CONCLUSIONI SERGIO COFFERATI AL C.D. DEL 27-28/9/1999

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      Conclusioni Cofferati

      Come mi pare sia apparso chiaro a tutti i compagni e le compagne che ho sentito, ma presumo anche agli altri che non hanno parlato, abbiamo di fronte – qualunque sia l’opinione sul quadro d’insieme o sui suoi singoli aspetti – una stagione impegnativa e abbiamo l’esigenza di definire una politica che caratterizzi la Cgil e che abbia livelli vari di definizione, ma anche di attuazione e gestione. Abbiamo delle scadenze ravvicinate, relative a temi che si esauriscono nell’arco dei prossimi giorni; poi – certo – la loro efficacia durerà nel tempo, ma le decisioni da prendere sono decisioni di brevissimo periodo. E abbiamo anche bisogno di una risistemazione di carattere più compiuto e profondo che presumo dovrà passare per la Conferenza di organizzazione e arrivare al Congresso.
      Non immagino l’opportunità e nemmeno l’esigenza di una discussione congressuale ravvicinata, diversa dalle scadenze che insieme avevamo in larga misura traguardato. Men che meno mi sfiora l’idea di andare a una verifica di carattere congressuale su aspetti che sono importanti ma contingenti. Vi prego di credere che ho un’idea assai modesta delle funzioni mie e del ruolo che ricopro, non penso a forme di investitura di nessun genere da parte degli iscritti, anzi le troverei pericolose, e non credo nemmeno che sia di una qualche utilità chiedere agli iscritti di risolvere contenziosi tra noi legittimi, ma relativi a politiche di breve periodo.
      Il congresso è un’altra cosa, servirà a definire con precisione le strategie dell’organizzazione. Sarebbe poi opportuno dare un po’ di ordine anche alla discussione. L’ho già detto agli interessati, ho trovato stravagante che si sia già cominciato un dibattito pubblico sull’alternatività ad una cosa che non c’è; è vero che siamo una grande organizzazione con le sue singolarità nel dibattito interno, però è stato preannunciato un documento alternativo, non si sa a che cosa, perché non c’è un documento di base; però questo dice di quanto sia larga la nostra democrazia, tutto si può imputare a quest’organizzazione, meno che non ci sia spazio per la fantasia e per il dibattito interno. Lo dico al di là delle battute, perché il tema del congresso, cioè la riorganizzazione delle nostre politiche, va considerato per l’importanza che ha e come qualcosa di più di una scadenza fisiologica.
      Credo che la scelta dei temi, ma questo lo vedremo quando ci arriveremo, dovrebbe essere in qualche misura collegata a delle priorità. D’altro canto il congresso avrà il compito di aggiornare il programma, se si riterrà opportuno farlo e soprattutto di definire gli impegni del quadriennio successivo. Impegni che non si scelgono astrattamente, ma sono legati all’evoluzione del quadro politico o del quadro economico, ai cambiamenti che si sono determinati nel periodo precedente, e si può tranquillamente convenire già adesso, senza scandalo alcuno sul fatto che da quando abbiamo fatto il congresso di Rimini ad oggi, di cambiamenti ce ne sono stati non pochi. Presumo che nell’arco di tempo che ci separa dal congresso ce ne saranno altri. Deciderà la maggioranza del direttivo, come sempre, ma per quanto mi riguarda vorrei che questa organizzazione avesse una sua idea di politica rivendicativa, economica e sociale e un suo gruppo dirigente, definiti e insediati, prima delle elezioni politiche del 2001. Perché la nostra linea, in ragione di una delle tante radici dell’autonomia, non può essere costruita in funzione dello schieramento che vincerà le elezioni del 2001. Troverei opportuno risolvere le nostre pendenze prima.
      La scadenza possibile è quella che vi ho detto e ne discuteremo al momento opportuno; ma siccome ho sentito interpretazioni che francamente sono un po’ forzate rispetto alle ragioni per le quali avevo parlato di un ripensamento del percorso che abbiamo insieme definito, che passa dalla Conferenza di organizzazione per arrivare al Congresso, voglio anche dire che l’intenzione non era quella di saltare la Conferenza di organizzazione, ma semmai di definirne meglio i caratteri, collocarla temporalmente, poi avviare una stagione congressuale degna di questo nome, per arrivare ad una conclusione prima che il quadro politico abbia assunto una connotazione destinata a durare per un quinquennio, per un periodo più lungo del nostro stesso congresso.
      Non siamo andati alla ricerca di questa coincidenza temporale, però è meglio che un’organizzazione come la Cgil scelga prima. Scelga in autonomia, definendo quali sono le priorità da discutere e anche i gruppi dirigenti cui affidare queste priorità. Poi sul tema dell’autonomia tornerò, perché ci sono altri aspetti che forse conviene chiarire e definire meglio.
      Detto dei vari livelli sui quali dovremo agire nelle prossime settimane, vediamo di precisarne rapidamente alcuni. Ha sorpreso molti compagni, lo hanno detto qui in modo esplicito, quello che viene ritenuto un salto logico tra la nostra discussione di luglio e quella dopo l’estate, su temi importanti. Che ci sia un cambiamento tra quello che abbiamo detto a luglio e quello che stiamo dicendo in queste ore, è del tutto evidente. Non comprendo però qual è la sorpresa o la ragione della sorpresa. Proviamo a rifare rapidamente alcune banalissime valutazioni.
      A luglio, come ha detto Guglielmo Epifani nel suo intervento, giudicammo con molta severità e durezza degli orientamenti che erano in campo; non erano astratti, erano orientamenti formali del governo che prima del nostro direttivo componevano uno schema di Documento di programmazione economica e finanziaria. Poi il testo finale dello stesso documento introdusse qualche novità, molto parziale per la verità. Era del tutto legittimo il giudizio severo che qui venne dato, devo dire con una sostanziale convergenza di opinioni da parte di tutti, anche se con qualche preoccupazione di alcune compagne e compagni che ritennero eccessiva addirittura la forma lessicale usata; la sostanza però ci vedeva orientati allo stesso modo. Ora, un’organizzazione sindacale non può evitare, se lo fa commette un errore grave, di valutare con attenzione le cose che succedono in virtù anche delle scelte che lei stessa ha fatto. Penso che la posizione molto netta, severa, della Cgil su alcuni argomenti di merito, abbia prodotto tanti cambiamenti nella dialettica politica e nei comportamenti del governo.
      Guardiamo i mutamenti di sostanza nei comportamenti del governo. Oggi esprimiamo un giudizio positivo sul testo di legge annunciato della Finanziaria, con dei punti sospesi che spero si risolvano positivamente: è in corso un incontro che riguarda i contratti e la contrattazione decentrata dei settori pubblici, ed anche per questo tema è stato preannunciato un cambiamento delle posizioni del governo, cambiamento quantitativo; vediamo se si conferma, teniamolo ancora in sospeso come elemento di valutazione, però siamo davanti a uno schema d’intervento che ha modifiche sostanziali rispetto a quanto era scritto nel Dpef.
      Questi cambiamenti non sono stati prodotti da un ripensamento autonomo del governo. Il ripensamento c’è stato per iniziativa del sindacato e un’organizzazione non può fare altro che registrare il cambiamento, valutarlo e attribuirsene i meriti quando questi sono oggettivi, pena la decadenza della sua funzione e una sorta di involuzione incomprensibile per chi ci osserva dall’esterno, anche dei propri compiti di rappresentanza. Volevano intervenire sulle pensioni. Giudicammo quella scelta come una scelta sbagliata per il merito e per il clima che induceva. Ora che hanno cambiato idea, stento a comprendere per quale motivo non si debba registrare questo cambiamento, a meno che davvero non ci sia un retropensiero, lasciatemelo dire così: meglio uno scontro frontale col sindacato, perché dallo scontro potrebbe nascere chissà quale occasione straordinaria per noi. Guardate che se avessero deciso di procedere, magari individuando per il sistema previdenziale non un generico e indistinto provvedimento, ma un intervento mirato ad alcune tipologie di prestazione previdenziale, noi saremmo nei guai seri, perché si sarebbe determinata una rottura negli interessi che noi rappresentiamo. Non so dire a questo punto, né mi appassiona, se c’è stato un ripensamento strategico o se è solo un atteggiamento tattico, se il ministro del Tesoro ha cambiato davvero opinione o è costretto: registro che non c’è più quell’ipotesi. Il fatto che sia scomparsa, ci rende più forti nei rapporti con coloro che rappresentiamo, e con quelli ai quali vogliamo parlare anche senza rappresentarli direttamente.
      La Cgil da sola, senza Cisl e Uil, disse che bisognava ridimensionare il valore della manovra e bisognava introdurre anche entrate che ridimensionassero il taglio di spesa. Siamo passati da diciassette a quindicimila miliardi, ci sono quattromila miliardi di entrate, non fiscali; il rischio era quello di "sostenere un aumento della pressione fiscale", come disse qualcuno, ma non c’è nessun aumento della pressione fiscale, si riduce la dimensione dei tagli di spesa e c’è un mix apprezzabile tra l’uno e l’altro.
      Noi l’avevamo chiesto, non la Cisl. Non la Uil. Anche la sorpresa su articolazioni di opinioni e di valutazioni, è sorprendente, se mi consentite il gioco di parole. Abbiamo avuto di più. Quello che chiediamo da decenni ai governi, di intervenire sull’evasione fiscale, è diventato certezza. Sono seimila miliardi che vanno alle famiglie, più duemila miliardi che vanno a compensazione degli effetti dell’Iva. Sono gli interessi che rappresentiamo noi. Se si scende dal 27 al 26 per cento, non sono i padroni, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati che ne beneficiano. Se si aggiungono gli interventi per le famiglie povere e per le persone anziane, ritorniamo lì: sono le cose che i nostri pensionati hanno chiesto e hanno avuto come disponibilità, formale ma non sostanziale, dal presidente del Consiglio quando lo avevano incontrato; sono le cose che Cgil, Cisl e Uil, in questo caso unitariamente, hanno rivendicato per lungo tempo.
      Trovo singolare che di fronte a questi elementi di novità indubbia, un organismo non debba cambiare giudizio. Non siamo nello scenario di luglio. Siamo in condizioni di novità positiva per noi. Poi se qualcuno aggiunge che bisogna fare di più, sono d’accordo con lui, ma siamo in una condizione profondamente diversa da quella che abbiamo valutato giustamente in modo così severo. Tremila e cinquecento miliardi di recupero dalle pensioni: questo era stato ipotizzato nel testo iniziale del Dpef. Se non siamo un gruppo di samaritani che si occupa casualmente degli interessi di chi vuole rappresentare, ma siamo un’organizzazione di rappresentanza sociale, qui c’è una ragione per la differenza di giudizio tra luglio ed oggi, ed è una ragione consistente.
      Poi avremo altre cose da fare. Dovremo sapere quali sono esattamente le risorse che vanno alle politiche attive per il lavoro, ma intanto parliamo di seimila miliardi che vengono a noi, più duemila per gli interventi sull’Iva. Spero che i compagni ritornino dall’incontro col ministro della Funzione pubblica, avendo riacquisito lo 0.8 per la contrattazione integrativa e qualche migliaio di miliardi in più per i contratti, parliamo di tre milioni e mezzo di persone.
      La novità, e di conseguenza la differenza di valutazione, è qui indubbia. Per la prima volta la Finanziaria non solo non interviene sugli interessi che rappresentiamo chiedendo piccoli o grandi sacrifici, ma mette a disposizione risorse per risolvere alcune delle nostre esigenze storiche. Quanti anni sono che chiediamo una riduzione della pressione fiscale su di noi, non sulle imprese. Ci siamo. Bisogna negarlo perché la Cisl, per ragioni incomprensibili, lo nega? Di forme di autolesionismo ce ne sono tante. Non faccio regali al governo, perché questi vantaggi li ha voluti la Cgil e li ha ottenuti. Prima o poi qualcuno si accorgerà che paga meno tasse, e se deve avere un minimo di riconoscenza, è bene che l’abbia verso chi ha chiesto e ottenuto questo risultato. I cittadini sono liberi di valutare, possono anche ritenere insufficiente il risultato, ma noi dobbiamo fare il nostro mestiere: dobbiamo incassare il risultato di quello che abbiamo rivendicato da tanto tempo.
      Questo approccio e questo taglio della Finanziaria, ci offrono un altro spazio, che non si traduce in cose immediatamente concrete, ma che non è di piccolo conto. Penso alle risorse per sostenere più di quanto non fosse già nel Patto per lo sviluppo, una nostra idea di politica economica, di politica industriale, di innovazione e di valorizzazione di un assetto economico che abbia come fondamento la qualità.
      Abbiamo discusso qualche giorno fa in un convegno di questi temi. Hanno ragione i compagni che sostengono che quando affrontavamo la politica economica dicendo che mobilità e flessibilità dovevano essere considerate un corollario, e che l’asse decisivo era la qualità dello sviluppo, eravamo in straordinaria solitudine. Neanche tutto questo gruppo dirigente, prima di parlare degli altri, ha considerato questa come una battaglia culturale da fare.
      Ma non basta avere qualche risultato, bisogna tradurlo in interventi concreti. C’è un master-plan, ci sono delle politiche formative, ci sono delle risorse disponibili che possono, e secondo me debbono, essere indirizzate verso quelle scelte che abbiamo alla fine convenuto, perché producano risultati in un arco di tempo medio. Se ci riusciamo si sposta l’asse della discussione, e un po’ alla volta anche la polemica astiosa rivolta contro di noi si stempera e si cominciano ad apprezzare le idee della Cgil. Credo che tutto questo arrivi anche ai lavoratori, intanto è importante che si allarghi lo spazio di chi ritiene che il modo giusto per risolvere il problema del lavoro e dell’occupazione è quello che abbiamo indicato, e non quello di agire sulle forme di flessibilità senza regole e senza diritti.
      Può essere che questo cambiamento oggi non dia nessun vantaggio immediato ai lavoratori, e che ci si troverà, anche nell’arco delle prossime settimane, di fronte a tanti elementi di contraddizione, tanti tentativi di accordi separati, come quello di Milano, quello dell’Ama di Roma, ma intanto cambia un orizzonte.
      Prendiamo atto dei mutamenti di opinione, che sono in campo. Una grande organizzazione sta meglio se l’opinione pubblica le fa da sponda o sta meglio se ha tutti contro? Mi sono sentito dire tante volte in questo comitato direttivo che ci vuole un progetto. Abbiamo scelto come costruire questo progetto, adesso si parla d’altro? Adesso il progetto non serve più? Siamo al giorno per giorno? Considero la discussione che abbiamo imposto a una parte dell’economia italiana, a professori, ministri, persone che si occupano quotidianamente di economia, un nucleo di progetto. Se ognuno ci mette la sua parte andremo avanti, anche sul piano organizzativo.
      Da qui in avanti vogliamo provare a costruire intorno a quello schema? Strutture territoriali e strutture di categoria? Poi vediamo in che cosa si traduce. Credo che questo sia il modo per dare intanto un’idea alta della nostra iniziativa prima del congresso, poi il congresso potrà definire il resto.
      Così come arriveremo un giorno non lontano a discutere di Welfare. Noi abbiamo le carte in regola per avanzare una proposta di rafforzamento del Welfare, delle sue varie politiche, quelle che abbiamo già sperimentato dal ’97 ad oggi e quelle che vanno aggiunte, completando i capitoli che sono oggetto di discussione. Penso per esempio agli ammortizzatori sociali. Guardate che spostare risorse verso la Cassa integrazione, per quelli che non ce l’hanno, o l’innalzamento della disoccupazione, non è semplicemente rafforzare o introdurre delle tutele, significa spostare radicalmente una forma di protezione che oggi, siccome non c’è o è debole, non produce unità nel mondo del lavoro, ma esattamente divisione, tra categoria e categoria, tra soggetti e soggetti.
      Dovremo discutere attentamente di quelle politiche, ma questo deve diventare parte, a proposito del progetto, di quell’idea di spesa sociale che va progressivamente ma rapidamente individuata.
      Credo che questi siano poi gli elementi fondamentali della nostra iniziativa dei prossimi giorni e delle prossime settimane. Nella discussione che faremo sullo Stato sociale devono essere contenuti tutti i capitoli che compongono la protezione, dobbiamo avanzare anche un’ipotesi di incremento della spesa; quest’anno si realizza un’inversione di tendenza da apprezzare, ma credo che con la diminuzione del debito si debba avere un aumento della spesa nel suo insieme, della spesa sociale non della spesa complessiva, che produca un riallineamento dei nostri valori alla media europea.
      Sappiamo che in questo capitolo esiste un punto che riguarda i contenuti e le dinamiche della spesa previdenziale su cui è stato difficile intervenire, anche negli anni passati. Le cose che ho detto si possono interpretare in tanti modi, però se restiamo alla lettera o, se volete, se restiamo alle intenzioni, considero che non si debba tornare indietro rispetto a quanto abbiamo sempre detto. Gli interventi sul sistema previdenziale devono essere fatti nel 2001, per le ragioni che abbiamo più volte esplicitato. Non ho mai proposto l’ipotesi di un intervento anticipato rispetto al momento nel quale un’eventuale distorsione deve essere corretta. Ho proposto l’anticipo di una riflessione tra noi, su come correggere la distorsione, alla luce di quello che a me pare un problema non risolvibile dal normale andamento della crescita del prodotto interno lordo nei prossimi anni. Se dovessimo estremizzare il ragionamento che ho sentito fare anche nelle discussioni di questi giorni, siccome il problema comincerà dal 2006, nel 2001 si avanzerà l’ipotesi che bisognerà aspettare. Guardate che dobbiamo essere in grado di programmare per tempo i nostri interventi, per evitare quello che ci ha sempre penalizzato: la logica dell’emergenza. E questo vale per le pensioni come per qualsiasi altro argomento. Se si arriva a ridosso dell’avvenimento temuto, senza avere un’idea e senza aver costruito consenso intorno alla propria idea, è inevitabile che l’emergenza ci stritoli. Perché quando la casa brucia bisogna andare per le spicce e non si ha oggettivamente il tempo per fare la cosa migliore, o comunque quella sulla quale si è cercato di costruire il consenso maggiore.
      Di questo si è trattato, anticipare un’ipotesi di intervento a fronte dell’eventuale conferma, e secondo me l’eventuale è di troppo, di un problema che potrebbe penalizzare noi, anche perché gli altri non stanno fermi. Non so se quello che dicono gli altri ha grande o piccola incidenza tra i lavoratori. Ho la sensazione che una certa polemica insistita senza che dall’altra parte ci siano opinioni di merito, possa produrre danni, convince una parte del mondo che noi dovremmo rappresentare. Valutiamolo nel modo più opportuno, ma nessuno dice più che siamo di fronte ad una emergenza per quanto riguarda la spesa previdenziale.
      Sento liquidare con una rapidità che mi preoccupa possibili ipotesi sul trattamento di fine rapporto. Se però la Cgil non avesse detto che bisognava utilizzare il trattamento di fine rapporto tutto, non una parte, tutto, non saremmo oggi a discutere a discutere di questo tema. Non c’era a luglio. A luglio c’era solo il nostro bisogno di dover comunque provvedere a dare una risposta ai più giovani, nella costruzione del secondo pilastro, senza avere disponibilità del governo a chiedere alle imprese l’utilizzo di tutto il trattamento di fine rapporto. Che il governo abbia pensato poi, per ragioni che si comprendono, ma che non condivido, di poter destinare ad altro fine il Tfr, è cosa nota. Ma anche qui: meglio lasciar decidere le imprese o che decidano i lavoratori?
      Noi abbiamo un compito che riguarda la nostra responsabilità: stabilire sulla base di un mandato, come quello che di norma si ha contrattualmente, qual è l’utilizzo di questa parte di salario differito. Poi i singoli potranno decidere che non è così, potranno scegliere di lasciarlo dove sta, ma un’organizzazione di rappresentanza collettiva decide. Le norme contrattuali servono a questo. Credo che sia da rivendicare semplicemente l’applicazione di un diritto: visto che i fondi vengono alimentati contrattualmente, contrattualmente si dia possibilità, con la facoltà di recedere da parte di chi non lo vuole.
      Anche qui però non credo che si sarebbe parlato di Tfr così come si sta facendo adesso, se non si fosse riaperta una discussione sulle prospettive future dell’assetto previdenziale. Perché il governo ha capito che un intervento eventuale, per avere il consenso ha bisogno di una serie di compensazioni che prima non erano nemmeno oggetto di discussione. Poi vedremo come fare.
      Mi sono semplicemente limitato a fare questo, non a chiedere l’anticipo di una data, il 2001, che per altro non era stata neanche richiesta da noi, ma introdotta dal dibattito parlamentare. Penso che sia importante per un’organizzazione, avere un’opinione su qual è la cosa più opportuna da fare.
      Vorrei dire che i dati che sono stati citati qui a proposito della composizione della platea cui ci riferiamo, dovrebbero far riflettere. Credo che ci sia, legittimamente, qualche preoccupazione, delle perplessità, delle esplicite contrarietà ai termini con i quali il tema è stato descritto, a cominciare dalle cose che ho detto io. Non mi sorprende. È naturale e fisiologico.
      Su una cosa però si deve interrogare questo gruppo dirigente: a chi si parla o a chi si vuol parlare quando si sostiene una tesi piuttosto che l’altra. Se i dati sono quelli che vi ha ricordato prima Guglielmo Epifani, e sono quelli, abbiamo un problema. La stragrande maggioranza dei lavoratori, quelli che oggi lavorano, ha ormai il sistema contributivo. Quando dico la stragrande maggioranza, significa otto milioni su undici milioni. Quegli otto milioni, da un’ipotesi di intervento, non sono minimamente interessati. Se gli si fa credere che anche loro hanno un problema non sorprendetevi di reazioni e di problemi che sorgono successivamente. Non sto con questo dicendo che ignoro, non l’ho mai detto e non lo sosterrò mai, i problemi e le difficoltà che riguardano i tre milioni restanti, sono la mia generazione, ma noi rappresentiamo soltanto quei tre milioni? O rappresentiamo, pensiamo, ambiamo a rappresentare tutti?
      Se pensiamo di essere il sindacato di tutti, dobbiamo sapere quali sono gli effetti potenziali delle scelte che indichiamo. Dico per altro che al 2001 ce ne saranno cinquecentomila in meno per cui saremo due milioni e mezzo, aggiungo che un’ipotesi come quella prospettata ridurrà ulteriormente il numero. Nell’assemblea dei giovani delegati a Bologna, dicendo delle cose che riguardavano la flessibilità, non solo mi sono interrogato, ma ho provato a guardare anche un po’ le reazioni dei delegati che erano lì. Non dei sindacalisti, quelle le immaginavo già. È evidente che esiste e per fortuna esiste, anche uno spirito fortissimo di solidarietà tra i giovani, che hanno una condizione diversa rispetto agli anziani. Però loro hanno chiesto, uno dopo l’altro, risposte concrete ai loro problemi. E i loro problemi non erano totalmente di altra natura, riguardavano però tanti altri aspetti delle caratteristiche e delle condizioni di lavoro. A tal punto che penso che di alcuni aspetti relativi alle protezioni, che riguardano invece quella platea di ragazzi, ci dobbiamo fare carico noi, perché loro, avendo lontano il problema, tendono a dimenticarsene, col rischio che lo scoprano quando avranno difficoltà crescenti.
      In ogni caso c’è una proposta che non è di dettaglio, non era nemmeno giusto che lo fosse, e io credo che di fronte all’esistenza di un problema occorra che un gruppo dirigente si assuma delle responsabilità. C’è chi dice, non solo all’esterno della Cgil, anche nella Cgil, che il problema non esiste; opinione legittima, da dimostrare. Poi c’è chi dice che il problema esiste, ma si deve risolvere in altro modo. Assolutamente legittimo, ma si dica come. Perché "altro modo" non toglie le preoccupazioni, non crea consenso. Facciamo una discussione tra di noi? Benissimo, questa era un’occasione, un’occasione importante per discutere anche di merito, perché il 2001 non è domani e abbiamo un po’ di tempo, ma non è lontanissimo nel tempo, e avere qualche ipotesi da mettere in campo, secondo me è molto utile. Ovviamente poi le ipotesi vanno commisurate con la dimensione del problema, perché le modulazioni degli strumenti e degli interventi sono legate alla dimensione esatta del problema. Credo si possano ragionevolmente risolvere molte delle difficoltà che abbiamo tra di noi e tra le altre organizzazioni, se il percorso viene presentato con una certa precisione. Non si tratta di anticipare alcunché. La data del 2001 è una data che secondo me deve restare.
      Quello che si deve fare in fretta invece, è una verifica sull’esistenza del problema risolvendo qualche contraddizione fra di noi e anche qualche contraddizione con le altre organizzazioni sindacali. So che, per aver seguito gli altri su delle strade perigliose, a volte per malinteso amore di unità, ci siamo trovati in fase negoziale, in imbarazzo, in oggettiva difficoltà. Meglio evitare. La verifica che ho proposto nella relazione, prendendo spunto da una proposta avanzate del segretario generale della Uil, potrebbe servire tranquillamente a risolvere questo primo contenzioso. C’è o non c’è il problema, sulla base di dati oggi disponibili e delle previsioni che si possono fare? Se esiste il problema, è bene che la Cgil esprima un’opzione già da adesso, su qual è il sentiero da percorrere. Senza dettaglio, ma l’opzione sì, perché credo che si debba avere il massimo di apertura unitaria, come sempre abbiamo fatto, ma in virtù di elementi non equivoci anche al nostro interno. Abbiamo fatto così nel ’95, e nel 1997. Nel 1997 questo direttivo votò e si divise come ha sempre fatto nella sua storia più recente e anche quella più lontana, sul come affrontare la correzione di quello che era uno scostamento già evidenziato. Nel ’95 come nel ’97, l’opinione della Cgil non è diventata il merito della trattativa con il governo, ma l’oggetto della discussione con Cisl e Uil. Poi in quella discussione abbiamo trovato una soluzione unitaria. Noi vogliamo discutere con il governo sulla base di una proposta unitaria. La proposta unitaria si costruisce partendo dalla messa in campo della proposta di ciascuno, non esiste su queste materie la possibilità di arrivare ad una soluzione unitaria partendo da zero.
      Anche perché gli altri quello che vogliono l’hanno già detto. D’Antoni ha detto che vuole aumentare le tasse. L’ha detto di fronte a tremila delegati a Bologna. Dice: c’è un problema demografico? Si risolva attraverso un intervento fiscale. E’ un’ipotesi che considero non solo sbagliata, ma devastante per gli effetti che può avere. Non è possibile fare una discussione partendo da nulla. Bisogna partire da una discussione della Cgil, dicendo già dall’inizio che noi siamo disponibili a qualsiasi soluzione che abbia il carattere dell’equità e dell’efficacia che serve. Ho detto qual è la mia opinione, ho cercato di argomentarla, la soluzione unitaria sarà diversa? Non la vivrò mai come la messa in discussione della mia funzione o di quel tanto di acume che posso avere in materia di pensioni.
      Per altro è un’idea che mi sentite ripetere da qualche anno, non l’ho scoperta, personalmente, il primo di settembre. Sono già stato rimproverato in passato per averla sostenuta, addirittura per averla scritta in un libro. I rimproveri fatemeli ancora, ma almeno datemi atto che non è un’improvvisazione né è un problema privato. Nel ’95 la maggioranza del comitato direttivo, ad onor del vero, diede mandato alla Cgil di presentarsi alla discussione con gli altri con questo fondamento. Poi ci fu la mediazione perché la Uil, non la Cisl che ha sempre sostenuto il contributivo, era nettamente contraria; la mediazione ci fu perché avevamo una soluzione tecnica offerta dagli interventi di Giuliano Amato in precedenza. La mediazione la facemmo qui, nel saloncino dell’esecutivo della Cgil.
      Penso che non ci sia un’altra strada che ci possa mettere in condizione di discutere e di mantenere fermo un approdo unitario se c’è, da parte degli altri, questa volontà. La Cgil ha una sua opinione. L’opinione conclusiva sarà quella che decideremo insieme, tutti e tre. Troverei però sbagliato un approccio rovesciato, andiamo senza un’opinione, poi quello che esce diventa necessariamente un vincolo per la Cgil. Non ci comprenderebbero le persone che rappresentiamo.
      C’è il sospetto che così vogliamo fare un’operazione che tende ad accentuare le difficoltà nel rapporto con la Cisl? No. O per meglio dire, il sospetto può essere battuto se noi siamo espliciti su due cose. Una l’ho già detta, che la Cgil si presenti ad un dibattito unitario, con l’intenzione di cercare una posizione comune, avendo una sua opinione ma disponibile a discutere qualunque altra ipotesi che abbia efficacia ed equità; l’altra è che se non ci venissimo a trovare nella condizione di avere una posizione unitaria, noi non punteremo a fare accordi separati. Perché la vera diversità sta qui. Se sul tema della previdenza come su quello della Finanziaria, o su qualunque altro argomento di carattere più strettamente contrattuale, ci fossero ipotesi diverse, la Cgil dice da adesso che non fa accordi separati; e in verità lo dice in continuazione e sono gli altri che fanno finta di non sentire o di non comprendere. Non è possibile che di fronte a una Cgil che ha un’opinione e a un governo che ne ha una diversa, si arrivi a un atto formale che escluda la Cisl o la Uil. Ci sarebbe per altro precluso dal nostro statuto. E, al di là dello statuto, considererei politicamente aberrante che si possa arrivare a una conclusione che segna la rottura del fronte sindacale.
      Penso che i rapporti unitari si difendano così. Concordo con chi ha detto che quando l’unità è in discussione bisogna avere una voglia esplicita di unità più alta. Penso che l’unità debba essere ricercata partendo dal merito, perché l’idea dell’unità a prescindere, non è mai stata nostra; penso che sia indispensabile in ognuno dei livelli nei quali operiamo, provare, fare sforzi, cercare di creare le condizioni per arrivare a delle intese unitarie.
      Quando hanno fatto l’accordo separato all’Ama, noi non ce ne siamo stati con le mani in mano. Abbiamo lavorato da un minuto dopo per costruire condizioni unitarie per modificare quell’accordo, e ci saremmo riusciti, perché le categorie interessate hanno firmato uno stralcio del contratto nazionale, che consente di risolvere il problema che esisteva all’Ama, senza definire un doppio mercato del lavoro. Temo, però, che da parte degli altri, stanti i primi commenti, non ci sia una gran voglia di prendere atto di questa novità.
      La stessa cosa abbiamo fatto a Milano. Loro hanno firmato un accordo separato senza neanche fermarsi un’ora nella trattativa. Io ho scritto al segretario generale della Cisl e al segretario generale della Uil dopo l’accordo separato, sollevando questo problema (il segretario della Uil mi ha risposto, quello della Cisl non ancora). Il problema che ho sollevato è banale. In quel negoziato la Camera del lavoro di Milano è entrata con un documento unitario; si è svolta una trattativa nel corso della quale si sono registrate opinioni diverse; e alla fine di fronte alla proposta di Albertini ci hanno mollato. In un minuto. Nessuno si è peritato di sospendere il negoziato per vedere se, in una sede diversa, si poteva ricomporre il dissenso. Sono andati avanti e dopo qualche ora hanno firmato.
      Ho sollevato questo problema. Quello delle regole. Non ho trovato risposta a questa esigenza banale, di regole, di procedure. È un incidente? È una scelta premeditata? (che si faceva l’accordo separato a Milano non l’ho appreso da Panzeri che mi ha telefonato, l’ho letto quattro giorni prima sul Corriere della Sera. In prima pagina. Con un articolo a firma del segretario generale della Cisl).
      Penso che li si debba sfidare sul merito. Fa bene la Camera del lavoro di Milano ad andare all’incontro che Albertini ha convocato, chiamando anche la Camera del lavoro che non ha firmato. Non sorprendetevi però se Albertini convoca e la Cisl dice: o firmate o non discutete. Lo stato dell’arte è questo.
      Non attribuisco intenzioni politiche a nessuno. Faccio notare che nella polemica con la Cisl ho sempre cercato di parlare di merito.
      Poi uno sforzo straordinario di voglia unitaria, deve avere argomenti di merito precisi. La Camera del lavoro di Milano verificherà in quell’incontro di che cosa si tratta. Anche quello è uno sforzo unitario. Era più facile dire ad Albertini no, non vengo, non sono firmatario, proseguirò la mia polemica dall’esterno.
      In questo modo si danno messaggi positivi verso le persone che vogliamo rappresentare, verso una città, non negando la volontà di risolvere dei problemi oggettivi e così si toglie anche strumentalità agli altri. Non possiamo dare però per scontato, lo dico perché ne sono convinto, che anche la nostra voglia unitaria trovi poi dall’altra parte un riscontro adeguato. Il tentativo però di riprodurre sistematicamente a tutti i livelli, gli elementi di differenziazione che hanno portato a Milano ad un accordo separato li dobbiamo dare per scontati.
      Abbiamo tanti argomenti e abbiamo dalla nostra il fatto che laddove ci sono le persone in carne ed ossa, i lavoratori e le lavoratrici con le quali devi fare la consultazione, devi discutere il merito, noi siamo oggettivamente più difesi. Perché il sentire comune non porta a queste brutture. Non è però nemmeno fuori luogo immaginare che il tentativo di distinzione permarrà. Noi ci salviamo soltanto se siamo in grado di tenere un forte ancoraggio al merito. Abbiamo bisogno però anche di qualche regola. La legge sulla rappresentanza non è un optional a questo punto, non lo era neanche prima per la verità, ma conta ancora di più, perché una strategia di differenziazione paga, per chi la produce, se alla fine non c’è nessuno che decide, ma ci sono solo i gruppi dirigenti.
      Partire dal merito dei problemi, sempre, in rapporto stretto con i nostri gruppi dirigenti, laddove necessario anche con gli iscritti, ma con i gruppi dirigenti sempre, di volta in volta tentando di costruire intorno alle nostre scelte il consenso che serve.
      So benissimo che i problemi d’immagine non sono problemi marginali neanche per noi. Lo schema di politiche che viene prospettato, da parte della Cisl in questo caso, non della Uil, può rappresentare, sul piano della comunicazione e del rapporto con una parte del mondo del lavoro, un’ipotesi più affascinante della nostra. Non ho dubbio alcuno, perché si presentano come coloro che sulle pensioni non sono disposti a discutere di nulla, posizione popolare, il problema non c’è, dicono. Dall’altra parte, quando parlano di flessibilità, ammiccano al sistema delle imprese, alle amministrazioni, ma ovviamente prescindono dai lavoratori che sono oggi presenti nell’azienda. L’accordo di Ama-city non riguarda quelli che ci sono, ma i duemila che verranno assunti. Anche questa è una posizione di qualche facilità, anche dal punto di vista della gestione immediata. Appaiono, o cercano di apparire, molto più convinti dell’autonomia nei confronti, in questo caso, del governo.
      La nostra è una posizione più difficile. Io però credo che assecondare, prescindendo dal merito, atteggiamenti populisti, sia un errore che al dunque si paga pesantemente. Intanto chiariamoci tra noi su un aspetto banale: cos’è l’autonomia. Abbiamo chiesto al governo di restituirci dei soldi attraverso la modifica dell’Irpef, ci hanno detto di sì e per dimostrare che siamo autonomi dobbiamo negare l’evidenza di un risultato che è nostro? Cosa c’entra l’autonomia? Dovremmo assecondare una posizione che davvero è difficile da comprendere: quando c’è un rapporto critico con l’esecutivo siamo autonomi, quando invece siamo d’accordo siamo gente che ha messo il cervello all’ammasso? È una descrizione caricaturale dell’autonomia. Questo vale sempre, governo di destra, governo di sinistra, non cambia nulla: abbiamo fatto una richiesta, a quella richiesta hanno risposto di sì. Semmai diciamo di volere altro, per quando ci saranno le condizioni, ma è sì. L’autonomia è anche questo. Altrimenti si entra in una spirale dalla quale si viene stritolati, che per dimostrare la propria differenza dagli interlocutori, si dice sempre di no, e non si fa nessun accordo. Io credo che occorra avere il coraggio dei no come dei sì. Certo bisogna dimostrare ed argomentare perché no e perché sì. Se gli argomenti sono deboli, se il merito è inesistente, hanno ragione gli altri, però non mi farei impressionare più di tanto dal permanere di questa oggettiva posizione di rendita che hanno gli altri. Poi al dunque i nodi vengono rapidamente al pettine. L’accordo separato di Roma? Adesso c’è la soluzione alternativa. Vedremo che cosa succede. Se quella soluzione verrà applicata, si dimostrerà che avevamo ragione noi. Se quella soluzione verrà osteggiata, come penso, si dimostrerà in concreto, a tutti, che il problema non era il merito, ma era di altra natura.
      La stessa cosa vale per Milano. Albertini dice: seicentomila lire alle persone che verranno assunte. Sapete quante leggi e quanti contratti bisogna modificare per arrivare, in uno qualsiasi dei contratti di lavoro dei settori industriali o dei servizi, a quei valori? Tanti. Se il comune di Milano presenterà delle ipotesi che sono risolvibili utilizzando gli strumenti di legge e quelli contrattuali attuali, la Camera del lavoro di Milano dovrà firmare. Se invece non sarà così, le carte saranno scoperte. Se si legge l’accordo di Milano, il testo non ha in sé nulla di scandaloso. Gli allegati che accompagnavano il testo avevano molto di scandaloso. Molto. Sono scomparsi. Sono scomparsi per sempre? Sarebbe auspicabile. Temo che siano nel cassetto del city manager che poi al momento opportuno sarà costretto a tirarli fuori. Non li tira fuori? Siamo contenti. Vorrà dire che la battaglia che abbiamo fatto, di principio e di merito, ha prodotto dei risultati. Ho visto tante titubanze, non soltanto in punti lontani dell’organizzazione, ma anche in punti vicini e non posso dire di sentirmi del tutto tranquillo di fronte alla reazione che c’è stata in settori di opinione pubblica, ma anche in segmenti di rappresentanza sindacale che sono vicini a noi o che sono dentro di noi. Sarà poi di volta in volta, anche in questi casi, la presentazione di ipotesi concrete che ci dirà se avevamo ragione o se avevamo torto.
      Non bisogna infatti precipitare in questi casi. Non soltanto il tempo è galantuomo, ma oggettivamente le dinamiche sono messe in modo tale che si va verso elementi di chiarezza. Quello che conta, fin da adesso, è di non restare prigionieri di una polemica che può avere incidenze negative. Per farlo, secondo me, bisogna rapidamente dare corpo alle cose che ho ricordato. Sanciamo il principio che non facciamo accordi separati, sanciamo il principio che ci presentiamo a tutte le discussioni unitarie, anzi le stimoliamo, sulla base di nostre proposte, che quelle proposte sono tutte discutibili, tutte. I lavoratori devono sapere, se c’è una mediazione, come nasce, da dove siamo partiti e dove siamo arrivati. Lo deve sapere il gruppo dirigente e lo devono sapere i lavoratori. Invece se c’è qualcosa che nasce dal nulla, a quel punto non si comprenderà qual è l’opinione dell’organizzazione.
      Dico, tra parentesi e sommessamente, che se comincia una stagione nella quale gli elementi di differenza sono più marcati che non in passato, la nostra proposta unitaria deve essere basata sul merito, il progetto che tante volte è stato rivendicato è importante, anche nelle sue articolazioni più ravvicinate, perché guardate che si misura davvero la volontà degli altri solo se è in campo un’ipotesi. Se non c’è nessuna ipotesi, che cosa vogliono gli altri non si saprà mai, e qual è la mediazione possibile, ancora di meno.
      Per questo, per quanto possa creare problemi e difficoltà, anche l’indicare in anticipo un asse, un segmento, da parte della Cgil è comunque preferibile ad una soluzione esattamente opposta. Io credo di aver capito, se non è così chiederò un supplemento di indagine, che l’ipotesi avanzata da Claudio Sabattini di non assumere un nostro orientamento sia, oggettivamente, un danno. Non lo dico perché penso a problemi che riguardano la rappresentatività della segreteria o di chi sta parlando; no, penso alle dinamiche sindacali che può determinare. Una discussione nella quale non è chiaro qual è l’opinione della Cgil, per noi è una discussione che rischia di essere vissuta all’esterno come tutta a perdere. Una posizione della Cgil chiara, che porta a una mediazione, anche profondamente diversa dalla posizione iniziale della Cgil, è un atto di volontà unitario, e comunque è una scelta che induce una dinamica comprensibile all’esterno. Per questo preferisco l’ipotesi che ho proposto, invece di quella che è stata avanzata qui. Poi il tempo anche per gli aggiustamenti materiali non mancherà.