Confcooperative, una fortezza di affari

24/07/2003



Giovedí 24 Luglio 2003
COMMENTI E INCHIESTE


Confcooperative, una fortezza di affari


MILANO – San Luigi ha fatto il miracolo. Così, nel mondo della cooperazione, viene definita l’operazione di recupero condotta in prima persona dal presidente della Confcooperative, Luigi Marino, per limitare i danni dopo le sortite iniziali del governo Berlusconi, che appariva determinato a chiudere mezzo secolo di leggi e leggine a favore delle coop voltando pagina definitivamente. Il rischio era grave soprattutto perché nel Centro-destra, e per la verità non soltanto tra i partiti della nuova maggioranza, l’opinione più diffusa aveva come cardine l’equivalenza tra movimento delle cooperative e sinistra parlamentare. Non solo. Le coop erano considerate il vero polmone finanziario dei Ds, che dal quartier generale di Bologna e dalle roccaforti dell’Emilia-Romagna procurava ossigeno all’intero partito. A quel punto Marino è partito lancia in resta, confermandosi esponente di spicco della razza romagnola ma di una razza un po’ diversa da quella diessina.
Il presidente delle cooperative bianche, nonostante abbia traghettato l’organizzazione dalla Prima alla Seconda Repubblica nel nome dell’autonomia dai partiti, mantiene radici forti nel variegato mondo della ex Dc. A partire dal presidente della Camera, Ferdinando Casini (bolognese come Marino e suo amico da sempre), dal segretario della Udc, Marco Follini, e dal presidente della commissione attività produttive, il deputato Bruno Tabacci.
Da loro è partita la tela tessuta dal presidente di Confcooperative per neutralizzare il grande attacco berlusconiano, ma la mobilitazione è stata davvero a tutto campo toccando il cuore della stessa Forza Italia come di Alleanza nazionale. E il risultato finale è stato assolutamente soddisfacente. Certo le super agevolazioni fiscali su cui le coop hanno sempre contato appartengono ormai al passato, così come tutto il pacchetto di norme tagliate su misura è in via di ridimensionamento. Tuttavia, rispetto alle premesse, San Luigi ha fatto il miracolo di limitare i danni. E può continuare a regnare contando su amicizie importanti. Alcune, per un bolognese doc, assolutamente prevedibili, come quella con il concittadino Piero Gnudi, l’attuale presidente dell’Enel. Altre più sorprendenti, come i rapporti eccellenti con Luca Cordero di Montezemolo, una amicizia consolidata nell’impegno comune alla guida della Fiera di Bologna (di cui Montezemolo è presidente e Marino il vice).
Un consiglio blindato. Tutto contribuisce a rendere inattaccabile la leadership del presidente, che governa un mondo fatto da quasi 18.500 imprese e oltre 2,7 milioni di soci, in continua crescita nonostante le difficoltà della crisi economica. Basta considerare, in proposito, che nel 2002 il giro d’affari complessivo è salito a circa 38,6 miliardi di euro, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e il numero degli occupati ha sfiorato quota 372 mila, con una crescita superiore all’8 per cento. Otto settori rappresentano l’ossatura dell’organizzazione: dall’agroalimentare alle cooperative dell’abitazione, dal consumo al lavoro e servizi, fino a cultura, turismo, sport, a mutue, pesca e solidarietà. E la mappa è completa aggiungendo la galassia delle banche di credito cooperativo. L’intero mondo delle cooperative bianche è governato da un consiglio pressoché blindato composto da fedelissimi di Marino, tra cui spiccano i vicepresidenti, ognuno in rappresentanza delle roccaforti territoriali in Trentino (Pierluigi Angeli), Sicilia (Gaetano Mancini), Lazio (Carlo Mitra) e Veneto (Olga Pegoraro). Un quinto, Giovenale Gerbaudo, piemontese, isola del Partito popolare (il Ppi, di cui è stato parlamentare, eletto nel 1994) nel mare dei simpatizzanti della Udc di Casini, è stato eletto giovedì 17 luglio. Gli uomini chiave dell’organizzazione, in particolare, risultano due: il segretario generale, Vincenzo Mannino, e il direttore organizzativo centrale, Giuseppe Maggi. Mannino è l’uomo delle relazioni con il Parlamento e con il governo per tutto quanto riguarda le norme che regolano la vita del mondo cooperativo, grande esperto di leggi e diritto societario. La sua marcia di avvicinamento a Confcommercio parte da Comunione e liberazione, con cui mantiene legami importanti anche se, negli ultimi tempi, la Compagnia delle opere, braccio secolare del movimento, ha preferito giocare in proprio. Maggi è il punto di riferimento della macchina organizzativa, informato di tutto e di tutti, perfino a livello di qualche pettegolezzo. È lui che, sempre molto attento e documentato, tira le fila delle federazioni territoriali e di categoria. L’obiettivo, non sempre facile da raggiungere, è di smentire la convinzione più diffusa e cioè che la lobby dei bolognesi tiene saldamente in mano le redini della confederazione lasciando poco spazio agli outsider. Una convinzione che ha eccezioni significative, come la nomina recente di un lombardo, Maurizio Ottolini, direttore della Confcooperative di Mantova, a commissario di Modena, uno dei centri di maggior potere, diviso da rivalità e incomprensioni. Ottolini è amico di Tabacci fin da quando, all’epoca delle scuole medie superiori, frequentavano la casa dello studente di Mantova ed è stato capo della sua segreteria verso la fine degli anni 80, quando era presidente della Regione Lombardia. Dicono di lui che, se darà buona prova nell’incarico modenese, porterà sangue lombardo nelle principali arterie dell’organizzazione. La più importante di tutte conduce all’agroalimentare, che rappresenta per le cooperative bianche quello che è sono state le grandi imprese di costruzione per la Lega.
Fiore all’occhiello è Conserve Italia, prova vivente dell’evoluzione da semplici cooperative di produzione agricola a impresa leader nei succhi di frutta e nel pomodoro, con 13 stabilimenti e una presenza ragguardevole oltre frontiera (il fatturato ha raggiunto gli 850 milioni di euro, coinvolgendo 16mila aziende agricole cooperative). Le basi consolidate sono in Francia, Polonia, Germania e Inghilterra, ma la prossima tappa della campagna acquisti prevede l’esordio sul mercato spagnolo. Grande vecchio di Conserve Italia era l’ex amministratore delegato Carlo Ronchi, artefice della rapida crescita e osservatore attento degli scenari nel mondo dell’alta finanza milanese. Tanto che, quando era di passaggio nella capitale lombarda, era solito bussare al santuario di Mediobanca, in via Filodrammatici, dove contava su rappporti di amicizia con Enrico Cuccia. Ora la guida di Conserve Italia è affidata al presidente, Maurizio Gardini, e al suo vice, Paolo Bruni. Gardini è un produttore agricolo che mantiene un ruolo operativo nella cooperativa di produzione Agrifrut di Cesena, l’azienda di famiglia, integrata nella galassia Conserve Italia, è numero uno da otto anni ed è anche presidente della Confcooperative Emilia Romagna. Bruni, poco più che quarantenne, è uno dei giovani emergenti, radicato nel cuore delle cooperative bianche ma forte anche in trasferta, a Roma e Bruxelles, decisiva per le sorti del mondo agricolo. Molto apprezzato come ospite delle trasmissioni di Rai 1, bipartisan con frequentazioni sia in Alleanza nazionale (a partire dal ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno) sia nel circolo degli amici di Romano Prodi (in particolare Paolo De Castro, l’attuale amministratore delegato di Nomisma, in cui ora Conserve Italia è tra i primi dieci azionisti), Bruni è pronto per l’incarico di presidente della Federazione agroalimentare, che verrà lasciato libero da Gerbaudo, eletto nei giorni scorsi vicepresidente di Confcooperative.
Servizi a go go. La Federazione agroalimentare resta il vera fortezza di Confcooperative, con oltre 19 miliardi di fatturato e quasi 54mila occupati (compresi i lavoratori a tempo determinato e gli stagionali regolari). Anche se deve fare i conti con un altro paio di settori che crescono a ritmi interessanti: le cooperative di lavoro e servizi (guidate dal marchigiano Massimo Stronati) e le cooperative di solidarietà (che hanno come riferimento il presidente Wilma Mazzocco). Anzi, per numero di cooperative e occupati la federazione di Stronati è la numero uno. I punti di forza sono il Consorzio Ciclat di Bologna (coop di servizi, dalla pulizia alla logistica, con un giro d’affari intorno a 180 milioni di euro), la Colser di Parma, Team service di Roma e la Fiorita di Bari. Più frammentate, anche se in aumento con tassi di crescita annuali intorno al 10%, le coop di solidarietà, molto radicate in Basilicata e Lombardia, dove il modello è il Consorzio Cgm di Brescia, che ha come padre nobile Felice Scalvini e come presidente attuale Johnny Dotti. L’espansione, un po’ in tutti i settori, è proseguita negli ultimi anni nonostante la crisi economica. Ma, secondo i piani ambiziosi di Marino e della sua task force, occorre fare di più. E per riuscirci una delle priorità è il rafforzamento dei legami con le banche di credito cooperativo e le casse rurali, una galassia di 460 istituti che assicurano un forte radicamento sul territorio. In tutto 3.206 sportelli, pari all’11% circa delle agenzie bancarie presenti sul mercato italiano. Il network, che ha come punto di forza indiscusso la presenza capillare in Trentino, assicura una rete capillare formidabile, diretta in 2.200 comuni, con 635mila soci, 4 milioni di clienti e 76,3 miliardi di raccolta. Ed è guidato da Alessandro Azzi, un bresciano che rappresenta l’altra faccia del potere economico cittadino, quella meno conosciuta dai media che seguono le gesta del finanziere Emilio Gnutti, dell’imprenditore Luigi Lucchini, del banchiere Giovanni Bazoli. Meno conosciuto ma non per questo meno influente.

FABIO TAMBURINI