“Comprare 1″ L’Italia, un paese in vendita

17/11/2004

    supplemento AFFARI & FINANZA di lunedì 15 novembre 2004

      PRIMO PIANO pag. 2

        L’Italia, un paese in vendita

          MARCO PANARA

            Non c’è nulla di strano nel fatto che una famiglia venda l’azienda appunto di famiglia, che un’impresa venda dei suoi rami d’attività o che un gruppo venda delle controllate o partecipate. E’ normale, anzi il cambiamento della proprietà delle imprese è una delle componenti fondamentali del mercato e del capitalismo. Quello che è meno normale, e anche un pochino inquietante, è che di fronte a coloro che vendono non ci sono, all’interno dello stesso sistema paese, altrettanti (più o meno s’intende) soggetti pronti a comprare.

            Il sistema paese in questione è l’Italia, che in questo strano autunno del 2004 si sta trasformando in una vetrina strapiena di merce in vendita (in parte già venduta). La lista? Coin, Rinascente, Autogrill, forse Esselunga, Pirelli Cavi, Edison, Fineco Vita, forse Aeroporti di Roma, Finmatica, Richard Ginori, Wind, Ansaldo Trasporti, Ansaldo Energia e via elencando.

            La quantità fa pensare che sia un fenomeno, uno di quei ciclici assestamenti che ogni tanto rimodellano il capitalismo nostrano (ma succede anche ad altri). E però, se di un fenomeno si tratta, è importante capirne le ragioni, i significati e gli esiti, perché alla fine ci scopriremo diversi, come sistema, da quello che oggi siamo, e potremmo fare fatica ad adeguarci.

            Cominciamo dalle ragioni. Varie, ovviamente, che tuttavia si possono riassumere in un grappolo di filoni. Il primo e il più vistoso dei quali è quello che potremmo definire degli assestamenti. Gruppi come Fiat, Pirelli e Benetton hanno diversificato assai nello scorso decennio, indebitandosi molto, e ora devono rientrare nei ranghi decidendo in quali business stare e vendendo il resto. La Fiat aveva cominciato la diversificazione con Romiti e poi l’ha accelerata con Fresco, per ritrovarsi alla fine con un ‘core business’ debole e troppi debiti. Gli Agnelli hanno deciso di non abbandonare l’auto e conseguente è stata la necessità di vendere il resto. Rinascente ed Edison rientrano in questo filone. Per la Pirelli è stata la decisione di entrare nel settore delle telecomunicazioni acquistando la Telecom (e pagandola cara) a determinare gli avvenimenti successivi, tra i quali ora l’annuncio della vendita del settore cavi. Per i Benetton la chiave di volta è Autostrade, che insieme all’ingresso anch’essi in Telecom attraverso Olimpia, determina ora la rinuncia ad Autogrill.

            Il secondo filone è più intrigante ed è da prendere sul serio: il passaggio generazionale. Le famiglie crescono, fratelli e cugini non sempre riescono ad andare d’accordo e se in alcuni casi si passa ad una gestione manageriale con le famiglie allargate che mantengono il ruolo di azionisti, in altri casi si arriva a situazioni in cui un ramo della famiglia decide di restare rilevando le quote della parte che vuole uscire. Quando ciò avviene senza litigi il problema è solo quello delle risorse, e il ramo che compra si indebita o fa entrare nel capitale qualche socio finanziario, tipicamente un fondo di private equity e poi alla fine o ricompra (caso Riello) oppure vende tutto. Più spesso gli scontri tra fratelli e cugini durano anni mentre l’azienda si indebolisce al punto da non riuscire più a camminare sulle proprie gambe.

            Il terzo filone è quello delle operazioni sbagliate o comunque non di successo, spesso all’estero. E’ il caso della Coin, che ha unito una costosa acquisizione in Germania a uno scontro interno alla famiglia. Ma avventure del genere — scontri interni o meno — hanno costellato abbastanza regolarmente la strada del capitalismo italiano.

            Il quarto e ultimo filone è quello del completamento delle privatizzazioni o l’assestamento dei gruppi dopo una serie di fusioni e acquisizioni. E’ il caso di Fineco Vita, di Ansaldo Trasporti e di Ansaldo Enegia, di Wind.

            Le ragioni per vendere quindi non mancano, e anche se molti nodi sembrano venire al pettine nello stesso momento (non a caso quando l’economia rallenta), ribadiamo che non c’è niente di strano in tutto ciò. Il problema nasce quando si guarda dall’altra parte del bancone per vedere chi compra. Pochissimi i volti italiani, per lo più signori francesi o personaggi di varia nazionalità che gestiscono fondi di private equity.

            La Francia in effetti in questo momento si presenta in Italia come un protagonista del mercato. Molte posizioni le ha conquistate. Nella finanza per esempio, con il Credit Agricole in Banca Intesa, con un bel gruppetto di investitori in Mediobanca, con la Cdc (Caisse des Dépots et Consignations) nel San Paolo di Torino e con la controllata Cnp che ha appena acquistato Fineco Vita. Ma i francesi sono molti presenti anche nella grande distribuzione, non solo con Auchan che ha rilevato tutta la parte alimentare della Rinascente, e nell’energia, con il pacchetto di controllo della Edison che hanno già in tasca, anche se con i diritti di voto congelati. Vengono in Italia perché hanno gruppi forti e anche perché è facile entrare, assai più che in Germania o nel Regno Unito.

            Per capire quanto più facile basta leggere ciò che ha detto Tarak Ben Ammar in una intervista al Sole 24 Ore: «Quando mai un tunisino potrebbe aiutare degli italiani in Francia a entrare nel tempio della finanza? O far lo stesso in Inghilterra oppure in Germania? La risposta è ovvia: mai».
            Ovviamente il tunisino è lui e il tempio della finanza in questo caso è Mediobanca. Sulla permeabilità del nostro sistema e sulla ipotetica reciprocità, alla efficace sintesi di Ben Ammar non c’è da aggiungere nulla. D’altra parte chi mai dei nostri ha oggi spalle forti abbastanza da entrare in qualche tempio francese? Al massimo si parla di Enel che potrebbe comprare energia francese ed essere autorizzata a rivederla a consumatori francesi: forse ci sbagliamo, ma a sentirla così non sembrerebbe un grande ingresso nel tempio.

            Il punto più delicato è però rappresentato dal private equity. Anche qui niente di male, anzi i fondi di private equity svolgono un ruolo importante in un mercato. La situazione diventa però preoccupante quando sono loro i soli compratori.

            La logica del private equity, che impiega soldi di investitori finanziari, è quella di comprare, ottenere ritorni almeno del 1520 per cento l’anno, possibilmente di più, per poi uscire nel giro massimo di un lustro. Per ottenere quei ritorni devono rendere assai più efficienti le aziende che comprano, spremerne tutta la liquidità e a volte lasciarle con un bel carico di debiti. In linea di massima dopo una cura da private equity le aziende escono più snelle e forse più indebitate ma comunque più efficienti. Il punto è: escono per andare dove?

            In un sistema evoluto il passaggio sarebbe: azienda familiare o di un gruppo, private equity, public company. L’uscita dovrebbe cioè essere verso la Borsa e un azionariato diffuso con una bella partecipazione degli investitori istituzionali. In Italia purtroppo non è così, allo sbocco finale della public company non si arriva mai per la semplice ragione che un mercato finanziario adatto ad assorbire quella conclusione non c’è. E allora in molti casi le aziende passano da private equity a private equity, da spremitura a spremitura senza un progetto strategico che possa farle crescere. Perché il private equity per sua natura ristruttura, rende più efficiente ma non punta alla crescita delle sue partecipate.

              Alla fine, come in ogni circolo vizioso, si arriva sempre al solito punto. E’ normale che le aziende siano vendute e comprate, ma se a volte c’è un Riello che riacquista la quota della sua azienda da un fondo di private equity, e altre volte c’è un Colaninno che si compra la Piaggio e l’Aprilia, se non c’è un mercato finanziario adeguato e se non ci sono investitori istituzionali forti, a ogni ciclo di riassetto del sistema vedremo qualche pezzo anche pregiato andare via. E continueremo a piangerci sopra.