Confcommercio: Italia patria delle contraffazioni

25/10/2007
    giovedì 25 ottobre 2007

      Pagine 20 – Cronache

        il caso
        Una denuncia che fa discutere

          La griffe è falsa
          il boom è vero

            Confcommercio: Italia patria delle contraffazioni

              ALESSANDRO BARBERA

              ROMA
              Il giro d’affari complessivo sarebbe di 7,2 miliardi di euro. Siamo il primo produttore di beni contraffatti a livello europeo, il terzo nel mondo, dice un rapporto stilato da Confcommercio. Belpaese paradiso dei falsari? Così sembra, anche se c’è chi, come il ministro Emma Bonino, invita a non esagerare. L’ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli è critico: per lui in Italia c’è una «carenza inaccettabile» nella tutela della proprietà intellettuale, la più sofisticata delle contraffazioni.

              Che si tratti di abiti, scarpe, di un programma Microsoft o di brevetti poco cambia. A cambiare è solo l’entità del giro di affari. Secondo la ricerca compiuta dall’istituto Piepoli per i commercianti, degli oltre sette miliardi di merce contraffatta, circa 3,3 miliardi riguardano abbigliamento (due miliardi), accessori (1,2 miliardi) e prodotti multimediali (circa 130 milioni di euro). Le stime in questo settore sono molto aleatorie. Secondo la federazione delle industrie musicali, ad esempio, il solo settore della pirateria musicale vale il 26% dell’intero mercato e genererebbe perdite ogni anno per varie centinaia di milioni. Quel che è certo è che gli italiani non disdegnano l’acquisto dei falsi. La ricerca di Piepoli stima che spendiamo più di sessanta milioni di euro per abiti, quasi 40 per gli accessori (borse, occhiali), più di dieci milioni per software e cd taroccati. Fra i vestiti, gli italiani preferiscono magliette, camicie (41% degli acquisti) pantaloni e jeans (28%). In un caso su tre restano delusi.

              Nel caso dei prodotti multimediali l’incidenza dei marchi contraffatti sarebbe molto più bassa (l’inchiesta di Piepoli parla del 3% degli acquisti). Più della metà di questo mercato è per la masterizzazione della musica. Eppure, dice Spogli, si tratta di un fenomeno che causerebbe «ingenti danni» all’economia americana.

              La mancata tutela della proprietà intellettuale è una delle tante cause che per l’ambasciatore spinge le imprese americane ad investire poco in Italia: nel 2006 solo 29 miliardi di dollari contro i 99 della Germania o i 65 della Francia. Il problema, dice Spogli di fronte a D’Alema e Mastella al «simposio Italia-Usa», non è solo quello dei programmi di Word o simili. La mancata tutela della proprietà intellettuale riguarda anche i brevetti via internet come quelli di Google.

              Il rapporto dell’alto rappresentante del commercio americano dice che l’apparato di regole italiano è buono, e che il sistema di repressione della Guardia di Finanza migliora. Il problema resta l’«inadeguato» sistema di sanzioni. Insomma, in Italia i pirati vengono scoperti, ma il più delle volte non vengono condannati ad alcunché. Per questo siamo nella seconda fascia dei Paesi citati dallo «special report» del rappresentante americano del Commercio fra Bielorussia, Bolivia, Equador e Messico ma anche Canada e Taiwan. D’Alema tenta di rassicurarlo: «Stiamo impegnati a rafforzare l’azione di contrasto». Uno di questi, ha annunciato Emma Bonino, è l’apertura di 14 desk anti-contraffazione presso le sedi Ice. Il ministro del Commercio polemizza con Spogli: «E’ patetico che l’Italia sia nella lista. Invece che controllarsi l’un l’altro sarebbe meglio unire le forze per colpire chi viola le regole in maniera più massiccia. Del resto, negli Usa non si produce Parmesan o mozzarella del Wisconsin?».