mo lavoro, la crescita drammatica dei veri e propri disoccupa-ti, di quanti in età talvolta avanzata vengono posti nella con-dizione di perdere lavoro e reddito.
      L’emergenza entro la quale finiamo per trovarci tutti — noi, governo, Parlamento — può portare solo a esiti parziali, come verifichiamo in continuazione. Sulle vicende di Crotone, di Napoli, di Porto Marghera. Sulle privatizzazioni e le scelte delle partecipazioni statali, sulla siderurgia, l’edilizia e la chi-mica; mentre incombe la crisi del settore dell’auto e l’incogni-ta del futuro della Fiat. Per questo trova sempre più conferma la nostra impostazione, il senso delle nostre proposte, da quel-le definite con l’accordo di luglio, all’idea di un fondo per lo sviluppo.
      Il paese ha bisogno di un piano straordinario che faccia del la-voro e dell’occupazione, di un grande progetto di reinsedia-mento industriale e tecnologico e degli investimenti nei settori chiave delle reti e delle infrastrutture (trasporti, telecomunica-zioni, energia), di una manovra coordinata sui tempi di lavoro, di formazione e di vita, un compiuto progetto di intervento e la linea guida di ogni scelta di politica economica.
      Se è troppo chiedere al governo, e a quelli che sono i tempi che ha di fronte a sé la legislatura, di misurarsi per intero con una sfida di questa portata, dobbiamo però restare fermi nel chiedere e pretendere che tutto quello che può essere utilmen-te fatto e speso in questa direzione venga compiuto, anche per evitare che alla crisi istituzionale e del sistema politico in tra-sformazione si aggiunga l’aggravarsi di una tensione sociale, di aree, imprese, persone dagli esiti drammatici. E dobbiamo por-re seriamente alla Confindustria il nodo delle sue responsabi-lità e delle sue coerenze. Non si può, nei giorni pari, minimiz-zare i dati e le tendenze sull’occupazione e lo sviluppo, e in quelli dispari filosofeggiare sul lavoro come merce rara, e come tale non accessibile a tutti; o proporre l’idea (davvero nuova e interessante!) di ridurre i salari come condizione per la cresci-ta dell’occupazione. Quei salari che, come tutti riconoscono, già crescono meno oggi dell’inflazione; e una Confindustria che si oppone addirittura alla richiesta di portare l’orario setti-manale di legge dalle 48 alle 40 ore.
      Cominci sul serio la Confindustria, e il suo presidente, ad af-frontare la serietà della situazione, non si consideri estranea al tema dell’occupazione e della produzione di reddito; rispetti quanto ha sottoscritto e firmato con noi e con il governo circa le proposte di sostegno alla produzione di reddito e di riforma della contrattazione; assuma il coraggio di mettere in discus-sione strategie e scelte compiute da una parte rilevante del si-stema delle imprese negli anni 80. Non addossi solo agli altri le responsabilità dei propri errori e dei propri ritardi.

    3.Il quadro delle trasformazioni politico-istituzionali e il peso dei rivolgimenti sociali in atto, sul versante cultura-le e materiale, dei diritti e dei bisogni rendono ancora più evi-dente l’esigenza di assumere l’obiettivo della autoriforma della Cgil e l’obiettivo del rinnovamento del sindacato confederale co-me grande questione strategica, programmatica e pratica del nostro lavoro e del nostro impegno. Questo è il compito cen-trale che ha di fronte a sé la Conferenza di organizzazione del-la Cgil, che pertanto ha il dovere di vivere la discussione e la capacità di proposta non come un fatto rinchiuso o interno, ma come processo di scelte e di volontà che intende coinvol-gere l’insieme dei lavoratori, le altre organizzazioni sindacali confederali, l’insieme delle forze politiche, l’opinione pubblica, le nostre controparti.

      Dobbiamo saper dimostrare per questa via che il sindacato confederale per quanti problemi di crisi o di difficoltà abbia, per quanti ritardi abbia accumulato, rappresenta tuttavia non soltanto la più grande forza sociale esistente nel paese, ma an-che e soprattutto un soggetto in grado di contribuire con il proprio rinnovamento al rinnovamento del paese, a una più solidale e razionale rappresentanza di diritti, interessi e bisogni.; L’autoriforma della Cgil, come il contributo che intendiamo portare al rinnovamento del sindacalismo confederale, si basa su tre idee guida generali: la solidarietà e i diritti come valori programmatici e fondativi fondamentali; l’unità sindacale come obiettivo e vincolo strategico; la democrazia come fine e meto-do costitutivo.
      Democrazia, unità e autonomia programmatica diventano co-sì assieme presupposti e fini del rinnovamento, ambito centra-le della nostra discussione e della nostra proposta, terreno di verifica e di ricerca per aprire la fase costituente del progetto di un sindacato unitario volontario e democratico.
      Questa scelta conferma le deliberazioni programmatiche del nostro congresso, l’impostazione dei documenti preparatori della Conferenza di organizzazione, e si sforza di raccogliere le indicazioni che sono emerse dai congressi della Cisl e della Uil. E parte dal presupposto che la caduta delle divisioni ideologi-che, l’insieme dei processi sociali, le trasformazioni politico-isti-tuzionali, la sfida tra opzioni culturali e sociali diverse presen-ti in Europa e in Italia, la diffusione di sentimenti antisolidari-stici, xenofobi, razzisti richiedono ora e subito che ci si misuri per intero con questo progetto e con queste frontiere.
      Non mancano le difficoltà, i problemi da superare, le divisioni da ricomporre lungo questa strada. Il nostro dibattito interno stesso ha registrato punti di vista problematici, riserve, cautele. I congressi della Cisl e della Uil, che si sono spesi con grande forza sul terreno dell’unità, hanno insieme portato motivazioni e impostazioni non tutte condivisibili e comunque da ap-profondire e discutere.
      Ma se guardiamo indietro, solo a sei mesi fa ad esempio, e fac-ciamo un riscontro dei passi in avanti compiuti in questo pe-riodo, appare evidente il segnale di avanzamento del confronto e della prospettiva: sia per l’unità che per la democrazia e i punti programmatici.
      All’inizio dell’anno avevamo tra le mani un accordo per l’ele-zione delle rappresentanze sindacali unitarie importante, ma privo di effetti e di scadenze concrete; eravamo divisi con Cisl e Uil e con la discussione aperta al nostro interno circa il rap-porto tra scelte endosindacali, di natura pattizia, e strumenti legislativi. Venivamo dall’accordo sofferto del 31luglio, che ci aveva visti divisi sui criteri democratici della consultazione e del mandato dei lavoratori; noi raccoglievamo firme per il re-ferendum e gli altri sindacati ci muovevano la critica di voler dividere il fronte del lavoro e di voler abdicare all’autonomia spesa dall’azione e dalla proposta sindacale.
      Oggi lavoriamo concretamente — malgrado gli ostacoli che ci frappone la Confindustria — all’appuntamento delle elezioni delle rappresentanze unitarie, a questa prima, grande verifica democratica nei luoghi di lavoro, e alla quale parteciperemo con un preambolo programmatico comune. Abbiamo definito, con l’intesa del 23 luglio, una comune visione di cosa è la po-litica dei redditi, dei suoi strumenti e delle sue finalità, gli as-setti delle relazioni contrattuali e la riforma della contrattazio-ne. Abbiamo svolto una consultazione che, al di là dei suoi li-miti temporali e di gestione, rappresenta comunque un banco di verifica democratica di grande valore e ampiezza anche nel confronto con esperienze passate di oltre dieci anni fa.
      Abbiamo delineato, sempre nell’intesa, le linee di politica eco-nomica, industriale, di reti e infrastrutture, di regolazione del mercato del lavoro capaci, per noi, di risanare le situazioni produttive e occupazionali. Abbiamo, infine, alle spalle — co-me ho già ricordato — i congressi nazionali della Cisl e della Uil, che hanno fatto dell’unità un obiettivo politico fondamen-tale.
      Di fronte a questi dati e a questi processi che stanno lì nella lo-ro sequenza e importanza non possiamo che ripetere quello che abbiamo avuto modo di dire nel corso delle segreterie de-dicate al tema dell’unità. La Cgil è disponibile per intero a concorrere a definire da subito la fase di ricerca e di confron-to capace di portare a un progetto compiuto di unità sindaca-le, senza pregiudizi e con la volontà di raggiungere l’obiettivo entro tempi dati. I problemi che rimangono ancora da chiari-re ovviamente esistono: riguardano il rapporto tra democrazia di organizzazione e democrazia di mandato con quanto ne consegue in termini di titolarità, responsabilità, poteri; e ri-guardano ambiti e profili di una rinnovata capacità di autono-mia rivendicativa nei luoghi di lavoro, a partire dalla quale re-golare il rapporto tra le forme e le sedi di una funzione e di ruoli partecipativi, e la funzione e gli ambiti del conflitto.
      L’importante è però che a questo impegno ci si lavori in ma-niera aperta, con una discussione liberata anche dagli schemi di organizzazione e che a questo processo partecipino non so-lo e non tanto i ristretti gruppi dirigenti, ma l’insieme dei qua-dri e dei militanti del sindacato.
      Democrazia e unità quindi non solo come obiettivi, ma anche come metodo di ricerca e di costruzione del comune progetto. Sono chiari per noi, e nelle nostre impostazione, i confini e i rapporti che devono intercorrere tra le finalità e i poteri dell’associazionismo sindacale, dell’iscritto, dell’organismo diri-gente e le prerogative del lavoratore che si sostanziano nell’esercizio della democrazia di mandato. Approfondiremo, nella tavola rotonda di domani, con la presenza del ministro del Lavoro e di alcuni esponenti della commissione parlamen-tare, il punto a cui è arrivato il confronto di merito sulla pro-posta di legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale. Se potessimo, insieme, in questa ricerca di unità, convenire sul fatto che le rappresentanze sindacali nei posti di lavoro non esauriscono in se. stesse, in una logica di democrazia delegata, tutti i poteri e le titolarità perché non può non esservi — come già avviene — almeno un’occasione, nelle trattative di secondo livello, in cui l’insieme dei lavoratori interessati si esprima; e se fossimo in condizione di concordare sul principio di una rap-presentanza sindacale di base pienamente elettiva, con riserva di presenza delle diverse aree professionali e strumenti eletto-rali idonei a rappresentare l’insieme dei nostri pluralismi, la-sciando la rappresentanza associativa in quell’organismo uni-camente in una fase transitoria, la cui durata potremmo discu-tere senza rigidità; e se tutto questo potesse costituire la base di un’intesa da trasferire in un dispositivo legislativo, allora dav-vero io credo che potremmo scommettere e vincere sulla no-stra unità. Non come è avvenuto negli anni 70, che qualcuno prima si è sciolto da solo e poi è stato costretto, uguale a se stesso, a ricostituirsi.
      Quello che intendiamo con chiarezza confermare qui, di nuovo, davanti ai quadri della Cgil, è il pieno impegno dell’orga-nizzazione a lavorare per l’unità. Come è sempre stato nella nostra storia, come ci ricorda il nostro nome, come ci insegna l’esperienza del sindacalismo europeo dove si e uniti, si conta e si contratta; dove si è separati, e talvolta ostili, non si ha po-tere e titolarità contrattuale vera, e senza questi anche la rap-presentanza diventa una scelta solo politica e ideologica. Un nuovo soggetto sindacale unitario rappresenterebbe, infine, il contrappeso sociale adeguato ai poteri forti dell’economia, della finanza e dell’informazione in un sistema politico rinnovato e delle nuove regole della rappresentanza democratica

    4.Il secondo obiettivo dell’autoriforma riguarda la vita della Cgil e delle sue strutture e le modifiche che, a partire dalla Conferenza, dobbiamo definire. Il campo dei problemi da affrontare è molto vasto e i documenti preparatori lo con-fermano: democrazia di organizzazione, solidarietà come rife-rimento della sintesi tra interessi diversi, senza la quale la de-mocrazia sarebbe pura registrazione delle diversità e l’autonomia non avrebbe nessun fondamento progettuale; definizione di un nuovo e più adeguato impianto normativo statutario, en-tro cui identificare con maggior nettezza diritti e doveri degli iscritti e dei dirigenti; regole di comportamento; regole per la formazione delle decisioni e dei gruppi dirigenti, con un con-nesso sistema sanzionatorio; divisione decisa tra poteri di deli-bera, ruoli e poteri esecutivi, funzioni della magistratura inter-na; trasparenza nei flussi di risorse interne e adozione di nuo-ve forme di responsabilità amministrativa (il tesoriere) separata da quella politica, e di trasparenti tecniche di redazione e cer-tificazione dei bilanci; ridefinizione, alla luce dei processi istituzionali, della riforma della contrattazione, delle esigenze di razionalizzazione e decentramento di funzioni, apparati e ri-sorse, della struttura organizzativa.

      Su ognuno di questi titoli la Conferenza dovrà discutere, ap-profondire, assumere orientamenti da portare in parte alle de-liberazioni di un Comitato direttivo nazionale, in parte alle prerogative e alle delibere del Congresso.
      Quello che resta fondamentale da definire, per dare senso e fi-nalità alle scelte da compiere, soprattutto circa la risistemazio-ne di funzioni e poteri delle strutture, è l’obiettivo che ci dia-mo, che assumiamo come prevalente per questo processo di riforma. Perché troppo spesso la natura chiusa del nostro mo-do di discutere, e la polemica politica e sindacale di questi due anni, finiscono per invertire i termini del problema e scambia-re quelli che sono i mezzi con i fini, e i fini con gli strumenti. La finalità fondamentale che dobbiamo assumere è quella di superare ogni autoreferenzialità di modello e di gerarchia or-ganizzativa, per mettere al primo posto il primato delle perso-ne i cui interessi, ideali e materiali, i cui diritti e i cui bisogni intendiamo rappresentare. Per questo c’è bisogno dei comitati degli iscritti nei posti di lavoro e delle leghe dei pensionati, co-me strutture di base della Cgil, che non siano solo terreno di lotta politica ma articolazione complessa e democratica di pro-fessionalità, centri decisori nella vita dell’organizzazione, sedi di proselitismo, di confronto e discussione, strumenti di acces-so alle conoscenze, alle competenze, alle risposte delle struttu-re di servizio della Confederazione.
      E, insieme, occorre dar forza, risorse e quadri alle strutture sin-dacali più vicine all’insieme dei posti di lavoro e alle leghe: ai sindacati di categoria comprensoriale e alle Camere territoria-li del lavoro, dove concretamente si svolge il lavoro di sostegno alle vertenze, di coordinamento dell’iniziativa cittadina e di quartiere, di gestione dell’offerta di servizi (legale, assicurativo, fiscale, della casa, del lavoro previdenziale e sanitario), di pro-selitismo verso l’area delle piccole e medie imprese, delle azien-de artigiane, del lavoro precario, stagionale, irregolare, di tute-la dei soggetti deboli e discriminati, dei diritti negati o parzial-mente riconosciuti; stabilendo un rapporto funzionale tra co-mitato degli iscritti, la vita delle strutture territoriali, la com-posizione dei suoi organismi.
      Una volta assunta come principale questa linea di riforma or-ganizzativa, con il necessario margine di flessibilità e varietà nelle soluzioni concrete, la circolarità dei processi di decentra-mento e di sistemazione di funzioni, competenze e risorse in-veste con una stretta relazione le categorie nazionali, le Cgil regionali, la confederazione nazionale.
      La riforma degli assetti della contrattazione, definita con l’in-tesa di luglio, la sede e lo strumento con cui il sindacato è in grado di dare risposta alle rappresentanze di interessi, ai tito-lari di diritti e all’area dei bisogni, non può non orientare le scelte organizzative. Con l’accordo di luglio abbiamo salvaguardato le prerogative e le funzioni dei due livelli di contrat-tazione, quella aziendale-territoriale e quella nazionale.
      Ma non c’è dubbio che per come è impostato, per la cadenza che assume la contrattazione dei livelli retributivi, il punto di direzione nazionale delle categorie assume compiti e responsa-bilità di assoluta importanza. Ne va difesa l’autonomia e rafforzato il ruolo, anche in vista dello sviluppo dell’integrazio-ne europea di settori omogenei e di coordinamenti di grandi gruppi.
      Questa scelta, accompagnata dal rafforzamento dei sindacati comprensoriali e dalla rinnovata presenza nei luoghi di lavoro, rende puramente gerarchica la struttura regionale delle cate-gorie, tranne quelle, prevalentemente dell’area dei servizi, che hanno livelli regionali di confronto, di contrattazione e di ver-tenzialità. E, come tale, al di là delle comprensibili resistenze o dubbi che vi possono essere, va sostituita con sedi e funzioni di coordinamento o propriamente tali o esercitate dal sindacato del capoluogo regionale o dell’area metropolitana.
      Nel quadro del decentramento di potere e funzioni le Cgil re-gionali sono destinate a diventare livelli di direzione più forti, più autonomi e centri fondamentali di regolazione della vita confederale. Si tratta di riprendere con forza le indicazioni congressuali che facevano della definizione degli statuti regio-nali l’asse della sistemazione di competenze e ruoli e di prefi-gurare per questa via un processo in grado di modularsi sui tempi e i criteri della riorganizzazione dello Stato e dei poteri pubblici.
      La gestione delle politiche economiche regionali, le scelte di riequilibrio territoriale e dell’infrastrutturazione necessaria, le decisioni di tipo settoriale, gli interventi in materia sanitaria, dell’ambiente, del mercato del lavoro, dell’istruzione, la tutela dei consumatori e l’articolazione del mondo dei diritti, la ge-stione territoriale dei servizi e degli orari costituiscono la griglia di un esercizio di direzione confederale regionale che sappia coordinarsi con l’insieme delle politiche nazionali e con l’insie-me delle prerogative e delle autonomie locali. Bisogna impegnarsi — e qui forse la scommessa è più difficile — perché tutto questo non definisca una scelta puramente ge-rarchica, burocratica e di sommatoria di apparati: ma di gran-de qualificazione di competenze, esperienze e capacità di coor-dinamento e direzione. Allo stesso modo va risolto il problema inerente ai rapporti tra le Cgil regionali e le Camere del lavo-ro delle aree metropolitane. Bloccato al momento il processo istituzionale, saltati i tempi di attuazione degli impegni a suo tempo sanciti dalla legge, il rischio della sovrapposizione di funzioni e dei poteri relativi di direzione esiste.
      Come abbiamo già detto in altre occasioni, è difficile pensare a un modello unico in grado di risolvere tale questione perché differenziate sono le realtà e quindi le risposte possibili. Strut-ture uniche di direzione, con compiti differenziati; affiancamento di lavoro delle due segreterie e sinergie operative; pre-senza intrecciata tra segreteria dell’area metropolitana e segre-teria regionale: sono di volta in volta i modelli che vanno at-tuati, in un raccordo, circa le scelte più idonee da assumere, tra i due livelli di direzione e la Cgil nazionale.
      Infine spetta alla Confederazione nazionale il compito di ope-rare il più significativo passo in direzione di questo processo di trasferimento di poteri. Responsabilità e titolarità diretta della Cgil nazionale è la definizione della politica macroeconomica (fisco, moneta, Stato sociale), le grandi opzioni settoriali (indu-stria, agroalimentare, reti e servizi, pubblica amministrazione), la gestione di rapporti internazionali, il coordinamento degli enti e servizi sindacali, della formazione e la politica dei qua-dri; la vigilanza sul rispetto delle regole della democrazia in-terna e della politica delle risorse; lo sviluppo delle politiche dei diritti di cittadinanza e di lotta alle discriminazioni e alle lesio-ni dei principi di uguaglianza; il raccordo e il coordinamento delle autonomie contrattuali delle categorie.
      Il modello funzionale di lavoro del centro confederale andrà ripensato alla luce di questi compiti, razionalizzando il rapporto con territori e categorie, evitando sovrapposizioni e ripetitività di riunioni. Va attuato il programma di qualificazione e snelli-mento dell’apparato centrale, liberando risorse in direzione di progetti prioritari di lavoro.
      In definitiva, l’autoriforma che proponiamo è un insieme com-posto di ridefinizione di, ruoli, di trasferimento di poteri e fun-zioni di decentramento reale (valido anche in una corretta pro-spettiva di modello federale di Stato sulla base delle conclusio-ni a cui è pervenuta la commissione bicamerale) in un quadro di relazioni complementari. Le autonomie vanno definite in modo certo, come sicuri debbono essere riconosciuti i momen-ti di coordinamento e i parametri di riferimento delle singole autonomie. Unitaria è, e resta, la fisionomia cli un modello or-ganizzativo che non può prescindere dall’identità della Cgil co-me sindacato generale dei diritti e della solidarietà.

    5.La Conferenza di organizzazione deve essere l’occasione per arrivare a una sistemazione definitiva del nuovo rap-porto tra Cgil e sindacato dei pensionati, delineato nelle sue li-nee generali all’ultimo congresso e codificato nell’art. 13 dello Statuto. Un’occasione da non perdere per dare risposte positi-ve al nuovo protagonismo dei pensionati e degli anziani che rappresenta certamente la novità più interessante dello scena-rio sociale nazionale.

      Un protagonismo che non è solo il frutto delle dinamiche de-mografiche e in particolare dell’allungamento della vita media, ma della scelta originale di dare una precisa “forma sindacale” a un attore sociale solitamente — in campo internazionale —estraneo a tale metodo di intervento.
      Ricordiamo che la volontà di scrivere ulteriori regole in grado di attivare il nuovo modello delle relazioni tra Cgil e sindaca-to generale dei pensionati e degli anziani, in questo caso, può arrivare fino all’integrazione del vigente Statuto, senza atten-dere la scadenza congressuale. Infatti, è lo stesso art. 13 che —con norma transitoria — demanda al Comitato direttivo della Cgil il compito di rafforzare le caratteristiche dello Spi come sindacato generale e di varare le conseguenti regole interne.
      Tali regole devono tradurre con una precisa definizione di competenze, di aree contrattuali, di rappresentanza nelle pla-tee congressuali, di scelta cli far vivere nella Cgil, a fianco del-le categorie degli attivi, un sindacato generale dei pensionati e degli anziani.
      Dire sindacato generale vuol significare il rafforzamento della natura orizzontale del soggetto e conseguentemente la sua rior-ganizzazione interna attenta alle specificità. Contemporanea-mente significa cancellare qualsiasi ipotesi di articolazione de-gli iscritti per categoria di appartenenza in fase di attività che non sia di mera logica conoscitiva, funzionale a un positivo rapporto tra il sindacato dei pensionati e le altre categorie.
      Tale ultima indicazione ci sembra corrispondente alla nostra opzione di un sistema previdenziale omogeneo e di allarga-mento della quota dei diritti sociali di cittadinanza. Va però at-tivata, nello Spi, l’anagrafe degli iscritti, che puntualizzi anche il settore di attività, se non altro per prestare la dovuta atten-zione politico-organizzativa a un aspetto dell’interesse previ-denziale di tipo categoriale dell’iscritto destinato a crescere in conseguenza dell’attivazione del sistema pensionistico comple-mentare.
      Dire sindacato generale serve a ribadire l’originale natura del-la più forte organizzazione di pensionati-anziani esistente in Europa: vale a dire la scelta di contrattualizzare, di negoziare la difesa degli interessi della “categoria”. Una scelta che pre-tende una più puntuale descrizione delle materie, dei confini delle aree contrattuali, nonché l’individuazione degli interlocu-tori pubblici e privati ad esse corrispondenti.
      Infine, la scelta del sindacato generale implica l’attenzione verso una più ampia rappresentatività della condizione anziana che però non punti a nessun monopolio della rappresentanza e quindi non perda il suo punto d’ancoraggio fondante, vale a dire il lavoro dipendente. Ovviamente tale caratteristica non deve tendere all’esclusività che sarebbe in contraddizione con le attuali dinamiche del mercato del lavoro e con la necessità di affiancare l’attenzione dei diritti previdenziali (fatto che met-te al centro il tipo di lavoro) quella più complessiva alle condi-zioni di vita.
      La scelta di non indebolire il rapporto con la Cgil non signifi-ca disconoscere l’esigenza di maggiore autonomia, bensì dare risposte a questa all’interno della Confederazione, evitando l’attivazione di processi in grado di approdare a un allentamento del rapporto non corrispondente a quella solidarietà intergenerazionale presente nel nostro bagaglio di valori fonda-mentali. Da tale impostazione generale deve scaturire il nuovo corpo di regole che abbiamo proposto. In particolare le regole devono riguardare le seguenti aree:
      a) Autonomia negoziale. E indispensabile notificare agli interlo-cutori istituzionali quali sono le materie nelle quali il ruolo contrattuale è di competenza primaria del sindacato dei pen-sionati. A titolo di esempio va seguita la strada aperta con il protocollo firmato con il ministro della Sanità in base al qua-le l’interlocutore per l’attuazione del Progetto obiettivo anzia-ni è lo Spi; così come lo deve essere, per il ministro del La-voro e della Previdenza, nell’area della tutela delle pensioni e prestazioni assistenziali in essere. Analogo procedimento va effettuato a livello decentrato al fine di favorire la contratta-zione articolata.
      b)Diritto di proposta sulle questioni attinenti allo Stato sociale. Sulle materie relative a diritti di cittadinanza sociale riferiti alla con-dizione anziana, su scelte di politica sociale in cui preminente sia il ruolo dei pensionati e degli anziani, lo Spi ha un diritto di proposta che la presidenza del Comitato direttivo confede-rale è obbligata a recepire per la messa in discussione nell’or-ganismo.
      c) Diritto alla consultazione. Il sindacato dei pensionati deve esse-re coinvolto nella definizione delle piattaforme contrattuali del-le categorie per i punti relativi alla previdenza complementare e alla mutualità integrativa in campo sanitario allorché inte-ressi anche i lavoratori in pensione.
      Nell’area delle politiche organizzative: si conferma la pari dignità dei pensionati rispetto agli iscritti, secondo quanto stabilito da-gli artt. 1, 3, 4 del vigente Statuto; contemporaneamente si ri-badisce l’esigenza di accordi (condivisi dagli organismi dirigen-ti) per regolamenti congressuali che, al fine di favorire una più adeguata rappresentanza dell’universo degli iscritti, abbassino la quota di diritto dello Spi. Tale quota, così come quella del-la presenza negli organi direttivi delle, strutture territoriali, de-ve però rispettare un minimo prefissato.
      Va ribadita la norma che fissa al 50% la quota obbligatoria di pensionate e pensionati negli esecutivi della categoria, mentre si’ deve generalizzare tutti i membri della segreteria il limite massimo di due mandati congressuali di permanenza nello stesso organo esecutivo Tali scelte sono funzionali all inter scambio di esperienze che ha sempre caratterizzato la nostra Confederazione è che,’ ove attuato, ha dato risultati positivi.
      Altri punti — da definire in un apposito regolamento — devono riguardare il trattamento economico dei pensionati, l’interdizione della continuità semiobbligatoria tra incarichi in categorie e strutture orizzontali e quello nello Spi, appena acquisito il diritto alla pensione, i rapporti finanziari tra Cgil e Spi.
      Infine, compito di questa Conferenza e di rilanciare l’Auser, perché funzionale alle indicazioni del programma approvato a Rimini La scelta di uno strumento di intervento generale per la promozione di Forme associative di volontariato, di mutualità’ e di autogestione di pensionati e di anziani, aperte ai gio-vani e ai lavoratori, corrisponde da un lato all idea di quella W4fare comunity che dobbiamo promuovere come nuova frontiera dello Stato sociale, dall’altro a quella di una società integrata che perseguiamo contro le forme di separazione, esclusione, frammentazione Tale scelta presuppone una particolare attenzione nelle politi che rivendicative e contrattuali del sindacato a tutti i livelli da assegnare appunto allo sviluppo delle nuove forme associative — nelle diverse espressioni — che il sindacato si e voluto da re. In tale ambito va però contrastato un eventuale processo di burocratizzazione dell’Auser per rafforzare invece una struttu-ra “basata sulle “opere” secondo le stesse direzioni individuate dall’assemblea dell’Auser di Ferrara del 13-14-15 maggio.
      Oltre all’attuazione delle delibere statutarie del sindacato pen-sionati, la conferenza è chiamata a confermare alcune scelte strategiche in materia di accorpamenti categoriali. Innanzitut-to, quello relativo alle federazioni della scuola, della ricerca, dell’università. Abbiamo più volte discusso sui modi politici, professionali e di integrazione di funzioni che spingono in questa direzione. Per superare le difficoltà che si sono via via pa-lesate proponiamo che questo processo si avvii sulla base di una contestuale linea di azione: unificare il sindacato della ri-cerca e quello dell’università; dar vita a un coordinamento tra questo sindacato e il sindacato della scuola, come primo passo che porti a una vera e propria federazione.
      Per quanto riguarda i settori della comunicazione, chiediamo a Filpt e a Filis di riprendere lo studio e l’approfondimento cir-ca i nessi tecnologici, produttivi e aziendali che possono porta-re alla costituzione di un sindacato della comunicazione, per poter verificare al congresso le scelte da assumere e i problemi di ordine politico e organizzativo che si possono porre all’in-terno di federazioni che sono già somma di accorpamenti di più sindacati. Sentiamo, infine, l’esigenza di cominciare a di-scutere con i “sindacati interessati le problematiche inerenti al-le possibili politiche di integrazione nel settore dell’energia e in quello del terziario, avendo come riferimento i processi di in-tegrazione in atto e la fisionomia delle specificità aziendali e settoriali che oggi operano in queste aree di attività.

    6. Un punto di riflessione molto attento della nostra discus-sione deve riguardare l’andamento del tesseramento, i li-velli di proselitismo e di adesione alla Cgil. Lo dobbiamo fare, se possibile, non utilizzandolo a fini di polemica interna, ma nello sforzo di capire ragioni e motivi di tendenze che si van-no consolidando nel tempo e alle quali è necessario uno sforzo di comprensione e di respiro più generale.
    I dati sul tesseramento al mese di settembre riferiscono, rispetto allo stesso periodo del 1992, di un’ulteriore flessione tra i la-voratori attivi e un nuovo ancora marcato incremento dei pen-sionati. Centomila sono i tesserati in meno tra i primi, con di-minuzioni per tutte le categorie dell’industria, la Funzione pubblica e la scuola; gli unici segni positivi riguardano il sin-dacato del commercio e quello del credito. I pensionati au-mentano di 130.000 iscritti, superando per la prima volta il numero dei tesserati tra i lavoratori attivi.

      Il dato è rilevante e per questo propone una riflessione alla quale si è dedicato in particolar modo l’Ires e l’osservatorio sul-la sindacalizzazione La grande crescita di adesioni alla Cgil degli anni 70 si Fondava su due caratteristiche concomitanti l’incontro con la figura sociale emergente delle fabbriche a modello tayloristico di produzione, la larga adesione culturale e sociale ai temi dell’egualitarismo, dei diritti e dei poteri che dal mondo del lavoro operaio si diffondeva negli altri lavori e negli altri saperi. Nel 1970 il settore terziario rappresentava il 44% dell’intera occupazione dipendente. Nella Cgil i lavorato-ri dei servizi costituivano il 28% del totale degli iscritti attivi. A distanza di vent’anni, malgrado i mutamenti intervenuti nel-la composizione sociale del lavoro e l’aumento di sindacalizza-zione nei servizi, quello squilibrio rimane inalterato. Nel 1992 il 12,8 % degli iscritti attivi proviene dal settore agricolo che, sull’insieme del lavoro dipendente, pesa per il 4,S°/o. L’indu-stria costituisce il 48,5°/o degli iscritti, con un 15% in più ri-spetto alle divisioni merceologiche di comparto; mentre i lavo-ratori del terziario, che ormai sono la maggioranza del lavoro dipendente, costituiscono soltanto il 38,8% degli iscritti alla Cgil.
      Si tratta di numeri che già danno un’idea precisa di quali sia-no le carenze di rappresentanza della Cgil (e in parte anche del sindacalismo storico), ma che da soli rimangono parziali. 11 mercato del lavoro, infatti, ha subìto trasformazioni qualitative ben più profonde di quelle appena dette. In particolare l’occu-pazione terziaria, oltre ad aumentare, ha sviluppato negli anni 80 caratteristiche originali:

    Ødiminuisce l’importanza dei segmenti tradizionali a maggio-re intensità di manodopera e si sviluppa il settore dei servizi destinati al sistema produttivo e alle comunicazioni (i cosiddet-ti servizi di rete);
    Øproliferano i lavori dipendenti e semiautonomi ad alta spe-cializzazione (consulenti, tecnici, professionals), ma anche quelli dequalificati e atipici;
    Ønascono nuove figure professionali ibride, che oscillano tra lavoro dipendente e attività in proprio, dotate di abilità tra-sversali, spendibili in più campi e settori di attività economica, capaci di sfruttare la richiesta di flessibilità proveniente dal mercato;
    Øinizia, per molti giovani e per le donne (il cui tasso di attività, in soli otto anni, dal 1977 al 1985, passa dal 40 al 65%), la ri-cerca nel terziario di nuove opportunità di lavoro che a volte sono da inventare completamente. Di ciò è complice, natural-mente, anche l’alto tasso di inoccupazione.

        Anche il lavoro industriale si trasforma, principalmente in ra-gione dell’espansione della quota di terziario implicito. Cioè di at-tività di servizio interne all’azienda, che possono essere utiliz-zate, quando il mercato lo richiede, anche verso l’esterno. I mutamenti anzidetti hanno un riflesso immediato sulla Cgil: i] mancato ingresso nelle confederazioni dei lavoratori terziari (e non necessariamente del terziario) porta a un brusco calo di rap-presentatività. Il tasso di sindacalizzazione della Cgil, alimen-tato principalmente da lavoratori che non sono più “centrali”, si riduce in maniera generalizzata, perdendo 4 punti anche nell’industria.
        Ma anche questa spiegazione, che possiamo definire struttura-le, continua ad essere parziale. Alle origini della perdita di iscritti, infatti, vanno posti i percorsi di adesione dei lavorato-ri. La Cgil, sin dalle origini, ha offerto ai propri iscritti e ai la-voratori una serie di incentivi che sono stati da più parti defi-niti come “ideali”. Ci si iscriveva in quanto questo garantiva l’ingresso in una comunità che offre un’identità (politica ma an-che e soprattutto culturale) profonda e condivisa. Questa “of-ferta” prosegue ancora oggi. Le poche analisi condotte recen-temente su questo aspetto della questione mostrano come l’iscritto Cgil prosegua una strada tutt’altro che strumentale nei confronti del sindacato.
      Ciò che costituisce senza dubbio una grande risorsa della Cgil ne è divenuto, al contempo, un limite all’espansione, in quan-to schiaccia il sindacato sul versante dell’ideologia (peraltro in una fase storica di revisione delle culture politiche tradizionali) e, tendenzialmente, esclude larghe fasce di forza lavoro che giudicano la Cgil per come si comporta, per i risultati che ot-tiene, per la democrazia con la quale opera.
      Quanto detto, per inciso, mostra anche quanto sia rischioso pensare a un sindacato che voglia rappresentare soltanto gli iscritti. Ci si ritroverebbe, inevitabilmente, con un’organizza-zione chiusa sulla difensiva, incapace di interagire con le nuo-ve figure presenti sul mercato del lavoro: i tecnici, i giovani, le donne.
      In tutte le ricerche svolte sui lavoratori dipendenti alla doman-da su cosa il sindacato dovrebbe fornire “di più” la risposta più frequente è sempre la stessa: maggiori informazioni. Ed è d’al-tronde logico. Perché la tutela dei propri interessi sia realmen-te efficace è indispensabile disporre degli strumenti per for-marsi un’opinione. Si tratta, evidentemente, non di un’opzio-ne, ma di una richiesta fondamentale, che coinvolge e sotten-de una visione ben precisa della democrazia praticata. E quin-di dall’estensione e dalla razionalizzazione dei flussi informativi che potrà partire un nuovo rapporto tra lavoro e sindacato. Ma’ quest’attività deve essere bidirezionale.
      Troppo spesso la Cgil punta l’attenzione sui lavoratori e gli iscritti soltanto in quanto “grandi aggregati numerici”: i milio-ni di iscritti, dei quali non si conosce né il sesso, né l’età, né al-tro. E evidente che l’approccio quantitativo nello studio dei fe-nomeni sociali non contribuisce, se non in maniera marginale, a creare una visione chiara delle trasformazioni dell’universo che si intende rappresentare. Lo sforzo degli anni a venire do-vrebbe invece essere quello di cogliere, tramite analisi più ri-strette ma in profondità, i mutamenti culturali, di atteggia-mento e le nuove richieste che provengono dal mondo del la-voro. Non è un caso, ad esempio, che “l’anagrafe degli iscrit-ti”, proposta dalla Cgil nella Conferenza di organizzazione del 1983 e mai attuata, fosse pensata come un’enorme banca-dati nominativa.
      Se si dovesse rielaborare oggi quel progetto, sarebbe il caso di attribuirgli una diversa valenza, eminentemente qualitativa. L’esperienza di alcuni sindacati in altri paesi, infatti, dimostra l’enorme beneficio proveniente dallo studio degli iscritti trami-te rilevazioni periodiche e campionarie.
      Il rilancio della sindacalizzazione dovrebbe configurarsi come un processo di reinsediamento sociale della Cgil anziché come semplice risindacalizzazione. Il primo termine, infatti, sottende l’apertura di spazi associativi nuovi. Il secondo, più difensivo, la mera riconquista dei “fortini” perduti. Perché il processo abbia luogo, evidentemente, sono indispensabili alcune condi-zioni, principalmente endogene, che coinvolgono strumenti, politiche e prassi. Schematicamente:

    Øva anzitutto posta la questione dell’apparato sindacale ai fini dell’estensione della sindacalizzazione. Il proselitismo è un’atti-vità considerata “povera”. Molti funzionari e delegati pensano che il lavoro “vero” sia quello politico, vertenziale, della com-posizione degli interessi. Ma un sindacato senza iscritti è anche senza strumenti per svolgere qualsiasi lavoro. Per questo moti-vo va incentivata la ricerca cli nuovi iscritti, sulla base di pro-grammi e progetti che abbiano i requisiti della consistenza e della misurabilità dei risultati e, soprattutto, che coinvolgano i delegati nei posti di lavoro. Se necessario, supportando la loro azione tramite processi formativi. E evidente che gli attuali meccanismi, i quali fissano gli incentivi alle categorie che ac-quisiscono nuove deleghe in maniera automatica e burocrati-co-amministrativa, sono destinati a non incidere in maniera duratura sullo sviluppo della sindacalizzazione;
    Øle nuove professionalità da rappresentare, come detto, espri-mono culture del lavoro molto diversificate. Questi lavoratori spesso chiedono al sindacato una tutela più forte nelle fasi di transizione tra un lavoro e l’altro che non nel momento del la-voro. Qui poco si adatta il modello rigido della tutela catego-riale, per cui si impongono soluzioni diversificate, con forme di associazionismo “trasversali”, che tengano conto più delle dif-ferenze strutturali e geografiche che non di quelle imposte dal-le “maxicategorie” in cui è organizzata la Cgil. Tra l’altro l’esperienza ha insegnato che le grandi categorie tendono a “spersonalizzare” il rapporto associativo e quindi deprimono l’adesione delle figure professionali che rifiutano la massifica-zione;
    Øun sindacato credibile ha un rapporto equilibrato con i lavo-ratori: interagisce con essi di frequente, fornisce informazioni e servizi, ne raccoglie le lamentele e le rielabora sotto forma di rivendicazioni possibili. Attività questa che non può essere demandata soltanto agli incontri assembleari;
    Øè necessario ridefinire i termini del rapporto associativo. Chi si iscrive al sindacato (e quindi ne finanzia l’azione) deve ave-re una contropartita, in termini di ruolo decisionale e di pote-re reale. E deve anche avere la possibilità, non soltanto teori-ca, ma basata su regole certe, di accedere a incarichi tempo-ranei di dirigenza sindacale, almeno laddove non è di fonda-mentale importanza l’esistenza di un apparato dotato di carat-teristiche di stabilità. Questo tra l’altro favorirebbe: a) il ri-cambio continuo dell’apparato senza il rischio della creazione di ceti sindacali inamovibili; b) la presenza nel sindacato di esperienze, culture e professionalità diversificate; c) la presenza nei posti di lavoro di un certo numero di delegati che hanno acquisito una significativa esperienza sindacale.

      Va detto che la Cgil dispone già delle regole basilari per at-tuare quanto detto. Si tratta di applicarle davvero. In alcuni casi, infatti, decisioni già prese non sono state attuate. Il tesse-ramento continua a esser nella prevalenza dei casi un fatto di ordine burocratico e finanziario. Non abbiamo fatto la campa-gna di tesseramento a tappeto con rifacimento delle deleghe che avevamo stabilito di fare; pochi sono i delegati che si oc-cupano di tesseramento. La stessa contraddittoria esperienza dei coordinamenti di soggetti espressione di specificità, diritti, aree sociali e professionali ha, finito per condizionare i proget-ti di reinsediamento e le forme della rappresentanza. Scontia-mo l’assenza di una politica rivolta ai giovani, un apporto epi-sodico con gli studenti, le difficoltà incontrate con i comitati per il lavoro e i centri di informazione disoccupati.
      La conferenza di organizzazione deve essere l’occasione per fa-re un bilancio dell’azione dei coordinamenti, da quello femmi-nile al coordinamento lavoratori immigrati, da quello dei por-tatori di handicap a quello dei lavoratori delle piccole e medie imprese e dell’artigianato.
      Questa verifica deve portare, aldilà della diversità delle espe-rienze e dei risultati maturati, a una prima scelta ben definita:
      queste forme di aggregazione, questi soggetti di rappresentan-za individuale e collettiva, vanno rafforzati nel potere di pro-posta, nell’assunzione dei vincoli che ne discendono nei pro-cessi decisionali dell’organizzazione, nella difesa della loro au-tonomia. Costituiscono parte integrante dei pluralismi che compongono la Cgil e fattore decisivo per l’affermazione di un sindacato dei diritti e della solidarietà.
      Un sindacato che non può che ripartire continuamente dal di-ritto all’eguaglianza dell’opportunità, dai titoli di accesso e dai percorsi della cittadinanza sociale, e insieme dal diritto a vede-re affermato il rispetto delle proprie differenze umane, cultura-li, etniche e di genere.
      Al Congresso di Rimini la Cgil ha assunto il perseguimento di un sindacato di donne e di uomini come la priorità di tutta l’organizzazione e il pieno riconoscimento e la valorizzazione della differenza di genere come valore costitutivo di un nuovo sindacato generale. Si è cercato, con l’introduzione della nor-ma antidiscriminatoria, il riconoscimento statutario delle forme di autorganizzazione delle donne della Cgil e dei coordinamenti come sedi di relazione politica e di confronto tra le va-rie esperienze e percorsi individuali e collettivi, di rendere vin-colanti i comportamenti di ogni struttura nel proprio modo di essere, nei contenuti dell’azione sindacale e nella coerenza del-le scelte.
      La presenza sempre più rilevante di donne dirigenti a pieno ti-tolo nell’organizzazione ne rappresenta un primo risultato che va iscritto alla tenacia con la quale le compagne hanno con-dotto la battaglia politica per cercare di rendere credibile un processo di autoriforma della Confederazione.
      Nelle Camere del lavoro, nelle categorie, nelle strutture regio-nali sino agli organismi confederali nazionali la presenza delle compagne ha raggiunto una significativa rilevanza. A questa accresciuta presenza, però, non fa ancora riscontro una vo-lontà politica di assunzione della centralità delle politiche pro-poste dai bisogni e dagli interessi delle donne nel mondo del lavoro. I coordinamenti e il coordinamento nazionale hanno svolto un ruolo essenziale nel porre a tutta la Cgil l’esigenza di ripensare a un sindacato dei soggetti, dei diritti e delle solida-rietà, non come tentativo ricorrente di declinare “al femmini-le” delle politiche e delle scelte sulla composizione dei gruppi dirigenti, ma come esigenza di cambiamento del sindacato per tutti, ridefinendo così anche i rapporti sui quali questa confe-renza è chiamata a decidere, fra democrazia degli iscritti e rappresentanza.
      Il rispetto della norma anticliscriminatoria e la sua gestione, at-traverso il passaggio graduale dalla cultura e dalla pratica del-la “quota”, è un obiettivo che richiede ancora un ruolo attivo dei coordinamenti stessi, affinché le difficoltà dell’attuale tran-sizione verso una riforma del sindacato non finiscano per pe-nalizzare e bloccare un processo di democrazia formale e so-stanziale che deve ancora essere compiuto.
      Ciò va perseguito e allargato ai comitati degli iscritti e alle nuove rappresentanze sindacali unitarie ed è un vincolo per quanto riguarda i comportamenti della Cgil. Per tale ragione i coordinamenti mantengono, allo stato attuale, tutta la loro ri-levanza come sedi autonome di elaborazione, consultazione, proposta e iniziativa specifica in grado di dar voce al plurali-smo esistente tra le donne.
      Allo stesso modo — sia pure su un altro terreno — va soste-nuto il progetto di dar vita all’associazione dei quadri, delle al-te professionalità e delle funzioni direttive, promosse dalla Cgil. L’obiettivo è quello di avere una sede e un organismo che, sen-za togliere prerogativa alle categorie, sappia costituire un pun-to di aggregazione e di riferimento per un’area professionale di grande interesse e importanza per noi e per le nostre politiche. Forse non è esatto affermare — come pure spesso facciamo —che queste figure sono del tutto esterne al nostro lavoro con-creto e alla nostra rappresentanza. Ma certo scontiamo un modo episodico, altamente occasionale, nel sistema di relazio-ni, nell’apporto di competenze, nell’attenzione dovuta ai pro-blemi professionali e di ruolo, di responsabilità e autonomia. Per questo l’associazione deve consentire di superare ritardi e incomprensioni e, attraverso il rapporto di affiliazione, stabili-re un’occasione di lavoro comune tra la Cgil e una realtà im-portante nella vita delle aziende e della pubblica amministra-zione.
      Più complesso, allo stato, è tentare un bilancio univoco delle esperienze compiute dai comitati per il lavoro e dai centri di informazione disoccupati. Diverse le esperienze, diversi i risul-tati, diverse le valutazioni che le strutture danno del lavoro compiuto. Vanno rafforzate e potenziate le scelte a suo tempo fatte in questa direzione o i limiti incontrati testimoniano di una scelta che non è in grado di produrre risultati concreti? E in questo caso quali soggetti vanno messi in campo, quali for-ze utilizzare per aggregare e far pesare la rappresentanza dei disoccupati, degli inoccupati, dai lavoratori in cassa integrazio-ne o in mobilità?
      E ancora: verso il mondo dei giovani, di quelli che studiano, di quanti hanno problemi di orientamento e di informazione, di quanti lavorano nelle forme occasionali, precarie, a sottosalario e diritti dimezzati, quali forme di aggregazione sviluppare, quali servizi, quali reti informative, formative di collegamento? Quale ruolo per “Tempi moderni” e quale il giudizio del la-voro che i giovani hanno fatto con noi? Una discussione orga-nica, capace di coinvolgere l’insieme delle nostre strutture e di indicare proposte e soluzioni, ancora non è stata compiuta: in-dicazioni sono venute dall’assemblea nazionale dei comitati per il lavoro e dei Cid, altre devono venire dalla nostra discus-sione, che deve svolgersi senza schematismi, senza pregiudizia-li e senza apriorismi ideologici.
      Per ultimo avvertiamo l’esigenza di ripensare al rapporto tra il lavoro sindacale e il mondo dell’associazionismo, del volonta-riato, l’area della povertà estrema e delle nuove povertà, la de-vianza e la marginalità sociale. Bisogni importanti, diritti fon-damentali richiedono un rapporto più organico tra l’azione del sindacato, i suoi valori di solidarietà, e il lavoro che viene svolto nei quartieri, centri sociali, di assistenza, di aiuto, di pro-mozione di diritti e di accessi alla tutela sociale e di legge.
      Questo è proprio un campo in cui unitariamente con Cisl e Uil dobbiamo essere in grado di qualificare un impegno unita-rio e definire una strategia compiuta fatta di scambi e di espe-rienze di sinergie tra vertenze, servizi da fornire e funzioni di tutela. Senza collateralismi di organizzazione, senza improvvisazioni, senza ricerca di singoli primati.
      La solidarietà deve valere per tutti allo stesso modo e la soli-darietà di tutti può segnare in maniera fondamentale l’espe-rienza del rinnovamento e dell’unità del sindacato.

    7. Il terzo punto del nostro progetto di autorifornia riguar-da le politiche nel campo dei servizi. L’analisi delle realtà, dei cambiamenti intervenuti nei bisogni e nelle domande dei soggetti che rappresentiamo porta alla conclusione che una concezione moderna del ruolo del sindacalismo confede-rale si definisce attorno a due funzioni fondamentali: quella di rappresentanza politico-contrattuale e la funzione di erogazio-ne di servizi.

      Una parte rilevante dei nostri quadri, che hanno competenze e professionalità nei settori della sicurezza sociale, del fisco, del diritto del lavoro, di quello civile e amministrativo, è al lavoro tutti i giorni per rispondere alle domande di assistenza e di consulenza che provengono da iscritti, pensionati, immigrati, cittadini.
      Anche per questo la funzione di erogazione di servizi non può più essere concepita come aspetto importante, ma in fondo se-condario, del lavoro della Cgil: ma come funzione strategica della rappresentanza, del modo di essere del sindacato genera-le. Questo è il punto politico di fondo che la conferenza deve assumere e sviluppare nelle due direzioni di lavoro fondamen-tali: quella dell’integrazione tra attività di servizio e ruolo del-le categorie; quella della specializzazione e djfferenziazione, operati-va, funzionale e gestionale, tra strutture dedicate ai servizi e strutture di rappresentanza politico-contrattuale.
      Scegliere con coerenza la prima direzione di lavoro vuol dire innanzitutto che le categorie devono riappropriarsi di una funzione di base di assistenza, tutela, informazione verso iscrit-ti e lavoratori, perché qui nasce la prima possibilità di dare risposte; e poi vuoi dire che una progressiva funzione specialisti-ca, in campi via via più complessi e tecnici, deve completarsi attraverso le strutture specializzate che abbiamo costituito. L’Inca, i Caaf, gli uffici vertenze e, attraverso una convenzio-ne, il Sunia
      Lavorare bene e in coerenza con la scelta della differenziazione operativa e di funzionamento vuoi dire, a sua volta, non concepire le strutture di servizio come corpi separati o come imprese di servizio in senso stretto, giacché sono e restano strutture promosse e in gran parte gestite dai sindacato: ma ri-spettarne autonome modalità di funzionamento e di gestione. I fattori di successo di una struttura di servizio riposano nella qualità e professionalità delle risorse umane impiegate, nella funzionalità delle reti e procedure di collegamento, nel giusto. grado di integrazione con le categorie, nella necessaria vertica-lizzazione di funzionamento, nella diffusione di una specifica cultura del servizio Vuoi dire scegliere e premiare in ragione dei risultati, vuol dire formare e aggiornare, vuol dire traspa-renza, rispetto degli obblighi di legge, valorizzare il vincolo dell’equilibrio finanziano, gestionale e di bilancio.
      La conferenza nazionale dei servizi della Cgil sarà la sede giusta per riprendere questa impostazione strategica e specificare meglio le conseguenze operative, utilizzando le proposte che provengono dalla riforma dell’Inca e le, esperienze compiute nel campo dei servizi fiscali e in quello del riconoscimento dei diritti contrattuali e legali connessi al rapporto di lavoro.
      Ma, anche qui, possiamo e dobbiamo chiedere alla Cisl e alla Uil di compiere assieme questo lavoro, di mettere fine a una pratica di competizione e concorrenza che finisce per essere poco attenta ai diritti e alle domande di tutela che provengono dal mondo del lavoro, dai pensionati, dai cittadini. Per spreca-re risorse, per duplicare e triplicare strutture, modelli operativi, attività.
      Se compiamo fino in fondo, la scelta di dotarci di una moder-na cultura dei servizi, questo aiuterà a superare anche i limi-ti e le approssimazioni con cui gestiamo la rete dei servizi in-terni all’organizzazione, dall’informatica ai sistemi informati-vi, formativi e di comunicazione, dalla gestione del patrimo-nio a quella dei flussi finanziari. Dobbiamo evitare l’errore di confondere le esigenze del decentramento e della giusta’ “auto-nomia gestionale di ogni struttura con la necessità di assicu-rare uniformità delle procedure, degli standard tecnici e or-ganizzativi, delle’ modalità operative. Dal momento che le prime vivono solo se si affermano le seconde, se si rifugge dal-la logica del far da sé, indipendentemente dal resto dell’orga-nizzazione o, per l’altro verso, se sapremo evitare di ripro-porre, nel nome dell’uniformità delle procedure, tentativi di accentramento politico e operativo che sono in contrastò con l’indirizzo generale di valorizzare autonomia, flessibilità di so-luzioni, responsabilità diffuse.

    8. L’esigenza di mettere mano fino in fondo al processo di decentramento, le implicazioni che derivano da questa nuova cultura dei servizi, la necessità di rendere più razionale ed efficiente il nostro lavoro e infine le difficoltà finanziarie che coinvolgono la grande maggioranza delle strutture della Cgil sono tutti motivi che spingono verso una riduzione degli appa-rati, una loro diversa qualificazione e formazione, l’apertura di maggiori spazi per l’attività volontaria e collegata all’esperien-za di lavoro.

      Dai primi dati che emergono dai censimento dell’apparato sin-dacale della Cgil svoltosi nel 1992 si delineano tendenze e se-gnali di qualche importanza e insieme si precisano numeri, collocazioni, forme precise di rapporti di lavoro. In particolare registriamo che il 25% dei funzionari è dipendente del sinda-cato, che il 20% ha un rapporto di collaborazione, un altro 20% è distaccato in base alla legge 300 e il resto diviso tra cu-muli di permessi e distaccati dal pubblico impiego (questi ulti-mi per il 10%). La presenza femminile è complessivamente il 30% del totale, il 20% delle segreterie, il 75% dell’apparato tecnico.
      Dal confronto, con il censimento dell’85 emergono queste ten-denze di fondo: l’età media dell’apparato è passata dai 39 ai 42 anni, e si riduce la presenza di quadri con età inferiore ai 35 anni; aumenta percentualmente il pesò delle funzioni tecni-che rispetto a quelle politiche e di segreteria; aumenta la pre-senza’ “delle donne che nell’85 costituivano in media il 2O% dell’apparato, aumenta il titolo di studio dei nostri quadri, mentre diminuisce il numero di quanti sono iscritti a un parti-to politico.
      E evidente che l’importanza di questi dati e tendenze consiste non solo nella fotografia che fa di noi stessi, ma nelle indica-zioni “che essi offrono alla politica di riduzione, mobilità e qua-lificazione delle risorse umane che oggi compongono una par-te rilevante del nostro lavoro e della nostra organizzazione E costituiscono il riferimento per le scelte già decise e quelle che si dovranno prendere per una rinnovata fisionomia della Cgil in cui si riduce il peso delle funzioni burocratiche, le si dislo-cano coerentemente con il bisogno di autoriforma e di decen-tramento, sì qualificano competenze, professionalità e funzioni.,
      9. L’ultimo e più complesso punto del nostro progetto di autoriforma riguarda la democrazia interna dell’organiz-zazione, le regole della sua vita. Tra i tanti obiettivi del nostro rinnovamento questo, forse, e quello che suscita più attenzioni, più attese, più dibattito, più problemi.
      Il passaggio da un Cgil fondata sul primato delle componenti di derivazione partitica e una Cgil che definisce appartenenze e comportamenti in base al primato dei contenuti politico-pro-grammatici si deve poggiare su un nuovo modello di demo-crazia interna in grado di sostenere l’idea di un sindacato ge-nerale garante di una solidarietà tra diversi e quindi capace di mediare nella trasparenza interessi, culture e soggettività di-verse.
      La ricerca di un rinnovamento reale della nostra vita deve quindi avere come riferimento da un lato il consolidamento della scelta fatta a Rimini e dall’altro un esercizio democratico “diffuso, fatto di coinvolgimento degli iscritti, di poteri degli or-gani deliberanti, di efficacia nel funzionamento degli esecutivi, di diritti e doveri dei gruppi dirigenti nell’attuazione dei vinco-li di mandato verso le controparti.
      Un modello democratico che non contraddica le ispirazioni della legge di iniziativa popolare che abbiamo sostenuto e che preveda precise sanzioni in caso di inadempienze gravi e di comportamenti scorretti nei confronti delle decisioni dell’orga-nizzazione.
      Il pluralismo degli interessi, delle rappresentanze dei soggetti, delle aggregazioni politiche programmatiche va salvaguardato come risorsa e ricchezza della Cgil. Ma insieme va affermata l’unicità, della Cgil e delle linee e scelte strategiche che assume. Il congresso è la sede sovrana di queste scelte e il confronto tra le diverse posizioni trova qui la legittimazione democratica più piena e risolutiva. Le posizioni e le linee che si affermano de-mocraticamente nel “congresso, a congresso finito, sono le scel-te che, vincolano e orientano l’insieme della Cgil, e che i grup-pi dirigenti, indipendentemente dalle posizioni sostenute in pie-na legittimità, hanno il dovere di attuare.
      Possiamo discutere tra di noi, come abbiamo fatto, a lungo, se le divisioni congressuali intorno alle diverse mozioni. vadano c9nsiderate come atto permanente della dialettica interna tra un congresso e l’altro o fatto destinato a essere superato a con-gresso finito: ma è in ogni caso evidente che sui singoli proble-mi nel tempo le aggregazioni che si determinano possono es-sere diverse, come sempre è avvenuto anche quando c’erano le componenti di partito, che questa scelta non può che essere il risultato di volontà convergenti e reciprocamente verificate, e che la dialettica tra maggioranze e minoranze diventa un’altra cosa quando porta alla contrapposizione tra una maggioranza che governa e una minoranza che diventa o si dichiara oppo-sizione. In questo caso, onestamente, vale il principio per cui non si può essere allo stesso tempo partecipi del governò e sog-getti di opposizione. In questo caso — se non fosse così — si avrebbe, come abbiamo avuto in questi anni, un’organizzazio-ne lacerata, con parti contro altre parti, con l’offuscamento di linee e di propositi, con la babele dei linguaggi, con l’indeboli-mento, interno ed esterno, dell’azione contrattuale, rivendica-tiva e di ruolo della Cgil.
      Resta da sé che, negli scenari nuovi che si aprono, nelle re-sponsabilità a cui la Cgil sarà chiamata a rispondere, innanzi-tutto verso i propri iscritti, di tutto abbiamo bisogno fuorché di un’organizzazione senza una linea e senza la forza necessaria per sostenerla.
      Detto questo, il problema di fondo che abbiamo di fronte a noi è quello di superare per davvero i limiti che la presenza del vecchio modello e le sperimentazioni che a Rimini abbiamo avviato con difficoltà e incertezze propongono. Dobbiamo con coraggio misurarci tutti con la costruzione materiale formale della nuova Cgil, rompere con la logica dei garantismi, delle vecchie appartenenze, delle cooptazioni a senso unico; supera-re funzioni e procedure poco democratiche e ogni tentativo di misurare e variare le presenze negli organismi e nelle segrete-rie a seconda delle fortune elettorali di questo o quel partito. Per compiere questo salto e vincere la sfida decisiva per il fu-turo della Cgil, il suo profilo democratico e realmente plurali-stico, dobbiamo utilizzare il periodo che ci separa da qui al congresso per mettere mano e definire, in misura più unitaria possibile, la fase di ricerca necessaria per la definizione di un progetto compiuto e convincente.
      Al riguardo molte suggestioni e molte proposte sono presenti nel nostro dibattito. Come far pesare di più gli iscritti nella composizione di organismi ed esecutivi; come generalizzare i comitati degli iscritti; che tipo di collegio elettorale usare e quali correttivi per la rappresentanza dei pluralismi professio-nali e dei soggetti; come garantire a ognuno il diritto di essere candidato ad esercitare ruoli di direzione; come e da chi far eleggere i comitati direttivi, le segreterie, i segretari generali. Quello che è necessario innanzitutto stabilire, prima di poter decidere con chiarezza tra le diverse ipotesi, è convenire su po-chi, semplici princìpi; il metodo democratico del voto va reso agibile con regole universali ed esigibili a tutti i livelli; i collegi elettorali vanno definiti tenendo conto dei pluralismi professio-nali, dei soggetti, delle piccole realtà di lavoro e delle norme antidiscriminatorie; il riferimento politico programmatico va assunto come unico metro per definire aggregazioni e le liste dei candidati conseguenti; il governo dell’organizzazione va reso autorevole con la chiarezza dei mandati programmatici, con la loro verifica costante, con la piena legittimazione de-mocratica dell’esercizio della rappresentanza, con la comple-mentare distinzione di ruoli tra poteri degli organismi direttivi e quelli degli organi esecutivi.
      Se si conviene su questi principi, la ricerca che si deve aprire a partire da questa conferenza sugli strumenti e le scelte più ido-nee diventa forse più agevole, e va compiuta tenendo conto che su taluni di essi è abilitato a decidere il Comitato direttivo e su altri il Congresso nazionale, alcuni attengono a quello che sarà il futuro regolamento congressuale e, altri, alle delibera-zioni del congresso.
      Già da ora registriamo un consenso diffuso su due innovazio-ni importanti: il superamento della carica dei segretari genera-li aggiunti, che nelle strutture più complesse andranno sostitui-ti da vicesegretari aventi funzioni vicarie del segretario genera-le; istituzione del tesoriere che, sul modello di molti sindacati europei, assicurerà una responsabilità diretta nell’uso delle ri-sorse e nella gestione del patrimonio, distinta dai ruoli di dire-zione politica e da essi autonomo, rispondendo direttamente del suo operato o al congresso, o al Comitato direttivo.

    10. Per l’insieme di questi motivi, per l’ampiezza e l’ambizione del nostro disegno di rinnovamento, spetta un ruolo importante alla discussione e alle conclusioni della con-ferenza. Essa non ha poteri deliberativi, ma da qui potranno e dovranno uscire gli orientamenti generali e di merito su cui si pronuncerà il Comitato direttivo della Cgil per le deliberazio-ni che riguardano le regole del nostro funzionamento, le scel-te finanziarie, i processi operativi, le sperimentazioni da “adot-tare, l’attuazione prima di trasferimento di poteri e di crescita della partecipazione democratica; e sui quali poi il Congresso nazionale sarà chiamato alla riforma e alla modifica dello Sta-tuto.

      La conferenza si apre in uno dei momenti più difficili della sto-ria del paese. Crisi sociale, economica, di valori, crisi istituzio-nale, crisi della rappresentanza politica, manovre inquietanti come le bombe di Firenze, Milano, Roma o come quelle che hanno per obiettivo il presidente della Repubblica. Noi sap-piamo che quello che si muove attorno a noi si muove anche dentro di noi e che noi rappresentiamo una grande risorsa per rinnovare la vita del paese e per questa via consolidare istitu-zioni e democrazia. Non da soli, certamente. Insieme con Cisl e Uil, insieme con quei milioni di lavoratori, pensionati, giova-ni che si battono per un nuovo risorgimento morale e civile, politico e istituzionale del paese.
      Giustamente non nascondiamo le nostre difficoltà, i nostri ritardi, i nostri errori. Siamo impietosi nella denuncia di quello che non va; scontiamo anche noi gli effetti di una pratica con-sociativa che talvolta ha finito per offuscare la nostra autono-mia, il nostro ruolo e, in pochi casi, anche qualcosa in più. Ma non dobbiamo dimenticare che abbiamo l’assoluta volontà di fare i conti con questo e di cambiare. Che ci guida, insieme con i tanti dirigenti, quadri, iscritti delle altre confederazioni, associazioni e movimenti della società, un’etica forte di giusti-zia, eguaglianza, solidarietà. Sia quando risponde all’elementa-re senso di dare un giusto scopo alla propria vita, sia quando si nutre di valori di fede e di grandi insegnamenti ideali.
      Soprattutto non possiamo sfuggire a un fatto e a una responsa-bilità: ai molti che guardano a noi e si rivolgono a noi, per af-fidare una domanda, un bisogno, una scelta di fiducia e di im-pegno. È a loro che dobbiamo saper rispondere; ed è per loro che non possiamo sempre e soltanto rinchiuderci in noi stessi, nei nostri problemi, nelle nostre polemiche. C’è un tempo del. la discussione e un tempo delle scelte. Soprattutto siamo chia-mati, come molte volte nella nostra storia, a dare il nostro contributo al rinnovamento della vita democratica del paese.