“ConfCom” Il re dei pasticcieri si arrende

22/12/2005
    giovedì 22 dicembre 2005

    Pagina 3 – Primo Piano

    CONFCOMMERCIO – LA REGGENZA A SANGALLI, ANCHE LUI INDAGATO A ROMA

      Il re dei pasticcieri si arrende
      «Sbagliai a fidarmi di Stefano»

      Con 7000 voti a 51 la base invoca un cambio completo della dirigenza»

        L’ex numero uno non si presenta ma invia una lettera:
        «Ho commesso degli errori, ma sono in buona fede»

          Raffaello Masci

          ROMA
          «Ho commesso degli errori, mi sono fidato di Ricucci. Ma se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede». Quando la frase – parte di una lunga lettera di Sergio Billè – viene letta, l’assemblea di Confcommercio è attraversata da un brivido. Si tratta dell’ammissione di una responsabilità oggettiva, ma è anche il gesto di orgoglio di chi rivendica di aver dato, in dieci anni di presidenza, una visibilità e una forza inedite alla più grande confederazione imprenditoriale per numero di iscritti.

          Onore delle armi, dunque, ma anche oblio: Billè è dimenticato. Sul suo scranno siede ora il vicepresidente vicario Carlo Sangalli: comasco, per trent’anni deputato democristiano, attuale presidente di Unioncamere, raggiunto anche lui da un avviso di garanzia.

          Quello che è stato il «dies irae» di Confcommercio doveva essere solo una banale data di routine, spesa nell’approvazione di un bilancio preventivo già scritto e vidimato da altri organi collegiali. Invece si è trasformato in un «giuramento della pallacorda», inizio di una rivoluzione.

          Tutto inizia la notte precedente, quando i convocati per l’assemblea si vedono, a gruppetti, per l’aperitivo o la cena. I sei vicepresidenti e uno sparuto gruppo di «senatori» tirano poi le somme quando il dopocena cede ormai alla notte fonda.

          Il nome di Carlo Sangalli come reggente viene fuori allora. L’interessato, però, si tira indietro e parla di «impedimento morale», legato al fatto di essere anche lui sub judice.

          L’indomani l’assemblea è convocata per le 11. Davanti alla sede di Confcommercio – un enorme palazzo color senape all’inizio di Trastevere, affacciato sul fiume – ci sono alcuni poliziotti e dei cortesi commessi a «proteggere la riservatezza dei lavori»: in sostanza a tenere fuori i giornalisti, ai quali non resta che bivaccare al freddo.

          L’assise a porte chiuse è al piano interrato, nella sala «Orlando», fin troppo sobria, quasi spartana un tempo, prima che Billè ne decretasse il radicale restyling che l’ha trasformata in una specie di teatro con tanto di foyer.

          Carlo Sangalli, nel suo aplomb di signore lombardo «upper class», apre i lavori. Billè brilla per assenza. Viene letta la sua lettera, molto lunga dicono i presenti, ma il cui testo non è stato reso noto, salvo alcune frasi riferite ai cronisti dal vicepresidente Giovanni Cobolli Gigli.
          Le lettera suscita commozione o indifferenza tra gli astanti, a seconda degli umori e dei legami con il mittente. E comunque viene ascoltata con rispetto.

          E’ quasi l’una. I morsi della fame vengono ingannati con caramelline e molta sopportazione. Il punto all’ordine del giorno – relativo al bilancio preventivo 2006 – viene rapidamente affrontato e accantonato: ci si tornerà su entro il 31 gennaio.

          Sangalli chiede se qualcuno vuole intervenire. Si alza una foresta di mani: dei 200 partecipanti, quasi un quarto chiede la parola. La lunghezza dell’assemblea, che alla fine verrà calcolata in cinque ore e mezza, dipenderà sostanzialmente da questo alto numero di interventi, il cui senso – peraltro – è unanime: bisogna voltare pagina, e dare presto alla confederazione non solo un altro presidente, ma un’altra classe dirigente.

          Mentre la lunga teoria degli oratori si alterna alla tribuna, in una sorta di «transatlantico» davanti all’aula cominciano sia i conciliaboli che il pressing su Sangalli. Il vicepresidente vicario recalcitra e mostra le sue dichiarazioni rilasciate alle agenzie quella mattina stessa: «Non sono disponibile». Ma ai delegati appare come l’uomo giusto in questo frangente: è ai vertici della Confcommercio milanese, una delle più grandi, è il leader di Unioncamere, è un signore che parla bene, con l’autorevolezza e il garbo del vecchio leone democristiano che sa come muoversi tra le cristallerie politiche e giudiziarie in cui la confederazione si dibatte.

            Alle 16 i giochi sono fatti. Sangalli viene eletto quasi all’unanimità (dei 173 aventi diritto al voto e rappresentanti di 7000 voti assembleari, solo tre sono i contrari e rappresentano 51 voti): sarà il «reggente» affiancato da sei vicepresidenti (Bernabò Bocca, Giovanni Cobolli Gigli, Ferruccio Dardanello, Fabrizio Palenzona, Umberto Paolucci e Franco Pecorini), cioè da tutta quella seconda fila che durante l’era Billè era stata relegata nell’ombra. Il nuovo direttorio – recita la decisione assembleare – avrà tempo 90 giorni (ma tra i corridoi si dice che saranno molti di meno) per convocare una assemblea elettiva. Billè viene abbandonato alla sua deriva giudiziaria. I giochi veri per la successione cominciano ora.