Competitività, la Cgil scioglie le ultime riserve

18/06/2003



        Mercoledí 18 Giugno 2003
        Competitività, la Cgil scioglie le ultime riserve

        Le riforme per lo sviluppo – Attesa per domani la firma unitaria – Epifani oggi sonda i vertici dell’organizzazione

        LINA PALMERINI


        ROMA – Domani è fissato l’incontro decisivo tra sindacati e Confindustria sulla competitività e politica industriale. La firma unitaria è a un passo. Oggi la Cgil riunisce tutti i segretari generali per il via libera politico all’intesa con le imprese. A meno di sorprese dell’ultim’ora, Guglielmo Epifani, che nei giorni scorsi ha auspicato una firma, dovrebbe incassare il «sì» dei vertici dell’organizzazione.
        Del resto, la sinistra della Cgil guidata da Gian Paolo Patta è favorevole a un accordo con la Confindustria confermando, con questo schieramento, l’asse che è nato tra la segreteria e l’area di sinistra con il referendum.
        Ha quasi il sapore di uno scambio questo doppio profilo che sta mostrando la Cgil di Epifani: «Sì» al referendum sull’articolo 18, nessuna autocritica sul fallimento del quorum, due ore di sciopero contro la riforma Biagi e poi il via libera all’accordo con Confindustria. Di questo però si parlerà più a fondo nel direttivo Cgil convocato per lunedì: in quella sede potranno emergere in modo formale (non solo, cioè, dalle dichiarazioni sui giornali) le critiche dei "cofferatiani" soprattutto sullo schieramento al referendum. Anche per i "dissidenti", però, l’accordo sulla politica industriale non è così indigesto come lo è stato aver portato l’organizzazione sul «sì» di Bertinotti.
        Ma a turbare davvero la vigilia dell’incontro sono state le parole di Antonio D’Amato sul terrorismo che ieri hanno provocato una reazione durissima di Epifani. La fatica della riunione di oggi, e anche della firma di domani, sarà dunque distinguere il contesto delle ultime dichiarazioni, dal merito delle proposte messe a punto sulla competitività. Faticoso ma non impossibile visto che la Cgil rivendica di aver portato alla ribalta, per prima, il tema del «declino industriale». Firmare un accordo che offre delle ricette anti-crisi è, quindi, una logica conseguenza.
        Il valore politico è altra cosa: è il voler dimostrare che la Cgil sa ancora maneggiare gli strumenti sindacali. E mostrare al mondo imprenditoriale che può tornare a essere una controparte presente e non assente dalle trattative.
        È questa l’intenzione di Guglielmo Epifani che su questa rotta oggi trova (o sceglie) la sinistra di Patta. «Perché non firmare? Il testo non prevede riduzioni di diritti né di salario. Migliora le condizioni dei lavoratori, dunque, il merito a noi va bene», dice Patta, che spiega come si fa il sindacalista: «Non siamo un partito ma un sindacato, la Cgil negli anni ha sempre firmato con tutte le Confindustrie».
        Ieri Cgil Cisl e Uil hanno parlato di competitività e dell’accordo con Confindustria anche a un’audizione al Senato. «Credo che giovedì sia la volta buona – ha detto ai senatori il segretario confederale Cisl, Giorgio Santini -. Ci sono tutte le condizioni per un documento unitario». Nel suo intervento Guglielmo Epifani si è soffermato sulla tesi nota della Cgil, quella di «un declino lento ma costante» su cui occorre intervenire con «politiche di qualità».
        I quattro testi messi a punto da sindacati e imprese prevedono un rilancio della politica dei fattori: ricerca e innovazione, formazione, infrastrutture e Mezzogiorno sono le priorità.
        I capitoli più corposi ma anche più costosi riguardano la ricerca (su cui si chiedono investimenti pubblici tra i 6 e i 14 miliardi di euro a seconda del Pil) e il Sud (45% della spesa destinata alle aree meridionali concentrata su infrastrutture ma anche ricerca, rapporti credito e imprese). Il conto verrà presentato al Governo in vista della presentazione del Dpef ma, come è scritto nel preambolo politico delle proposte, le «parti sociali ribadiscono la propria autonomia». Questo vuol dire, mani libere all’indomani della firma: cioè, non viene fissato alcun percorso che obblighi le parti a una firma anche con il Governo (come non vuole la Cgil).