Concertazione, una fase nuova

24/07/2003



        Giovedí 24 Luglio 2003

        ITALIA-LAVORO
        Politica dei redditi


        Concertazione, una fase nuova

        Le parti sociali concordano sulla necessità di aggiornare l’accordo del luglio ’93

        LINA PALMERINI


        ROMA – Dieci anni non sono molti. E, infatti, di quell’accordo del 23 luglio di dieci anni fa, molte cose sono da conservare. La politica dei redditi fissata in quell’intesa ha garantito la stabilità finanziaria, il controllo dell’inflazione, la fine della conflittualità e la difesa del potere d’acquisto dei salari ma, contestualmente, altre cose significative sono accadute. In questi dieci anni il Paese ha cambiato moneta, le imprese hanno cambiato modo di competere sui mercati internazionali, ci sono stati significativi mutamenti negli assetti del capitalismo italiano, è cambiato il sistema elettorale e istituzionale con il federalismo che è ancora un cantiere aperto. Tutti fatti che creano le premesse per una rivisitazione dell’accordo del 23 luglio di dieci anni fa che lanciò la concertazione e la politica dei redditi. Ieri ne hanno discusso a un convegno, organizzato da Labitalia, imprenditori, sindacalisti, rappresentanti del Governo e dell’opposizione. «Eravamo sull’orlo di un baratro finanziario e senza quell’intesa non ce l’avremmo fatta. È stato un accordo di fondamentale importanza», è il commento del presidente di Confindustria. «Quell’intesa – ha aggiunto – ha aiutato il nostro Paese a superare l’alta inflazione e ad affrontare quella crisi finanziaria pericolosissima. Da allora in poi il Paese ha avuto difficoltà a fare concertazione e vero dialogo sociale. Solo negli ultimi 24 mesi si è messo in moto un processo di confronto senza reciproci veti e pregiudizi». Per tutti, però, ora è arrivato il momento di cambiare. «È sotto gli occhi di tutti la necessità di rivedere la seconda parte del protocollo del 23 luglio del ’93, quella che fa riferimento agli assetti contrattuali. Le parti – ha detto nel suo intervento il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi – ci provarono 5 anni fa ma poi tutto fu bloccato dal veto della Cgil. Mi auguro che ora le parti riformino un modello contrattuale centralistico ingiusto verso lavoratori e imprese». L’esigenza di un aggiornamento è sottolineata anche dal direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi: «L’accordo ha funzionato molto bene: ha dato importanti risultati come il dimezzamento dell’inflazione, l’ingresso nell’euro e la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni. Però – ha aggiunto – fu stipulato in base a un’emergenza nei conti pubblici che oggi non c’è più. Oggi c’è quella della crescita e bisogna ripensare a quelle regole pensando a questa emergenza». Dunque, se un cantiere di lavori si deve aprire, l’obiettivo deve essere quello di trovare un «nuovo modello di relazioni sindacali e di revisione del modello contrattuale con una maggiore partecipazione dei lavoratori all’interno delle imprese. La contrattazione di secondo livello in parte ha funzionato, in parte no». Dunque, una partecipazione che non sia nella gestione dell’impresa ma nella distribuzione della ricchezza. Su questo punto i sindacati si dividono. La Cisl di Savino Pezzotta da tempo ha lanciato l’idea di un nuovo impianto contrattuale spostando il baricentro sulla contrattazione di secondo livello e aumentando i "tassi" di partecipazione dei lavoratori all’impresa. Un’idea che piace alla Uil ma non alla Cgil ancora "in difesa" sul ruolo del livello di contrattazione centrale-nazionale. «Bisognerà fare una verifica del modello contrattuale ma – ha dichiarato Epifani – senza stravolgimenti: l’idea di ridurre il peso del contratto nazionale, per rendere più forte il secondo livello di contrattazione e ridurre costi e diritti, è priva di senso». Anche la Confartigianato si dice disponibile a un «nuovo patto sociale», come ha dichiarato il presidente Petracchi, «ora che è superata l’emergenza finanziaria e che occorre puntare sulla competitività».
        E dall’opposizione arriva una proposta: «Il solo fatto – ha detto il leader dei Ds Fassino – che si debba ricercare una sede di confronto con le parti sociali, è la dimostrazione di come sia stata ideologica e priva di efficacia la politica contro la concertazione». La proposta di restyling è di Cesare Damiano, responsabile lavoro Ds: «L’impianto va salvaguardato ma ci sono alcune crepe. Penso alla difficoltà di difendere il salario, a fronte di una inflazione programmata e di una reale che spesso sono molto distanti. Si dovrebbe prendere come riferimento l’inflazione attesa, indicata dalla Bce».