Con l’Italia più vecchia saltano i conti

02/10/2002

            2 ottobre 2002

            IL FUTURO
            STATO SOCIALE

            Nel 2038 gli anziani saranno 13 milioni, tre milioni in più rispetto alle stime precedenti – Indispensabile cambiare le regole per reperire i contributi necessari all’erogazione delle pensioni, già ora insufficienti
            Con l’Italia più vecchia saltano i conti

            DI GIANPIERO DALLA ZUANNA

            Negli ultimi anni la sopravvivenza
            degli anziani italiani è
            aumentata in modo inatteso.
            Nel 1981, solo il 49% dei
            sessantenni arrivava all’ottantesimo
            compleanno. Nel 1998, la stessa
            proporzione sale al 63 per cento.
            Inoltre, i miglioramenti sono
            particolarmente intensi oltre gli
            80 anni di vita. Queste modifiche
            —frutto di complessi cambiamenti
            del sistema sanitario, della tecnologia
            e dell’approccio delle persone
            verso la loro salute — influenzeranno
            profondamente molti
            aspetti della vita sociale. Occupiamoci
            delle conseguenze sul sistema
            pensionistico.
            Il sistema previdenziale italiano è
            stato costruito con una logica adatta
            per condizioni demografiche molto
            diverse da quelle di oggi. Nel 1981 i
            giovani italiani con meno di 20 anni
            erano 5 milioni in più rispetto al
            2001, mentre le persone con più di
            70 anni (che chiamiamo per semplicità
            "anziani") erano meno di 5 milioni,
            rispetto ai 7,5 attuali.
            Sempre più anziani. Gli anziani
            aumenteranno anche nel futuro. Recentemente
            l’Istat ha rivisto le sue
            previsioni di popolazione, per tenere
            conto del forte incremento della
            sopravvivenza. Se le previsioni si
            realizzeranno, gli italiani anziani saranno
            10,5 milioni nel 2021 e 14
            milioni nel 2041. Ma verosimilmente
            gli anziani saranno ancora più
            numerosi di così, poiché dopo il
            1996 (anno base per le nuove previsioni)
            la diminuzione della mortalità
            è stata ancora più intensa di quanto
            supposto dall’Istat.
            Confrontiamo i risultati di queste
            ultime previsioni dell’Istituto di
            statistica (di fine anni 90) con quelle
            elaborate dallo stesso Istat alla
            fine degli anni 80, utilizzate finora
            per ragionare sulla "tenuta" di medio
            e lungo periodo del sistema
            pensionistico italiano (ad esempio,
            per calcolare l’andamento nel tempo
            del rapporto fra spesa pensionistica
            e Pil). Prendiamo come anno
            di riferimento il 2038: è un anno
            abbastanza lontano per apprezzare
            la portata dei cambiamenti, ma abbastanza
            vicino perché buona parte
            degli attuali lavoratori siano coinvolti.
            Infatti, nel 2038 le persone
            che avranno più di 70 anni saranno
            tutte nate prima del 1968, e andranno
            in pensione con il nuovo metodo
            contributivo.
            Per il 2038, le stime Istat di fine
            anni 80 prevedevano 10,5 milioni
            di anziani. Secondo le stime aggiornate,
            invece, gli anziani nel 2038
            saranno 13 milioni, ossia 3 milioni
            in più. L’incremento sarà più forte
            nelle classi di età "estreme". Sempre
            per il 2038, le vecchie stime
            prevedevano "solo" 500mila ultranovantenni,
            mentre le nuove stime
            ne prevedono 1,5 milioni — oggi i
            vegliardi sono poco meno di 400mila,
            più che raddoppiati rispetto al
            1981, sette volte più numerosi che
            nel 1961.
            Le pensioni. Se le regole del
            sistema pensionistico non cambieranno,
            le principali conseguenze
            saranno due. In primo luogo, l’importo
            unitario delle nuove pensioni
            diminuirà. Infatti, la legge prevede
            che ogni dieci anni i coefficienti
            attuariali per il calcolo delle nuove
            pensioni vadano aggiornati. Al crescere
            della sopravvivenza della popolazione
            anziana, diminuirà l’importo
            unitario della pensione, perché
            i contributi versati nel corso
            della vita lavorativa vanno ripartiti
            per un maggior numero di anni. Di
            conseguenza le nuove pensioni —
            già notevolmente abbassate con il
            passaggio al metodo contributivo
            — diverranno ancora più basse.
            In secondo luogo, il monte pensioni
            tenderà ad aumentare. Supponendo
            che i pensionati abbiano
            tutti più di 70 anni, e che tutte le
            persone con più di 70 anni ricevano
            una pensione, nel 2038 si dovranno
            erogare 3 milioni di pensioni
            in più rispetto a quanto previsto
            nelle riforme degli anni 90.
            E non si tratta di problemi per il
            lontano futuro. Già nel 2005 le
            persone con più di 65 anni saranno
            almeno 300mila in più rispetto
            a quanto previsto all’inizio degli
            anni 90, con una spesa pensionistica
            aggiuntiva di 2,5 miliardi di
            euro (supponendo una pensione
            media di 8mila euro l’anno).
            I due processi appena descritti
            possono compensarsi a vicenda?
            Avremo più pensionati, ma con pensioni
            più basse, mantenendo per
            quella via l’equilibrio fra spesa pensionistica
            e Pil previsto dagli esten-
            sori delle riforme? Nei prossimi
            due decenni questo non accadrà.
            Infatti il monte pensioni sarà intaccato
            solo marginalmente dal ricalcolo
            medianti i coefficienti attuariali,
            che riguarderà solo i nuovi pensionati.
            Quindi, almeno fino al
            2020, l’allungamento della sopravvivenza
            in età anziana causerà solo
            il progressivo incremento del numero
            di pensioni da erogare. Questo
            incremento sarà assai maggiore di
            quanto previsto al momento delle
            leggi degli anni 90.
            Contributi insufficienti. Le pensioni
            di ogni anno vengono pagate
            con i contributi versati dai lavoratori
            nello stesso anno. Già oggi
            questi contributi sono largamente
            insufficienti. Secondo i calcoli del
            Sole-24 Ore (si veda «Il Sole-24
            Ore» del 6 settembre 2001), nel
            2000 i contributi hanno coperto
            solo due terzi del monte pensioni.
            In quell’anno il deficit del sistema
            pensionistico è stato di 50 miliardi
            di euro (ossia il 5% del Pil), ripianato
            dalla fiscalità generale, con
            un costo medio di quasi 1.000 euro
            per cittadino (bambini e pensionati
            compresi). Nei prossimi anni
            entreranno nel mercato del lavoro
            le striminzite leve demografiche
            nate dopo il 1980. Se non vi saranno
            immigrazioni e se la natalità
            resterà quella di fine 900, nel
            2038 gli italiani tra i 25 e i 69 anni
            saranno 9 milioni in meno rispetto
            ad oggi. Ma anche supponendo un
            continuo flusso di immigrazioni
            dall’estero — come fa l’Istat nelle
            sue nuove previsioni — nel 2038
            vi saranno 44 pensionati ogni 100
            lavoratori (erano 10 su 100 nel
            1961, sono 19 su 100 oggi).
            Serve una riforma. Il sistema
            pensionistico italiano va quindi corretto,
            per tenere conto dell’incremento
            della sopravvivenza degli
            anziani. Conviene agire, con decisione,
            in tre direzioni:
            1) irrobustire il " pilastro" delle pensioni
            integrative, per impedire che gli attuali
            giovani subiscano una drammatica
            riduzione di reddito al momento
            della pensione; 2) ridurre l’incremento
            dei nuovi pensionati, innalzando
            l’età media effettiva al pensionamento;
            3) aumentare il numero dei lavoratori
            che versano contributi.
            Quest’ultimo obiettivo si raggiunge,
            in parte, innalzando l’età
            media alla pensione. Ma va anche
            combattuto il lavoro nero, va aumentato
            il tasso di attività (specialmente
            nel Mezzogiorno, dove è
            decisamente basso) e va favorita
            l’immigrazione regolare, specialmente
            nelle aree del Centro Nord a
            piena occupazione, dove è maggiore
            la richiesta di manodopera e
            dove più sono diminuite le nascite
            nell’ultimo ventennio. Un sistema
            economico florido, capace di creare
            occupazione (italiana o straniera
            che sia), avrà meno difficoltà a
            retribuire i suoi pensionati.
            Più si aspetta a intervenire, più
            le riforme dovranno essere dolorose
            e draconiane. Conviene quindi
            muoversi al più presto, per evitare
            che una cosa bella come l’allungamento
            della sopravvivenza diventi
            un boomerang per le generazioni
            future.
            gpdz@stat.unipd.it