“ConfCom” Billè: non ho rubato ai commercianti

05/01/2006
    giovedì 5 gennaio 2006

    Pagina7 -Primo Piano

    OGGI DAVANTI AI PM - L’EX PRESIDENTE CONFCOMMERCIO DEVE RISPONDERE DI APPROPRIAZIONE INDEBITA

      Billè: non ho rubato ai commercianti

        Guido Ruotolo

        ROMA
        È il giorno di Sergio Billè, l’ex potente presidente di Confcommercio, che sarà interrogato dai pm Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli. Billè tenterà di spiegare che il reato di «appropriazione indebita aggravata e continuata» che gli viene contestato in concorso con l’immobiliarista Stefano Ricucci e con un grappolo di dirigenti della Confcommercio, nasce da un grande equivoco. Per dirla tutta, che manca il suo «presupposto» perché Confcommercio, associazione privatistica, ha conferito al suo presidente poteri che gli consentono di gestire fondi extrabilancio, come stabilito del resto da una delibera del 1974. E che anche le opere d’arte – valore due milioni di euro sequestrate prima di Natale – erano legittimamente nella sua disponibilità in quanto garantite da un contratto di comodato. Anzi, siccome si tratta di opere importanti esse si rivalutano anno dopo anno. Come dire: la Confcommercio ringrazi il suo presidente.

        Sergio Billè proverà a convincere i pm che l’affidamento di quei quadri e oggetti d’arte del Seicento era stato «trasparente», tanto che un elenco di tutte le opere è depositato negli archivi della società Egap, l’associazione che forniva servizi di consulenza in favore di Confcommercio. E tutto regolare è anche il contratto preliminare di compravendita della palazzina di via Lima, l’operazione che vede coinvolto Ricucci. Trentanove milioni di euro stornati dal «conto del Presidente» – alimentato ogni anno da 14 milioni di euro – che (probabilmente) servivano per la scalata Rcs. «È altamente verosimile – sostiene l’accusa – il collegamento tra i 39 milioni di euro versati da Billè alla Garlsson Real Estate per la simulata compravendita dell’immobile di via Lima e il successivo impiego della provvista per l’acquisto di azioni Capitalia».

        Ma oggi, l’avvocato Titta Madia, legale di Billè, a conferma della regolarità dell’operazione, potrebbe depositare il contratto d’acquisto della palazzina sottoscritto davanti a un notaio nel giorno in cui il gip di Roma firmava il decreto di sequestro preventivo, il 19 dicembre. Una nota della Magiste International, la società riconducibile a Stefano Ricucci, ricorda che l’immobile di Via Lima 51/53 di Roma, è stato ceduto «alla Immobiliare Confcommercio con atto definitivo del 19 dicembre 2005». Magiste International Sa precisa che si tratta «di un immobile da ristrutturare completamente con oneri a carico del venditore per oltre 11 milioni di euro più Iva». Insomma, l’operazione è trasparente e non ha nessun fine nascosto.

        È difficile che la Procura si convinca della linea difensiva di Sergio Billè. Intanto perché la delibera della Confcommercio del 1974 vincolava la gestione di fondi extracontabilità a «interventi di politica organizzativa». È difficile giustificare con questo indirizzo l’acquisto di quadri, le opere d’arte che arredano la propria abitazione, gli appartamenti e gli stipendi extralusso. L’obiettivo di diverse delibere della Confcommercio e dell’Egap dell’èra Billè, rispondeva a un piano ben preciso: «Creare le condizioni – è questa la tesi dell’accusa – per la sottrazione alla Confcommercio di gran parte delle somme versate dalle aziende tramite i fondi previdenziali».

          All’esistenza del contratto di comodato per le opere d’arte, gli investigatori e gli inquirenti non danno molto peso, convinti come sono, al contrario, che «l’acquisto di titoli mobiliari o di beni mobili», e cioè «quadri, arredi e suppellettili di lusso per abitazione», rappresenti «una modalità di appropriazione». Già nel provvedimento del gip Villoni con il quale, il 19 dicembre, si è proceduto al sequestro preventivo di conti correnti, delle opere d’arte, si esplicitava che l’appropriazione indebita veniva contestata perché i fondi sono stati utilizzati. Non convince l’accusa la tesi che quelle opere d’arte «sono rimaste comunque nella disponibilità della Confcommercio o dell’Egap, poiché non entrate formalmente nel patrimonio personale del Presidente».