“ConfCom” Il Barone dei Cannoli

03/01/2006
    N.52 Anno LI – 4 gennaio 2006

    Attualità

      SCALATORI D’ITALIA / MISTER CONFCOMMERCIO

      Il Barone dei Cannoli

      Dalla pasticceria di Messina allo sfarzo della casa romana. Carriera, amici e scivoloni di Sergio Billè

      di Marco Damilano e Marco Lillo

        La sera andavano in via dell’Aracoeli numero quattro. Un indirizzo che ricorre nella storia politico-giudiziaria come una maledizione. Qui, all’inizio degli anni Novanta, c’era l’ambasciata di rappresentanza a Roma della Ferruzzi di Raul Gardini. Qui passavano di mano in mano le valigette delle tangenti Enimont. E qui fino a pochi giorni fa pasteggiava un bel pezzo dell’Italia che conta. Molto trasversale. A casa Billè erano ospiti fissi Francesco Bellavista Caltagirone, che ricambiava prestandogli l’aereo personale. La crème della Sicilia: il barone Antonio D’Alì Solina, senatore di Forza Italia, sottosegretario agli Interni, con la consorte donna Antonia Postorivo. L’onorevole-farmacista Rocco Crimi, il tesoriere di Forza Italia, messinese come il padrone di casa, con la signora Ester. Qualche volta capitava anche il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti con la moglie Lella. Passeggiavano estasiati in mezzo a dipinti dei Cignaroli, vedute del Piranesi, lampadari in vetro di Murano, fauni danzanti, angeli reggitorcia, mobili del Settecento, consolle chilometriche. Forse abbagliati dall’oro zecchino, evitavano di chiedere l’origine di tanta fortuna. Anche se qualche curioso si informava del valore delle opere. "Le acquisto alle aste. Costano pochissimo", rispondeva l’angelo del focolare Cecilia Bottaro, la compagna di Sergio Billè.

        Lady Cecilia non mentiva. A Billè la galleria costava pochissimo, in effetti. Diciamo pure niente. Due milioni di euro tra il ’98 e il 2005, in comodato al presidente, ma a carico degli associati della Confcommercio. Come la casa dell’Ara Coeli: 222 milioni di lire all’anno. Anche in questo caso, secondo i magistrati, pagavano a loro insaputa gli amici della Confcommercio, di cui Billè per oltre dieci anni è stato dominus indiscusso. Fino alla drammatica assemblea del 21 dicembre che l’ha deposto dal trono di piazza Gioacchino Belli. "Ho sbagliato a fidarmi di Ricucci", ha provato a giustificarsi in un’ultima, disperata autodifesa. Ha sortito l’effetto della torta in faccia nelle comiche di Ridolini, e sì che di crema e panna il presidente se ne intende. Gli hanno tutti voltato le spalle, gli stessi che fino a poche settimane fa si spellavano le mani per applaudirne l’attivismo.

        Lo avevano esaltato anche 12 mesi fa, quando il vulcanico presidente presentò l’ultima iniziativa: la creazione di un’associazione di operatori del settore immobiliare nell’ambito di Confcommercio, la Confimmobiliare. Presidente, Ricucci il malfidato. Segretario di presidenza, l’avvocato Luca Pompei, nipote di Giorgio Almirante, socio della casa di produzione cinematografica di Anna Falchi. Comitato esecutivo con il berlusconiano Ubaldo Livolsi, Paolo Ligresti, Claudio Lotito e tanti bei nomi. Presidente onorario, Francesco Gaetano Caltagirone, che lasciò l’incarico a tempo di record.

        Billè e Ricucci, due classici self-made-men all’italiana. Talmente intimi che il 9 luglio il matrimonio della coppia Ricucci-Falchi, dove Billè era invitato come testimone dello sposo, cominciò in ritardo per un clamoroso incidente: arrivata vestita a cerimonia a Villa Feltrinelli sull’Argentario, lady Cecilia aveva scoperto di indossare lo stesso tailleur di un’altra invitata. Orrore e cambio d’abito. Con gli sposi in fremente (Stefano) e furente (Anna) attesa.

        I guai di Billè cominciano alla frontiera di Ponte Chiasso, il 21 febbraio 2005, quando la paletta della dogana ferma la Mercedes di Guglielmo Fransoni, mago delle società off-shore e amministratore di Ricucci (vicenda rivelata da ‘L’espresso’ n. 43). Tra le carte spunta lo schemino di un complicato acquisto immobiliare. Un palazzo in via Lima ai Parioli comprato dall’uomo di Zagarolo a 12,5 milioni di euro, ceduto pochi mesi dopo a 60 milioni di euro. Con tre stranezze: il preliminare non è stato registrato, due terzi del pagamento (39 milioni) sono stati già versati. Per i pm la vendita è "una simulazione". "Appare singolare che l’acquisto di un immobile destinato alla sede della Confcommercio dovesse essere eseguito con fondi extra-bilancio. Né risulta che gli organi direttivi ne abbiamo mai discusso", scrivono i magistrati.

        Parte da qui la caduta di Billè, che appena un mese fa si è fatto ricevere dal papa in Vaticano. E aveva tuonato contro "la perdita dei valori su cui deve fare perno la nostra società". Il papa, e prima di lui il Re. Qualche mese fa aveva accolto nella sua Sicilia i Savoia al gran completo: Vittorio Emanuele e Marina, Emanuele Filiberto e Clotilde. Una soddisfazione indescrivibile per Billè, che si picca di discendere da un’antica famiglia francese, i Billet, sbarcati in Sicilia nel Settecento e che anni fa aveva strappato il titolo nobiliare di barone di Montelupo. I Re d’Italia a braccetto con il reuccio di piazza Cairoli, la centralissima piazza di Messina dove c’è la pasticceria di famiglia e da cui è partita la conquista del potere.

        Alla costruzione della propria immagine non aveva mai badato a spese. Consigliato dal suo consulente per la comunicazione, l’ex direttore del ‘Secolo XIX’ Vittorio Bruno, e dall’inseparabile assistente Luigi Taranto, il Rasputin della Confcommercio. Tra le imprese più esaltanti, la sparizione dalle redazioni delle vecchie foto, con la pancia e i capelli bianchi, troppo simile nell’aspetto ai personaggi dei romanzi di Mario Puzo che adorava citare nelle sue prolusioni ("siamo ai materassi", ripeteva). Al suo posto, gli scatti del nuovo Billè: linea invidiabile, conquistata al Mességué in Francia. Scarpe lucide, nerissime, più nere dei capelli. Corvini, con striature bluastre.

        Una famiglia che si dà da fare: la signora Cecilia fonda nel ’99 una società di scommesse ippiche e gestione di sale giochi con tre dirigenti della Confcommercio messinese, ma con scarsi esiti. Intanto, la sua firma compare su ‘Mixer’, rivista della Conf. destinata ai bar e diventa pubblicista. Il figlio Andrea è titolare di un’agenzia generale Ina-Assitalia di Roma.

        Insieme, poi, offrono cene sullo splendido attico di Confcommercio, affacciato sull’isola Tiberina. Una sera c’è anche Gino Paoli e al termine Billè lo ringrazia a suo modo: "Stasera avevamo le canzonette". Le crociere nei Caraibi dove si imbarcano politici e giornalisti. Con un solo pericolo da cui guardarsi: la gelosia di lady Cecilia, siciliana orgogliosa del suo uomo: "È muy bonito". Gli incontri di Cernobbio, con sfilata di presidenti, ministri e premi Nobel. E i mitici cannoli provenienti da Messina distribuiti agli invitati. "Il cannolo ha vita molto breve, poi si ammoscia", spiegava con elegante metafora. All’assemblea dell’apoteosi, nel 2001, 40 cartelle di relazione, mille invitati, il governo al gran completo, 400 cannoli. Anche se nel viaggio da Messina a Roma era successo qualcosa: il giorno dopo alcuni ministri furono costretti a dare forfait, il portavoce di Berlusconi Paolo Bonaiuti si aggirava un filo pallido.

        Amico di Berlusconi, assiduo nei salotti televisivi e non di Bruno Vespa e di Anna La Rosa, già presidente di National Jet Italia, consigliere di amministrazione di Messina Sviluppo che si occupa del Ponte, docente della Link university dell’ex ministro Vincenzo Scotti… mancava solo la desiderata nomina a ministro. In vista dell’incarico da un anno girava con il lampeggiatore sulla macchina. Invece, la maledizione di via dell’Ara Coeli è scattata anche per lui, Billè, barone di Montelupo.

      ha collaborato Roberto Gugliotta


        Un partito da 4 milioni di voti

          Quattro milioni di voti. Con i commercianti contro, non si vincono le elezioni. Sono quasi trent’anni che da piazza Belli esce questa vulgata, ma sulle cifre vere c’è un certo mistero. Gli iscritti dichiarati da Confcommercio sono 800 mila e il primo a sparare la storia dei quattro milioni fu il democristiano milanese Giuseppe Orlando, che guidò la confederazione tra il 1971 e il 1986. Era l’autunno del 1985, e contro l’installazione obbligatoria dei registratori di cassa voluta dal ministro Visentini, la Confcommercio organizzò addirittura due serrate. Orlando moltiplicò per 5 il numero degli associati, in base a un quoziente misto ‘familiari più dipendenti’. I suoi successori, specie in campagna elettorale, portano ancora in giro quella cifra. Ma ancora oggi, anche sul numero degli iscritti c’è un piccolo giallo. Il vero dato è uno dei segreti meglio custoditi di Piazza Belli, dove tra i 280 dipendenti è sempre girata la voce che gli associati siano non più di 350 mila. La verità la sanno all’Inps, dove si versano i contributi. Ma anche dall’istituto previdenziale rimandano a quello che dice la Confcommercio. Sarà un caso, ma tra i dipendenti di Piazza Belli ci sono da sempre parecchi parenti di dirigenti Inps. Dal punto di vista dei soldi, il bilancio della Confcommercio è magrolino e viaggia sui 30 milioni annui, versati dalle organizzazioni territoriali e dai singoli associati in ragione del numero di dipendenti. La maggior parte dei soldi arriva dalla confederazione milanese e da quella veneta. Oltre che da Trento, dove da anni funziona una società di servizi (Seac) che è una gallina dalle uova d’oro.