“ConfCom” Billè: «La palazzina? Era una sorpresa»

10/01/2006
    martedì 10 gennaio 2006

    Pagina 2 – Primo Piano

    INTERROGATORIO – LA DIFESA DELL’EX PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO NON CONVINCE I MAGISTRATI

      Billè: «La palazzina comprata da Ricucci?
      Non l’ho detto perché era una sorpresa»

        Tra i beni sequestrati centomila euro in contanti trovati in due buste separate

          Guido Ruotolo

            ROMA
            È il cinque gennaio, vigilia della Befana. Sergio Billè, ex presidente di Confcommercio, risponde ai pm Cascini e Sabelli, prova a giustificarsi, chiede tempo, si trincera dietro ai non so. A un certo punto, si parla dell’acquisto della palazzina di Stefano Ricucci, quella di via Lima – compravendita che serviva a finanziare la scalata Rcs di Ricucci, secondo l’accusa – e i pm gli chiedono: «Come mai non fu rispettata la data fissata per la stipula del preliminare?». L’ex presidente ha un attimo di sbandamento, guarda negli occhi i suoi legali e con voce poco convinta abbozza: «Doveva essere una sorpresa, non volevo che figurasse l’effettivo trasferimento dell’immobile». Una sorpresa riservata alla Confcommercio? Chi ha assistito all’interrogatorio nega che i due pm abbiano mostrato segni di particolare reazione alla «giustificazione» di Billè.

            Del resto anche i finanzieri che andarono in via dell’Ara Coeli, a Roma, il 19 dicembre scorso, per eseguire il sequestro preventivo delle opere d’arte (valore due milioni di euro), «parcheggiate» nella casa di Billè, non diedero segnali particolari di reazione quando, catalogando le opere e gli arredi da sequestrare, trovarono due buste, in ognuna delle quali erano custoditi cinquantamila euro. Totale centomila euro, duecento milioni delle vecchie lire. Tutto in contante. A che servivano? Erano spiccioli di un «potente» alla vigilia delle vacanze natalizie, e quindi mance da distribuire? Piccoli regali da fare? O altro? Sospetti inconfessabili devono aver assalito immediatamente gli uomini della Finanza, che si appartarono e chiamarono piazzale Clodio, per avere indicazioni su cosa fare di quei soldi. Dal Tribunale arrivò l’ordine di sequestrarli immediatamente.

            Questi centomila euro sono i soldi – «fondi personali» – a cui tiene di più Sergio Billè. I suoi legali, Titta Madia e Livia Lo Turco, ieri mattina, infatti, hanno rinunciato a opporsi al sequestro preventivo dei conti correnti e dei beni (valore complessivo 75 milioni di euro) riconducibili, secondo l’accusa, all’ex presidente di Confcommercio, annunciando, contemporaneamente, che si rivolgeranno al Tribunale del Riesame quando sarà disponibile la documentazione sui centomila euro. L’accusa non sembra molto interessata alle iniziative della difesa Billè, e questo perché attenderebbe l’esito di alcune consulenze prima di chiedere di mandare a processo Billè, Ricucci e gli altri indagati per «appropriazione indebita aggravata e continuata». Da questo punto di vista, la Procura riterrebbe che il capitolo delle «consulenze» affidate dalla Confcommercio a professionisti e pare anche a politici, non avrebbe nessuno sviluppo processuale, e dunque non sarà coltivato.

            Per i pm, insomma, l’interrogatorio di Billè avrebbe rappresentato una conferma all’impianto accusatorio, non avendo portato, l’indagato, alcuna prova della sua innocenza. Come spiega – chiedono per esempio i pm – l’acquisto di opere d’arte con il fondo del Presidente? «Non ricordo di preciso. Ritengo – si giustifica Billè – si tratti di opere acquistate per arredare il Centro Congressi dell’Associazione nella sede della Confcommercio ristrutturata nel 2005». E come mai non tutti i dirigenti di Confcommercio hanno ricevuto denaro dall’Egap? L’Egap è l’associazione sempre presieduta da Billè (che ancora oggi non si è dimesso dalla carica) che presta (teoricamente) servizi di consulenza in favore di Confcommercio. Alla domanda dei pm, Billè risponde: «Perché le indennità sono state date solo ai dirigenti che hanno collaborato con maggior impegno alla riorganizzazione della Confederazione».

            Ma come mai l’Egap non figura nel sito di Confcommercio e non è conosciuta da molti dirigenti di Confcommercio? «Si tratta di una realtà – risponde l’indagato – di cui si conoscono i risultati ma non è detto che tutti debbano conoscerne l’esistenza». Una parte consistente dell’interrogatorio di Billè verte sui suoi rapporti con l’immobiliarista Ricucci e sull’«affare» di via Lima. Billè premette che la palazzina di via Lima fu individuata come sede della neonata Confimmobiliare di cui Ricucci assunse la presidenza, precisando che il primo febbraio scorso, fu firmato il contratto preliminare di vendita e acquisto presso la sede di Magiste, la società riconducibile a Ricucci.

            Lei sapeva, chiedono i pm, che l’mmobile non era di proprietà della società, le cui quote venivano promesse in vendita? «No. Io sapevo che l’immobile era di Ricucci e l’impegno era con lui». Come mai invece della vendita dell’immobile fu concordata la vendita di società? «Credo che ciò risponda a una prassi abituale degli immobiliaristi dettata da ragioni fiscali». I pm si rivolgono a Billè: perché non informò dell’iniziativa i dirigenti di Confcommercio? «La prestigiosa acquisizione sarebbe stato un viatico per la mia rielezione».

              La casa dei sospetti in via Lima 51
              Confcommercio decise di acquistare la palazzina di via Lima per rafforzare il patrimonio con «investimenti oculati», e trovare nuovi spazi per gli uffici. La soluzione si trovò nel palazzetto di via Lima 51. Proprietario era Stefano Ricucci, che l’aveva acquistato due mesi prima per 12 milioni. A Billè però, l’immobile fu proposto «chiavi in mano», restaurato e ristrutturato secondo le esigenze dell’acquirente (il progetto di recupero avrebbe perfino consentito di realizzare un piano in più) per 60 milioni, 39 da anticipare. I passaggi dell’acquisto sono complicatissimi: Billè versa l’anticipo con fondi gestiti extrabilancio. L’ex presidente non acquista la palazzina ma le quote di una società del gruppo Ricucci, che poi riceve l’immobile da un’altra società il giorno previsto per il contratto definitivo. Per l’accusa «un’operazione di natura finanziaria». Il sospetto è che Billè abbia portato moneta fresca (39 milioni di euro) che serviva alla scalata dell’Rcs, e che servì – è stato accertato – all’acquisto di azioni Capitalia.