Confcommercio, assedio finale al presidente Billè

16/11/2005
    mercoledì 16 novembre 2005

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

      Confcommercio, assedio finale
      al presidente Billè

        Si allarga la fronda, anche Roma all’attacco
        Accuse e sospetti sulla gestione dei «fondi»

          di Roberto Rossi / Roma

            IN BILICO – Il trono di Sergio Billè vacilla. Il prossimo Consiglio federale, non ancora convocato, potrebbe anche essere l’ultimo per il potente presidente di Confcommercio. Che paga la gestione poco limpida di un fondo interno utilizzato, tra le altre cose, per finanziare l’immobiliarista Stefano Ricucci. Un fondo, denominato “del presidente”, sul quale potrebbe presto fare luce anche la magistratura.

              Contro Billè, 57 anni messinese, eletto nel 2004 per la terza volta con una delega al limite dei due mandati, si è consolidato un fronte composito che viaggia sull’asse Milano – Bologna – Roma e che raccoglie anche le insofferenze del Nord Est.

                Insofferenze esplose lo scorso settembre quando si scopre che Billé, a febbraio, ha siglato con Ricucci un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile in via Lima a Roma destinato a diventare la nuova sede della confederazione. Prezzo della cessione? 60 milioni, di cui 39 pagati subito. Soldi finiti non alla Magiste ma in una società off-shore chiamata Garlsson che, lo si appurerà alcuni mesi più tardi, viene utilizzata da Ricucci per nascondere pacchetti di azioni Rcs e Antonveneta.

                  Per Confcommercio, che grazie a Billè ha ottenuto in questi anni una visibilità mai avuta prima, un danno di immagine notevole. Per la carriera del presidente un brusco stop. Tanto che da subito si parla di un avvicendamento. La fronda a Billè si materializza a settembre al ristorante Liston 12 di Verona. Alcuni presidenti delle Associazioni dei commercianti del Nord ricusano il suo operato. Con i frondisti anche i commercianti lombardi guidati da Carlo Sangalli (l’Unione Lombarda raccoglie un terzo delle 800mila imprese del commercio e del turismo), quelli dell’Emilia Romagna, capeggiati da Pietro Blondi, quelli romani con Cesare Pambianco.

                    Non solo. Con loro anche Gianni Bort, dell’Ascom di Trento – che già nell’assemblea del 23 giugno aveva costretto Billè a ritirare la soppressione di un articolo dello statuto (il 31, che impone al collegio dei sindaci di muoversi secondo norme di diritto societario) che avrebbe dato meno garanzie di trasparenza sulla gestione del bilancio – , Bernabò Bocca di Federalberghi e Giovanni Coboldi Gigli, presidente di Federdistribuzione.

                      Una prima resa dei conti arriva nel consiglio federale dell’11 ottobre 2005. Un consiglio duro dove Billè minaccia le dimissioni e dove prevale invece il compromesso. Che non placa gli animi. Con un delibera datata 28 ottobre i commercianti dell’Emilia Romagna esprimono un giudizio «nettamente contrario all’assunzione di scelte economiche, finanziarie e patrimoniali non comunicate né autorizzate preventivamente negli organi competenti». Il 10 novembre si muovono anche i commercianti lombardi con un’altra delibera che chiede «un immediato dibattito negli organi della Confcommercio» per una «radicale modifica strutturale» della confederazione. Oggi un simile passo sarà compiuto anche dai commercianti romani.

                        Alla base di tutto ancora la gestione del “fondo del presidente”. Del quale nessuno conosce la reale portata, se non appunto Billè, e le finalità. Si parla di 100 milioni di euro ma sono solo voci. In ambienti di Confcommercio si teme che tale fondo possa essere stato utilizzato anche per regalie a giornalisti mirati e a politici amici. E si teme anche l’intervento della magistratura.

                          Per scongiurarlo una commissione interna a Confcommercio sta indagando. Ma per fare piena luce verrà chiesta anche la testa di Billè. Che alla fine potrebbe anche rotolare. Per lui già si parla di un seggio in Parlamento nella file dell’Udc o dell’Udeur.