“ConfCom” Casa Billè come un museo

21/12/2005
    mercoledì 21 dicembre 2005

    Pagina 13 – Primo Piano

    Casa Billè come un museo, inventario di 2 milioni

      L’elenco di quadri e mobili «pagati con le quote dei soci». Indagini su «consulenze» ai politici

        Fiorenza Sarzanini

          ROMA – Viveva come un moderno faraone Sergio Billè, contornato da stucchi e quadri antichi, da busti in alabastro e specchiere del ’700. Nella sua magione romana in via dell’Ara Coeli, tra soffitti a cassettone e disimpegni affrescati, custodiva persino un «mobile del XVIII secolo dell’alto Veneto acquistato per 250 milioni di lire e sottoposto a tutela dal ministero dei Beni Culturali». Per soddisfare la sua passione per l’antiquariato non ha mai badato a spese, anche perché quelle spese erano a carico degli associati della Confcommercio. Come del resto l’affitto della casa: 110.000 euro pagati ogni anno nonostante avesse a disposizione un altro appartamento in via dell’Anima, a due passi da piazza Navona.

          Il trucco era quasi banale, i magistrati lo spiegano nell’ordinanza notificata due giorni fa. «Billè – scrivono – faceva versare i contributi dovuti dalle aziende su un conto bancario a lui intestato nella sua qualità di presidente e gestito fuori dal bilancio ufficiale. Successivamente trasferiva alla Confederazione solo una quota minima dei contributi pari a 3 milioni di euro ogni anno a fronte di finanziamenti per oltre 17 milioni di euro». Il calcolo è presto fatto: ogni dodici mesi Billè incassava almeno 14 milioni di euro. Oltre due giorni sono serviti ai finanzieri del Nucleo Valutario per compilare l’inventario dei «beni e degli arredi» da mettere sotto sequestro. Un elenco che occupa tredici pagine di verbale, roba da far invidia a una casa d’aste. Come Christie’s o Finarte, di cui Billè era un cliente abituale. Lì ha comprato la maggior parte dei «beni d’arte per un valore complessivo di oltre due milioni di euro destinati all’arredamento della sua abitazione privata», che adesso sono stati «sigillati». Oltre ai dipinti del Cignaroli (paesaggista di Casa Savoia), ai lampadari in vetro di Murano, ai servizi in argento, ai «fauni in bronzo danzanti» che mostrava orgoglioso agli ospiti. Pensava a sé Sergio Billè, ma anche ai vicepresidenti e ai componenti del consiglio direttivo di Confcommercio e della Enag, la società di consulenze che secondo i pubblici ministeri altro non è se non una «scatola vuota» in cui far confluire i soldi presi a fini personali.

          Con loro spartiva ogni anno cinque milioni di euro. A loro elargiva carte di credito e favori. Basti pensare alla casa di via Durini a Milano: per l’affitto la Confcommercio versa quasi 95 mila euro ogni anno, il presidente ha pensato di cederla alla moglie del suo amico Aldo Antognozzi, vicepresidente dell’Enag per un canone mensile di appena 500 euro. E poi ci sono quegli incarichi milionari affidati ad «esperti esterni». Gli accertamenti sono all’inizio. Ma nell’ordinanza il gip di Roma già afferma: «Le indagini in corso sono dirette a verificare i rapporti tra consulenti e indagati ipotizzando che in alcuni casi essi potrebbero mascherare in realtà mere erogazioni di denaro per finalità imprecisate». In realtà i primi controlli effettuati dalla Guardia di finanza avvalorerebbero la possibilità che una parte di quei soldi sia stata versata anche a uomini politici.

            È un capitolo che non stupisce. Delle sue amicizie influenti Billè non ha mai fatto mistero. Lui che aveva una pasticceria a Messina e poi è diventato ricco e potente. Tanto da potersi permettere di spendere «l’1 per cento dei contributi versati dagli associati della Confcommercio in mance e regalie». Oppure di comprarsi una «Veduta» del Piranesi e «angeli reggitorcia del ’700» da tenere in bella mostra su consolle e scrittoi con i quali ha riempito la sua dimora da sogno. Le pareti di casa sono pressoché coperte di dipinti, nelle stanze ci sono decine e decine di sedie antiche. E che dire dei divani, dei mobili intarsiati, delle preziose porcellane che il presidente amava esibire? O delle anfore che usava come soprammobili, dei tavolini da gioco e degli scrittoi che era riuscito ad accaparrarsi battendo gli avversari alle aste, degli orologi da tavolo? Lunga è la lista compilata dagli investigatori del Nucleo valutario. E all’ultima voce sono annotate le «azioni Capitalia per una valore di 39 milioni di euro giacenti sul deposito a garanzia intestato a Garlsson Real Estate presso la Banca Popolare Italiana». La banca di Gianpiero Fiorani.