Con la Cgil Prodi apre la Fabbrica al sindacato

24/06/2005

    venerdì 24 giugno 2005

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        PRIMARIE IL LEADER IN CASA DI EPIFANI: «NON FAREMO UNA POLITICA DEI DUE TEMPI»

          Con la Cgil Prodi apre la Fabbrica al sindacato

            Serravalle Pistoiese. Prodi e la Cgil, il suo segretario Epifani in testa, non avevano bisogno di annusarsi per riconoscersi e stabilire un’intesa, come avvenne – assumendo i contorni dell’evento – l’anno scorso tra lo stesso Epifani e il presidente di Confindustria Montezemolo. Quello che si svolto ieri pomeriggio prima in via riservata tra il vertice della Cgil (segreteria confederale e segretari delle principali categorie, ma nessun esponente nazionale della Fiom, tutti impegnati «altrove») e il Professore, in un albergo circondato dal verde, e poi in pubblico, aveva i contorni rilassati dell’incontro tra lontani cugini vissuti in paesi diversi per anni ma che, quando si rivedono, si riconoscono come membri della stessa famiglia. E l’abbraccio, pacato e morbido nei toni e nei modi, non poteva che registrare «la grande sintonia sugli obiettivi e un grande desiderio di aiutare il paese a uscire dalla crisi» (Prodi) e «il positivo scambio di opinioni sulla situazione del paese e per ricostruirlo» (Epifani). Quasi le stesse parole, dunque. A dire la verità, un paio di preoccupazioni i massimi vertici della Cgil li hanno portati con sé – insieme a una valigiona nera e pesante 20 chili che è stata consegnata a Prodi e che contiene tutti i documenti del sindacato elaborati in questi mesi – ed espressi nel faccia a faccia a porte chiuse con cui hanno accolto il Professore. Quello più sostanzioso riguarda il merito, e cioè un ventilato risanamento «in due tempi», prima il risanamento e poi lo sviluppo. Epifani ha posto la questione, Prodi ha risposto al volo: «C’è un tempo solo: rigore nei conti pubblici e sviluppo devono marciare assieme. Lo sforzo per far rialzare la nostra economia deve essere immediato e coordinato». L’altro, invece, riguarda il metodo: a molti esponenti della Cgil una certa distanza della Fabbrica dai problemi reali del paese non è piaciuto. Forse non è un caso che Epifani, aprendo il pre-incontro, quello in albergo, gli abbia detto: «Caro Romano, ti propongo di rovesciare il metodo della Fabbrica. Noi parliamo, tu ci ascolti e rispondi a ognuna delle nostre questioni in due-tre minuti…». Accolto il principio, partono gli interventi. Per la sinistra intervengono Patta (che chiede garanzie e diritti «anche per i cittadini di sinistra non iscritti a partiti, alle primarie») e Nerozzi (che teme, anche in un governo di centrosinistra, l’imposizione di «sacrifici senza obiettivi» e che vuole risposte «alle istanze sociali, più che a quelle della politica»). Per l’ala riformista parlano il presidente dell’Inca Aldo Amoretti e il presidente dell’Ires Agostino Megale. Amoretti critica la Fabbrica, «poco in ascolto con la realtà sociale e le forze produttive» (Prodi replicherà che bisognava pur partire con qualcosa ma che in futuro anche la Fabbrica «parlerà con tutti»). Poi Amoretti parla anche di politica e chiede di «tenere dritta la barra riformista della Fed», sempre più evanescente di questi tempi, e arriva persino a far suonare le uniche critiche, tra i presenti in sala, adombrando «rischi di monarchia da premierato». Megale invece sottopone a Prodi due temi cruciali: politica dei redditi e concertazione contro ogni deriva corporativa e contro le rincorse salariali. Prodi non si sottrae e conviene sul punto mentre a chi gli chiede di «non essere usato, come sindacato, solo quando serviamo per fare i sacrifici», ribatte pronto: «Sono io che cerco il rapporto con voi, con il sindacato come con tutte le parti sociali, perché lo ritengo essenziale». Megale, a dire la verità, pone anche la questione dell’unità sindacale, ma qui Prodi non vuol entrare in un campo minato e si limita ad annuire e ad auspicarla «la più larga possibile». Per ora, quello che va in scena, però, è il dialogo con la sola Cgil. Epifani, naturalmente, in pubblico ci tiene a ribadire che si tratta di una «grande forza autonoma» e anche sulle primarie dice «ognuno dei nostri iscritti, che partecipano come cittadini e cittadine, deciderà secondo coscienza» ma poi si lascia scappare un «credo di sapere come la maggior parte di loro farà tale scelta». Il segretario della Cgil ci tiene a ribattere le accuse, piovute ieri in testa alla Cgil dalle colonne del Sole 24 ore, di essere un sindacato «conservatore», in particolare in merito alla revisione degli assetti contrattuali, tema su cui il dialogo non solo con gli industriali ma anche con la Cisl è bloccato: «Sono accuse senza senso», ribatte, «l’unica cosa da ridurre per loro è il contratto nazionale».