Con la Finanziaria gode solo la Confindustria

12/10/2007
    11 ottobre 2007 ANNO XLV N.41

    Pagine 60-61-62 – Attualirà/ Il nostro tempo

      Con la Finanziaria gode solo la Confindustria

        SORPRESE Alla vigilia del referendum tra i lavoratori sale l’insoddisfazione. Perché la vera priorità non è il welfare ma la busta paga. Mentre il governo...

          di RENZO ROSATI

            Con un po’ di ritardo se n’è accorto anche Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil: agli operai di Mirafiori o dell’Ilva di Taranto, più che il protocollo sul welfare interessano le buste paga. Che, con 1.200-1.400 euro al mese, da tempo non bastano a sbarcare il lunario. Ma la situazione si è fatta grave soprattutto nel 2007, quando alla «rimodulazione» dell’Irpef decisa dal governo un anno fa si sono aggiunte le addizionali comunali e regionali, e dall’autunno anche i rincari del carrello della spesa e delle bollette.

              È quanto emerge dagli interventi nei luoghi di lavoro effettuati in queste settimane dai leader confederali e dai dirigenti intermedi, in preparazione del referendum dell’8-10 ottobre. Opinioni che ora nel sindacato si sta pensando di ordinare in una ricerca sistematica, magari da affidare non solo ai canali interni come l’Ires, il centro ricerche della Cgil, ma anche alla collaborazione di istituti come il Cattaneo di Bologna.

                Del resto subito dopo la busta paga e la perdita di potere d’acquisto gli operai pongono come priorità le pensioni (la differenza tra lo scalone di Roberto Maroni e la formula scalini più quote di Romano Prodi e Cesare Damiano non è considerata sufficiente), solo dopo dimostrano di avere a cuore la riforma del lavoro precario. Quanto al protocollo vero e proprio, a bocciarlo dovrebbe alla fine risultare una minoranza di lavoratori e pensionati: le previsioni parlano di un 20 per cento di no.

                  Ma una minoranza che in fabbriche come Mirafiori o alla General Electric di Firenze potrebbe diventare maggioranza. Facendo scattare quel «no qualificato» sufficiente alla sinistra massimalista per chiedere al governo di riaprire l’intera trattativa, o per prendere le distanze da Prodi, insomma per far balenare la crisi.

                    Eppure, proprio questi dati evidenziano il grande equivoco, e l’altrettanto notevole ipocrisia, che sindacati e partiti stanno agitando sulla testa degli operai. Perché Rifondazione comunista e Pdci, con il sostegno di parte del vertice Fiom (Giorgio Cremaschi più che il segretario Gianni Rinaldini), mirano a rimettere in discussione il famoso protocollo. Soprattutto su due punti: lo staff leasing, cioè la cessione temporanea da parte di agenzie di lavoro interinale di squadre di quadri e personale; e il termine di tre anni per i contratti a progetto. In base al protocollo, dopo 36 mesi si viene assunti a tempo indeterminato, a meno di accordi diversi firmati davanti a funzionari sindacali.

                      Sul primo punto Prodi e Damiano sono pronti a fare concessioni in Parlamento. Sul secondo no. Anche sulle pensioni il premier è disposto a dare qualcosina, pur di tirare avanti: in particolare sulla richiesta, che Rifondazione e Pdci si preparano a formalizzare, di allargare le maglie dei soggetti a lavori usuranti esclusi dall’innalzamento dell’età pensionabile. Oggi i beneficiari sono fissati in 5 mila l’anno. Il governo non lo dice, ma è disposto a salire ad almeno 7.500, se si reperiscono le risorse. È già pronta la stima dei costi: 150 milioni l’anno.

                        Questo, appunto, il copione prevedibile e previsto delle prossime settimane. Che salverebbe la faccia e la poltrona a molti, a Prodi soprattutto, ma anche ai segretari di Rifondazione e Pdci, Franco Giordano e Oliviero Diliberto. Che però non risolverebbe affatto il maggior problema delle fabbriche e degli operai: quello delle buste paga.

                          Che fare su questo punto? Improvvisamente la Cgil ha scoperto che se in questi due anni di governo di sinistra qualcuno può ritenersi soddisfatto del proprio (legittimo) lobbying, questo è Luca di Montezemolo, presidente della Confindustria. Con la prima Finanziaria di Prodi e del suo ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, nel 2007 ha portato a casa il taglio di 5 punti del cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro per le aziende e retribuzione netta per i lavoratori. L’operazione avrebbe dovuto andare per il 60 per cento a beneficio delle imprese e per il 40 dei dipendenti. Ma, sorpresa, questo 40 per cento è stato «assorbito» a opera del governo dalla nuova curva Irpef, più pesante per i ceti medi e alti e appena più leggera per i redditi degli operai.

                            I già modesti benefici sono stati poi annullati dalle addizionali. Risultato: nelle tasche dei lavoratori non è arrivato nulla. Con la Finanziaria 2008 la storia si ripete. La Confindustria incassa un taglio sensibile dell’Ires, l’imposta sui redditi delle società: dal 33 al 27,5 per cento. Operazione secondo il governo a costo zero, perché aumenta la base imponibile (cioè le voci tassate). Ma mentre la riduzione è immediata, l’identificazione del nuovo imponibile è rinviata a una serie di norme di attuazione e ai vari pagamenti dal 2008 in poi.

                              Ancora più gradita la riduzione dell’Irap dal 4,25 al 3,9 per cento. Come dice Montezemolo, «l’assieme di queste misure ci consente di non perdere in competitività rispetto a paesi come la Germania, che hanno già ridotto la pressione sulle imprese». Ma paradossalmente proprio Montezemolo è tra i primi a chiedere di ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti. L’abbattimento dell’Ici è infatti considerato meglio che nulla, ma insufficiente.

                                È un po’ bizzarro che sia il capo degli industriali a sostituirsi al sindacato nel chiedere meno tasse per i più deboli. Qualche maligno insinua che questo abbia a che fare con la vertenza dei metalmeccanici, tuttora incagliata sulla richiesta di aumento di 100 euro lordi. In realtà la campagna «meno tasse» Montezemolo l’ha lanciata da tempo, a cominciare dall’infuocato discorso all’assemblea Confindustria di fine maggio. E se Prodi si vanta di avere fatto come Angela Merkel, il cancelliere tedesco che ha ridotto di 10 punti le tasse sulle aziende, né la Confindustria, né gli economisti, né i centri di ricerca, e a quanto pare ora neppure il sindacato, possono più tacere l’altra faccia della medaglia: gli stipendi italiani sono poco più della metà di quelli di paesi europei con economia paragonabile.

                                  Secondo una ricerca dell’Eurispes del marzo 2007, la paga media netta di un operaio in Italia è di 1.300 euro, contro i 2 mila della Germania. Mentre la media totale lorda delle retribuzioni del lavoro dipendente è da noi di 21 mila euro, contro i 41 mila tedeschi. L’Eurostat, l’istituto ufficiale di statistica dell’Ue, in una classifica delle varie figure professionali (dal metalmeccanico all’assistente di segreteria) colloca gli italiani fra il terzultimo e il penultimo posto dell’Ue, prima del Portogallo e talvolta della Grecia. Mentre l’economista Francesco Giavazzi denuncia «lo scandalo di una pressione fiscale al 43,4 del pil, senza che si tocchi minimamente la spesa pubblica».

                                    Questo «più soldi in busta paga» è il fronte che il sindacato intende aprire. Se sarà una battaglia seria o un diversivo lo diranno i fatti. Soprattutto lo dirà la disponibilità del governo, che per ora assomiglia a un muro. La relazione appena trasmessa al Senato insieme alla Finanziaria annuncia per il 2008 una pressione fiscale invariata e un calo dello 0,2 per cento solo a partire dal 2009. «Abbiamo cominciato una correzione leggera ma significativa nella distribuzione del reddito» ha annunciato Prodi il 3 ottobre. Leggera certamente, significativa molto meno.