“ConfCom” Il pasticciere che vive da re

20/12/2005
    martedì 20 dicembre 2005

    Pagina 9 – Primo Piano

    IMMOBILI - IL CAPO DEI COMMERCIANTI PAGA 222 MILIONI DI LIRE L’ANNO PER LA CASA. A SPESE DEGLI ISCRITTI

      Il pasticciere che vive da re

      personaggio
      Mattia Feltri

        ROMA
        Adesso viene da dire che, come tutti i siciliani, l’ex presidente di Confcommercio, Sergio Billè, sia uno attaccato alla roba. E difatti soltanto a uno attaccato alla roba poteva venire in mente, come è venuto in mente a Billè, di «autosospendersi temporaneamente». Poiché gli era arrivato l’avviso di garanzia, e poiché la Confcommercio non è la Banca d’Italia – bocca chiusa e testa bassa sulla scrivania – tutta una serie di altissimi collaboratori, dalla Confcommercio dell’Emilia, del Lazio, della Sicilia, hanno pensato fosse il momento di dire ora basta, ora si cambi registro. E allora Billè, il quale non è Fazio, e i nervi gli hanno ceduto un po’ prima, ha fatto il suo passo indietro lo scorso giovedì. Ma, siccome la roba è la roba, si è «autosospeso» e, se il concetto non fosse chiaro, «temporaneamente».

          Però, poi, a quelli troppo attaccati alla roba come Billè – con tutta la munificienza natalizia, per carità, come i cannoli deliziosi della sua pasticceria messinese recapitati agli amici più o meno altolocati – il destino riserva lo sputtanamento pubblico, un po’ moralista e un po’ pornografico. Ieri gli hanno perquisito la casa di via dell’Ara Coeli, strada che dal Campidoglio conduce a piazza del Gesù passando per via delle Botteghe Oscure, in un un trasversalismo topografico che in fondo si addice a Billè. Tecnicamente è stato fino alla scorsa settimana il gran capo dei commercianti di destra (quelli di sinistra stanno con la Confesercenti), un piccolo stato di quattro milioni di abitanti, e di elettori, che Billè conduce – essendo un condottiero – dal 1995. E dal momento che a un simile collettore di consenso non si deve dire nulla, nulla gli hanno detto quelli del governo, nonostante lui abbia fatto più opposizione che alleanza, con le sue «pesanti denunce» e persino i suoi «severi moniti»; e di conseguenza nulla gli hanno mai detto quelli di sinistra, lasciandolo giocare quasi da quinta colonna.

            E allora, si diceva, ieri gli hanno perquisito la casa di via dell’Ara Coeli e, prima ancora di vedere che ci fosse dentro, hanno messo nero su bianco, nei verbali, la strabiliante pigione, duecentoventidue milioni annui, calcolati in lire e addebitati all’ente. Sembra debba succedere così a quelli troppo attaccati alla roba: gli spalancano le porte e gliela buttano in strada. Quattro milioni in arredamento, registrano nel mattinale, e stavolta la valuta è l’euro. Quattro milioni, e cioè otto miliardi di lire, in cassapanche, vetrinette, trumeau, e poi candelabri e vassoi, e insomma tutte quelle cose raggruppabili alla voce argenteria, e tutte quelle cose che fanno blasone. Pure i quadri. Una specie di Louvres, pare di capire, anche se, di questo tesoro figurativo, la relazione della Guardia di Finanza dettaglia soltanto su un autore, tal Salvatore Colonnelli Sciarra, ignoto forse non soltanto ai profani, vantando non più d’una citazione nell’universo mondo di Internet scandagliato da Google. Infine lo stipendio, da super-super manager davvero, da indignazione automatica, nonostante qualcuno glielo avrà ben determinato e corrisposto: un milione e centocinquemila euro, pare d’aver capito al netto delle ritenute.

              La perquisizione è stata di quelle ben fatte, minuziose, e ovviamente impietose, utile per compilare la lista dei benefit, la carta di credito senza limite di spesa e obbligo di giustificativo, i fondi perduti per le spese di rappresentanza altresì battezzate regalie (forse pure i cannoli), i quartierini a Milano eccetera, il piccolo impero di questo siciliano di Messina e di 58 anni, la cui sospensione temporanea rischia di trasformarsi in obliterazione definitiva. Un altro che va a cadere sulle smancerie cafone, la liaison col burino d’oro Stefano Ricucci: Billè è uno dei ventotto ospiti al matrimonio dell’ex odontotecnico con la svettante Anna Falchi, e alle frescure serali di Porto Santo Stefano – lo scorso 10 luglio – si è goduto la pausa lavoro sulle note di Summertime, in un lento giudicato pregevole dai pochi testimoni.

                Poi, consacrata l’unione, ci si è ributtati nel sogno delle scalate, e dell’edificazione di un nuovo salotto dell’imprenditoria e della finanza. Billè e Ricucci avevano da perfezionare la questione della Confimmobiliare, nata dalla pertecipazione di Confcommercio con la Magiste di Ricucci e con la «Nuova Merchant», quella di Ubaldo Livolsi, uomo a lungo vicino a Silvio Berlusconi, per il quale perfezionò lo sbarco in Borsa di Finivest approntato da Franco Tatò. E da lì in poi qualche smargiassata, qualche tenera dichiarazione di fedeltà: «Billè è un amico, anzi un fratello, come Fiorani e Gnutti», disse Ricucci in un’intervista al Corriere che aveva sperato di scalare. Ma quando uno è troppo attaccato alla roba, va a finire che svacca, magari cercando di trasferire la sede ai Parioli. E’ l’ultima vicenda, con una triangolazione ormai quasi classica.

                Ricucci acquista dalla Popolare di Lodi (di Gianpiero Fiorani) una palazzina nel quartierone chic. La paga nemmeno dodici milioni e mezzo di euro e, due mesi dopo, febbraio 2005, la rivende alla Confcommercio per sessanta milioni. E un siciliano come Billè – che aveva gli uffici a Trastevere, un po’ popolare e un po’ turistico, dunque perfettamente pieno d’esercizi – che butta tanto denaro per fare il fighetto ai Parioli, non ha imparato nulla da chi parlava di roba e Sicilia.