Concertazione via obbligata (M.Tiraboschi)

07/12/2007
    venerdì 7 dicembre 2007

    Pagina 15 – Commenti e inchieste

    GLI ACCORDI SOCIALI

      Concertazione via obbligata

        Resta attuale la lezione di D’Antona: alla politica l’indirizzo dell’economia

          di Michele Tiraboschi

            Le tormentate vicende del provvedimento ligislatico di attuazione del protocollo sul welfare hanno posto con forza al centro del dibattito politico e sindacale il tema, non nuovo, della difficile convivenza tra concertazione e democrazia parlamentare.

            Nella storia delle relazioni industriali del nostro Paese non è la prima volta che il Parlamento interviene, modificandone punti tutt’altro che secondari, sui risultati della negoziazione triangolare tra Governo, sindacati e imprenditori. La memoria corre al pacchetto Treu del 1997, la cui attuazione parlamentare si è discostata, in più punti, dal protocollo di concertazione che lo sosteneva, senza che questo provocasse allarmi e tensioni con le parti sociali paragonabili a quelli che si registrano oggi. Lo stesso è accaduto con riferimenro ai provvedimenti di attuazione del patto di Natale del 1998 con cui pure si cercava di istituzionalizzare, proprio a livello parlamentare, il metodo concertativo.

            Non è tuttavia la stretta attualità politica, che pure ci consegna l’immagine di una concertazione stravolta e mortificata, a dare oggi l’impressione di un preoccupante corto circuito tra concertazione sociale e democrazia parlametare. La verità, piuttosto, è che il persistente ritardo nella modernizzazione del sistema di relazioni industriali, nel sovraccaricare le funzioni del livello nazionale, acuisce le debolezze e il vuoto di progettualità di una classe politica che, soggiogata dai veti incrociati e dalle convenienze contingenti, pare aver smarrito la visione del bene comune e dell’interese generale che anima ogni vera ipotesi di concertazione. Così come è vero che l’estrena politicizzazione delle materie del lavoro e della competitività comprime il contrattualismo, e cioè l’espressione culturale più moderna del sindacalismo italiano, a vantaggio di un antagonismo fine a se stesso. E senza contrattualismo,in un sistema bipolare imperfetto come quello italiano, nessuna vera concertazione pare realisticamente praticabile.

            Non è del resto un caso, a ben vedere, il fatto che la concertazione abbia vissuto la sua migliore stagione quando è stata condotta da Governi tecnici e istituzionali, in funzione di supplenza di una classe politica delegittimata e paralizzata, per poi iniziare ad arenarsi clamorosamente alla guida di Governi tornati pienamente politici. Prima con il patto di Natale del 1998, fortemente voluto da Massimo D’Alema. Più recentemente con il patto per l’Italia del luglio 2002, con cui Berlusconi, dopo aver inutilmente tentato l’assalto a quello che aveva definito il "bunker del consociativismo sindacale", cercava faticosamente di ricomporre una profonda frattura con il movimento sindacale.

            Rimasta senza seguito la proposta del Governo Berlusconi di sostituire la concertazione con un assai meno impegnativo dialogo sociale, è proprio la fallimentare esperienza del patto di Natale del 1998 a dimostrare l’inutilità di ogni tentativo di formalizzare la cornice istituzionale e le procedure della concertazione. La soluzione per garantire una buona convivenza tra Parlamento e concertazione non può infatti che essere politica, non normativa, salvo ovviamente mettere mano alla Costituzione, ed è legata alla capacità degli attori coinvolti di recuperare il valore più autentico del metodo della concertazione. Perché, va detto chiaramente, in tutta questa vicenda del protocollo sul welfare è proprio la concertazione ad essere mancata e questo spiega lo scavalcamento e le tensioni in ambito parlamentare.

            Ognuno degli attori coinvolti si è infatti mosso in ordine sparso, complice una trattativa assai poco trasparente, che ha perso per strada pezzi importanti come il terziario e la piccola impresa e condotta attraverso più tavoli e diversi livelli di legittimazione. Non v’è da meravigliarsi, in questo contesto, se ognuno degli attori coinvolti abbia poi finito per enfatizzare il suo ruolo di parte, promuovendo e difendendo interessi parziali all’insegna del tutti contro tutti. E se esponenti della maggioranza hanno potuto concorrere alla messa in crisi del sacro principio della concertazione, che vuole il rispetto dei patti, in nome della sovranità del Parlamento, ciò è stato possibile solo per la debolezza politica del Governo, che si è infatti presentato al tavolo della trattativa senza una posizione di sintesi, al suo interno condivisa, che non fosse quella generica e ambigua del programma dell’Unione.

            Attaccata da una parte della destra e dalla sinistra radicale, più volte dichiarata morta, la concertazione è stata in realtà la chiave di volta della storia delle relazioni industriali del nostro Paese degli ultimi trent’anni e mai ha dato luogo a un esproprio della sovranità e delle prerogative del Parlamento. E del resto ciò non sarebbe possibile una volta chiarito, come ha fatto la Corte costituzionale in una nota sentenza del 1985, che gli accordi concertivi non comportano limitazioni delle prerogative e delle responsabilità costituzionali del Governo e del Parlamento, i quali possono sempre riappropiarsi delle materie sulle quali sono state raggiunte intese con le parti sociali.

            Ciò ovviamente quando, nello scambio politico tra Governo e parti sociali, l’interesse al rispetto dei patti e alla legittimazione reciproca sia ritenuto un vincolo, o al più un obiettivo in sé, e non invece un’opportunità rispetto alla autosufficienza – ma anche all’autoreferenzialità – della rappresentanza parlamentare. a dimostrazione del fatto che – come bene scriveva Massimo D’Antona sulle colonne del Sole 24-Ore all’indomani del patto di Natale («Il patto non sminuisce il ruolo delle Camere», Il Sole-24 =re, 19 gennaio 1999) – piuttosto che un segno di debolezza delle istituzioni parlamentari di fronte all’economia e ai suoi "poteri forti" la concertazione rimane ancora oggi una delle poche risorse disponibili, se non l’unica, per conservare alla politica nazionale un ruolo di effettivo governo e orientamento dei fatti economici interni.