Competitività, l’Italia arretra ancora

14/05/2003


              Mercoledí 14 Maggio 2003
              Competitività, l’Italia arretra ancora

              Classifica Imd – Per l’istituto di Losanna nel 2003 perse tre posizioni: siamo scivolati al 17° posto preceduti anche dalla Malesia


              MILANO – Nuova bocciatura dell’Italia in competitività. La classifica stilata dagli esperti di management dell’Imd di Losanna vede il nostro Paese arretrare di ben tre posizioni, scendendo al 17° posto. Nella graduatoria mondiale dei Paesi con più di 20 milioni di abitanti siamo preceduti anche da Malesia (quarta), Tailandia (decima), Cina (dodicesima) e altri Paesi. Nelle posizioni di testa troviamo tre big: gli Stati Uniti, che confermano la leadership, l’Australia che quest’anno ha superato il Canada. La "maglia nera" è invece toccata al Venezuela, arrivato trentesima, mentre la Romania entra in classifica per la prima volta con la ventitreesima posizione (si veda la tabella a fianco). Le polemiche. Questi dati hanno subito scatenato la polemica politica. Il diessino Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, ha detto che il Governo Berlusconi «trascina l’Italia ai margini dell’Europa». Dello stesso tono le considerazioni di Roberto Pinza, presidente della consulta Economia della Margherita, secondo il quale i dati Imd «sono una sentenza per il Governo Berlusconi».
              Due classifiche. Rispetto agli anni passati ci sono novità. La prima è che le graduatorie sono due. Infatti, mentre negli scorsi anni non si faceva alcuna distinzione sulle dimensioni del Paese, per il 2003 gli esperti svizzeri dell’Imd hanno considerato le aree con più o meno di 20 milioni di abitanti. E questo perché, spiegano a Losanna, chi fa nuovi investimenti pensa anche a radicarsi in maniera significativa nel Paese e quindi a tenere in considerazione il mercato locale. Da questa riflessione nascono appunto le due classifiche tra zone molto popolose e quelle più piccole. Lombardia new entry. Mentre l’Italia appartiene di diritto ai big, nella seconda classifica troviamo anche la Lombardia, accreditata della ventiquattresima posizione su 29 Paesi (o Regioni). E qui sta l’altra novità. L’introduzione di aree regionali insieme agli Stati. Come mai questa scelta? Perché, spiegano i compilatori, le modalità della competizione sono in forte cambiamento (si veda anche il box). E così ecco tra le "new entry" l’area di San Paolo, in Brasile, (tredicesima), un distretto produttivo cinese vicino a Shangai (quattordicesimo) e quello indiano di Maharashtra in diciannovesima posizione. Questo per i big.
              Le Regioni francesi. La Lombardia, invece, ottiene il proprio "rating" di produttività nella classifica delle aree con meno di 20 milioni di abitanti. Questa graduatoria è guidata dalla Finlandia, ma la parte del leone la gioca la Francia (che tra i big ottiene l’ottavo posto). Sono infatti ben due le zone d’Oltralpe che ottengono buoni piazzamenti: Île-de-France è quindicesima e Rhônes-Alps diciannovesima. Tra le altre Regioni c’è anche la Catalogna (Spagna), al ventesimo posto e la Baviera (Germania), diciottesima.
              L’Italia arretra. Spesso i criteri di localizzazione dei nuovi investimenti puntano al radicamento sul territorio, quindi anche al mercato esistente. Da questo punto di vista l’Italia ha parecchie carte da giocare. Perché invece, perdiamo terreno, essendo passati in un biennio dal tredicesimo al diciassettesimo posto? Gli esperti di Losanna riconoscono che l’Italia ha molti punti di forza. A cominciare dalla qualità degli imprenditori e delle risorse umane e da un buon livello di produttività (anche se non in termini di crescita nell’ultimo anno). La zavorra amministrativa. L’analisi che arriva da Losanna è spietata. Se prendiamo le quattro categorie base in cui sono stati riassunti gli oltre 320 indicatori, vediamo chiaramente che è l’efficienza della Pubblica amministrazione a bucare le gomme al sistema Italia nel suo complesso. Pesano in maniera molto negativa la politica fiscale e le tasse elevate (accompagnate dai forti contributi sociali sia a carico del lavoratore sia dell’azienda). Ma frenano le possibilità dell’Italia l’ancora insufficiente flessibilità del lavoro (anche se un altro indicatore Imd recepisce invece in maniera a noi favorevole l’avvio delle riforme su questo versante). Crescita insufficiente. La nostra posizione in classifica è stata penalizzata anche da un’economia in frenata. Nello scorso anno siamo infatti cresciuti troppo poco. Meglio del previsto, invece, è stato il "voto" che abbiamo meritato nelle infrastrutture. Anche perché qui viene valutata molto bene la nostra leadership nei cellulari. Inoltre i possibili investitori sono generosi nel valutare le nostre infrastrutture "sociali", come l’education, o meglio la presenza di scuole, reti universitarie o di collegamenti con centri di ricerca sul territorio, gli aspetti sanitari, del tempo libero e della sicurezza.

              FRANCO VERGNANO