“Concertazione 3″ «Meno precarietà sul lavoro. Il resto è rito»

13/07/2004


        lunedì 12 luglio 2004


        Concertazione n.3
        Critico

        «Meno precarietà sul lavoro. Il resto è rito»

        Bruno Manghi, di area Cisl: «La verità è che Montezemolo vuol marcare la distanza da D’Amato, Epifani da Cofferati»

        «Non se ne può più di certi riti. La cosiddetta nuova concertazione, così come appare in questi giorni, è un rito che appartiene al simbolismo inutile». La bocciatura viene da Bruno Manghi , sociologo, ex dirigente sindacale, testa pensante vicina da sempre alla cultura Cisl.

        Capisco che è difficile governare tenendo conto di oltre 30 sigle sindacali presenti al tavolo, ma la concertazione è sicuro che non sia una cosa seria?

        «No, è una cosa serissima, ma va fatta ogni 20-30 anni, è di dimensioni globali ed epocali, che affronta i grandi problemi. Quella avviata nel ’93 è stata una cosa seria. Ci ha permesso di entrare in Europa. Ha tenuto sotto controllo la contrattazione sindacale, ha regolato prezzi, salari e tariffe. E’ costata anche lacerazioni: ricordo che Bruno Trentin nel ’92 minacciò le dimissioni. Ma quella che si vede in questi giorni è un rituale. Non possiamo parlare di grandi patti epocali ogni due o tre mesi».


        C’è chi la chiama concertazione e chi la chiama dialogo sociale. Sono due cose diverse.


        «Direi che anche le guerre nominalistiche sono inutili. Chiamiamola come volete. Oggi il problema è pensare ad alcuni problemi, forse più modesti ma seri, che sono la priorità. Per questo io preferirei parlare di nuovo "spirito cooperativo" piuttosto che fare la retorica della concertazione».


        Però in momenti di disagio e di crisi i simboli hanno il loro peso.


        «Sì, ma rispondono spesso a logiche interne. Per la nuova dirigenza della Confindustria rispondono all’esigenza di marcare una differenza forte rispetto alla fallimentare gestione precedente. Per la Cgil, sono lo specchio dell’affrancamento dalla disastrosa gestione Cofferati. Al di là dei simbolismi inutili, ripeto, il problema è capire quanta sovranità ciascun soggetto è disposto a lasciare sul campo. E questo riguarda i sindacati, le imprese e il Governo».


        Ma il termine "dialogo sociale" anziché concertazione è stato introdotto dall’attuale governo per differenziarlo dalla concertazione. Come dire: care parti sociali, trovate un accordo tra di voi; il governo mantiene comunque il suo diritto di decidere.


        «Senza il governo non si fa nemmeno dialogo sociale. Il governo è parte in causa, perché detiene i dati e le risorse e deve dire, visto il livello del debito pubblico, quanta spesa pubblica è disposto a mettere in gioco».


        Il termine dialogo sociale sembrava anche funzionale alla divisione del fronte sindacale tra Cgil e Cisl-Uil.


        «Sì, ma siamo ancora alla retorica delle relazioni industriali. C’è il gioco delle parti che inquina tutto. Per questo io dico che bisogna tornare ai problemi concreti».


        Oltre al tema dello sviluppo e dei provvedimenti necessari per arrestare il declino industriale del Paese, quali sono le priorità che vanno affrontate con «spirito cooperativo»?


        «La prima è la riduzione, fatta sulla base di analisi serie e non ideologiche, del grado di insicurezza e di precarietà che avvolge oggi il mondo del lavoro. Credo che le nuove forme di flessibilità abbiamo introdotto troppe tipologie, soprattutto all’ingresso del mercato del lavoro, che andrebbero invece semplificate e disboscate».


        Qui emerge subito la differenza dei modelli di sindacato.


        «Sì, ma anche qui direi che bisogna guardare oltre il gioco delle parti. Sicuramente la Cisl è in ogni caso più vicina al modello partecipativo che a quello ideologico-conflittuale. La seconda priorità, infatti, è proprio quella di introdurre la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese».


        Credo che la Cgil sia molto diffidente su questo punto.


        «Non credo. In fondo i sindacati si assomigliano tra loro oggi più di quanto non appaia attraverso i sacri quanto inutili riti. La partecipazione deve essere collettiva e trasparente, che si chiami azionariato dei dipendenti o partecipazione attraverso i comitati di sorveglianza poco importa. Si può partire dalle municipalizzate, per esempio, ma questo disegno deve arrivare alle imprese private».


        La terza priorità «cooperativa»?


        «E’ quella che il sindacalismo italiano si apra al mondo, nel contribuire a una gestione sensata dell’immigrazione e nell’affrontare il tema e i rischi delle delocalizzazioni. L’orizzonte delle parti sociali deve essere alto, internazionale, globale».


        I due modelli di sindacato implicano anche la revisione del modello contrattuale. Su questo si può trovare un accordo?


        «Penso di sì. Credo che la questione cruciale sia l’introduzione nel nostro sistema di un modello territoriale. Si può preservare un contratto nazionale, che già oggi ha un peso relativamente modesto, ma il futuro è nel territorio».


        Esiste una questione salariale?


        «In questi anni il rapporto profitti-salari ha penalizzato i secondi, ma le stock option dei manager anche di aziende in crisi sono cresciute. Vanno legati salari e produttività. Ma oggi non c’è grasso per tutti».