“Concertazione 2″ «Il dialogo è stato utile.E lo sarà domani»

13/07/2004


        lunedì 12 luglio 2004


        Concertazione n.2
        Positivo

        «Il dialogo è stato utile. E lo sarà domani»

        Innocenzo Cipolletta, per 15 anni in viale dell’Astronomia: «Nel ’93 il governo fu decisivo. E non sborsò una lira»

        «La concertazione? Fa parte del dna del nostro Paese. Siamo abituati a farla risalire a una precisa stagione degli Anni Novanta, ma in verità del dialogo tra le parti troviamo traccia già negli Anni Settanta, quando si decise di togliere dal calcolo dell’inflazione il prezzo dei prodotti petroliferi». Innocenzo Cipolletta - dal 1985 al 2000 in Confindustria, prima come vicepresidente e responsabile dell’Ufficio studi, poi per 10 anni come direttore generale e oggi presidente di Ubs corporate finance Italia – vede con favore la stagione inaugurata la scorsa settimana da Luca Cordero di Montezemolo e Guglielmo Epifani.

        Sembra stia iniziando una nuova stagione di relazioni sociali. Ritorna la concertazione…

        «Mi sembra il modo migliore per risolvere i grandi problemi che condizioneranno lo sviluppo del Paese. Il dialogo tra le parti ha avuto una connotazione forte negli Anni Novanta, quando divenne prioritario ridurre l’inflazione. Ora i problemi sono altri, è necessaria una transizione dell’assetto produttivo verso un nuovo modello e l’individuazione di ammortizzatori sociali che favoriscano questo tipo di cambiamento».


        Meglio dunque la via della concertazione rispetto a un modello diverso, come quello anglosassone?


        «Sono realtà molto lontane e non esportabili. Aspetti culturali, storici e di organizzazione sindacale le differenziano. Ma il dialogo tra le parti sociali e lo scambio di opinioni su problemi comuni avviene ovunque».


        Si discute di formule: concertazione bilaterale o trilaterale. Con la partecipazione o meno del governo…


        «Dipende dagli argomenti. Certo, la presenza dell’esecutivo è sempre importantissima, ma il famoso accordo del luglio del 1993 fu esclusivamente bilaterale. Il governo in quell’occasione fu molto presente, fu un agente di grande intelligenza, ma non mise una lira. Si scambiò la fine della scala mobile con un nuovo assetto delle relazioni industriali».


        Parliamo di retribuzioni. Emerge l’ipotesi di accordi territoriali. La considera un’opportunità?


        «Forse questo tipo di accordi possono avere un significato in agricoltura, nell’artigianato, anche nel piccolo commercio. Ma per l’industria non credo abbiano grande interesse. La mia è una posizione laica senza preconcetti e ripeto, forse in alcuni settori possono avere utilità, purché non siano una via surrettizia per arrivare a un secondo livello di obbligazioni».

        Intanto però ci sono cento contratti e cento figure di lavoratori. Il che significa troppe regole.

        «Questo accade perché si è cercata la flessibilità all’interno della normazione. Alla lunga si è realizzata un’operazione costosa e costantemente in ritardo. Invece, fateci caso, tutte le nuove forme di lavoro hanno un nome inglese e in Italia le abbiamo importate. In questo campo ci sarebbe bisogno di un forte divieto su alcuni principi irrinunciabili e poi di grande libertà: penso a vietare il lavoro minorile, l’eccessiva lunghezza dell’orario, tutto ciò che possa contrastare la tutela della persona. Ecco vietato ciò, il contratto dovrebbe far premio sulla legge».


        Il nuovo vertice di Confindustria sembra disposto ad aprire un negoziato sui salari purché vengano legati alla competitività e alla produttività. È una strada percorribile?


        «L’obiettivo di noi tutti è quello di vivere in un paese ricco e competitivo, dove ci sono aziende che pagano alti stipendi. Per arrivarci è però molto importante non uccidere i posti di lavoro che ora ci sono…».


        Confindustria e sindacati hanno stilato la lista delle priorità per il Paese. Investire in innovazione e ricerca, trasformare il Mezzogiorno in una risorsa, far crescere la dimensione delle imprese, semplificare la pubblica amministrazione. Nessuna novità: sono anni che ci riempiamo la bocca con le medesime frasi. Non le pare l’ennesima ripetizione di un ritornello?


        «Ci sono voluti vent’anni per abolire la scala mobile, ma alla fine è stata abolita, lo abbiamo fatto. È vero che questi argomenti sono sul tavolo da anni, ma è anche vero che bisogna continuare a parlarne per arrivare a fare qualcosa. Non possiamo fermarci ora che il processo – lungo e difficile come spesso capita in Italia – è stato avviato. Anche perché oggi alcune cose, penso agli investimenti destinati all’innovazione e alla ricerca, sono caratterizzati da strutture di costo più semplici. È arrivato il momento del fare…».


        Non è facile «fare». C’è un debito pubblico che appesantisce ogni tentativo di corsa.


        «Quello è un vincolo davvero pesante. I tassi in Italia sono bassi, ma spendiamo molto per pagare il debito, ci sono tasse che servono solo a dare i soldi ai ricchi che hanno prestato il loro denaro allo stato. La cosa non sarebbe grave se avessimo realizzato delle infrastrutture, ma avendo alimentato solo la spesa corrente la situazione è preoccupante. E che il vento stia cambiando lo si è capito anche dal taglio del rating dell’Italia operato da Standard & Poor’s, un taglio che era nell’aria, ma pur sempre un segnale di cui tener conto».


        Ma cosa serve davvero all’Italia? Qual è la lista delle priorità?


        «Serve un quadro normativo e di finanza pubblica stabile. Come posso convincere uno straniero a investire in Italia per i prossimi 5 anni se negli ultimi 5 abbiamo cambiato 5 volte le norme di riferimento? Quanto alle priorità, impariamo a vivere con le regole che abbiamo, dimostriamo a chi ci osserva che sappiamo fare con le regole che già ci sono».

        Stefano Righi