Confederazioni sorprese dal rilancio del ministro

09/12/2003

    08 Dicembre 2003
    retroscena
    Roberto Giovannini

      COL CORTEO DI ROMA SI E’ CHIUSA LA FASE DELLE SCHERMAGLIE A DISTANZA

        Confederazioni sorprese dal rilancio del ministro
        Il dubbio: l’offerta di un incontro in settimana apre nuovi spazi
        per un reale confronto o sancirà la rottura definitiva tra le parti?

        ROMA
        MA alla fine, la convocazione del ministro Roberto Maroni arriverà davvero?», si chiede retoricamente (ma fino a un certo punto) un importante sindacalista della Cgil. L’annuncio del titolare del Welfare – un incontro governo-sindacati per mercoledì, dopo mesi di polemiche e confronti per giornali interposti – ha colto inizialmente un po’ di sorpresa i dirigenti delle tre confederazioni. E’ stato accolto come uno spiraglio per un possibile avvio di un vero negoziato da coloro (specie nella Cisl) che temono che l’arroccamento sindacale possa portare a un’approvazione spedita della riforma delle pensioni, e ovviamente con sospetto da quelli (specie nella Cgil) che invece puntano sui tempi lunghi, convinti che più passano i giorni e meno probabile si farà il varo della delega. La giornata di ieri, da questo punto di vista, è stata importante, con la risposta particolarmente secca e «unitaria» del leader della Cisl Savino Pezzotta alle dichiarazioni di Maroni. Pezzotta ha detto che trattare va bene, ma che la delega del governo non può essere la base di partenza di un confronto, e ha ribadito che l’Esecutivo «non può illudersi di dividere il sindacato sulle pensioni». Sembra quasi di sentire parlare – si fa anche fatica a crederlo, ripensando alle aspre polemiche di pochi mesi fa tra le confederazioni di Via Po e di Corso d’Italia – il leader Cgil Guglielmo Epifani.
        Comunque sia, il fine settimana appena trascorso, segnato dal megacorteo sindacale e dall’annuncio di Maroni, sembra concludere (finalmente, si potrebbe dire) una lunga fase di schermaglie a distanza. Forse, si inizia a discutere davvero. Il ministro ha spiegato che volendo si può fare presto, perché sia i sindacati sia l’Esecutivo conoscono perfettamente obiettivi, priorità, concessioni possibili e materie non trattabili per la controparte. Sulla carta, si rischia che l’incontro – viste le pregiudiziali ribadite con tanta determinazione in queste ore dai contendenti – possa durare pochissimo, giusto il tempo necessario per constatare le divergenze e salutarsi. E’ però possibile che al tavolo negoziale il ministro preferisca evitare di cominciare subito a discutere di contenuti, ma si limiti ad impostare le modalità del confronto. Più sarà ampio l’ambito delle questioni da discutere, e più forza avranno i sindacalisti che sostengono che trattare si può; al limite, anche sui temi più scottanti affrontati nel testo della delega previdenziale presentato in Parlamento, come l’età pensionabile. Il problema, affermano i sindacalisti «dialoganti» presenti in Cisl, è che l’Esecutivo deve ricostituire le condizioni minime per un rapporto «normale» col sindacato, dopo mesi di fatti compiuti e di scelte giudicate poco meno che provocazioni. E ancora, il governo deve rendersi conto che non può perseguire ancora la strada della divisione del sindacato, esaltando una presunta «ragionevolezza» di Cisl e Uil, senza offrire nulla in concreto.
        Vedremo se Maroni avrà modo di rafforzare l’ala sindacale più disponibile al negoziato, o se invece darà nuovi argomenti a chi pensa che dietro la convocazione ci sia soprattutto un intento tattico. Non è infatti chiaro quanto spazio di manovra abbia a disposizione il governo per mettere in moto un vero negoziato: un negoziato che comunque richiederebbe tempo, e qualche concessione significativa nei confronti del sindacato, che per adesso sembra decisamente ostile a una strategia di «aggiustamento» della proposta del governo. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha fatto della riforma previdenziale dal 2008 l’architrave della sua strategia di politica economica e di finanza pubblica, soprattutto nei confronti dell’«opinione pubblica» degli operatori dei mercati finanziari internazionali: difficile immaginare una marcia indietro, a meno di una sconfessione drammatica del titolare dell’Economia. La maggior parte degli osservatori continua a scommettere sulla forza di Tremonti, che finora in tutte le occasioni ha sempre fatto prevalere il suo punto di vista quando erano in gioco scelte fondamentali. Lo sa bene Gianfranco Fini, che ha visto la sua «cabina di regia» economica estiva durare lo spazio di un mattino. Tuttavia, nella maggioranza sono in tanti – soprattutto in Alleanza Nazionale e nell’Udc – a spingere con discrezione ma con continuità per una soluzione negoziata.
        A dire il vero, nel partito di Marco Follini, qualche idea per una possibile soluzione di «mediazione» già c’è. Entro giovedì dovranno essere presentati in Commissione Lavoro del Senato gli emendamenti al testo della delega, e l’Udc ha già messo a punto qualche proposta di modifica. La più gettonata, quella che prevede una graduazione più morbida dell’aumento a 40 anni dell’età contributiva minima per andare in pensione di anzianità, andrebbe di fatto benissimo sia a Maroni che a Tremonti: ma non va bene alla Cisl, che sondata nei giorni scorsi ha replicato con un irrigidimento della sua linea. Gianfranco Fini, che aspetta il momento giusto per autocandidarsi a Grande Pacificatore Sociale prendendo in pugno il negoziato, è disposto ad andare oltre, mettendo sul tavolo un po’ di risorse e soprattutto la promessa di una rinnovata stagione di concertazione col sindacato. Una musica che piace molto poco a Tremonti e alla Lega di Umberto Bossi.
        Tutto dipenderà dall’esito della verifica politica nella maggioranza, che presumibilmente anche di pensioni dovrà occuparsi. Le opzioni più ovvie sono tre: andare a uno scontro sociale col sindacato e rischiare di perdere voti in primavera. Oppure, scegliere una strada più pragmatica, e far fare alla delega previdenziale la fine della riforma dell’articolo 18, finita su un binario parlamentare praticamente morto? Oppure ancora, imitare quanto fece il ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi, Lamberto Dini: ricominciare da capo, e firmare un accordo generale condiviso col sindacato. Tanta nebbia e tante incertezze. Ne avremo tutti qualcuna in meno dopo mercoledì.