Competitività, Italia sempre più giù

30/10/2003

 

giovedì 30 ottobre 2003
 
Pagina 33 – Economia
 
 

Competitività, Italia sempre più giù

Nel mondo è al 41° posto, dietro anche a Tunisia e Botswana
          Perse otto posizioni nella classifica 2003 del World Economic Forum in collaborazione con l´Università Bocconi

          Demattè: la situazione per ora tiene, ma rischia di peggiorare sensibilmente
          Manager e industriali bocciano istituzioni pubbliche e ambiente macroeconomico

          ELENA POLIDORI

          ROMA – Peggiora la competitività dell´Italia mentre il resto d´Europa guadagna terreno. Il paese perde infatti da un anno all´altro otto posizioni e scivola nella graduatoria mondiale al 41° posto: dopo Malta e Lussemburgo, le due new entry e perfino dopo Lituania, Lettonia, Botswana, Repubblica Ceca, Giordania e Tailandia. Si deteriora l´opinione di manager e imprenditori – in pratica, la loro «percezione» – sulle istituzioni pubbliche e sull´ambiente macroeconomico. Burocrazia, carenza di infrastrutture e rigida legislazione sul lavoro risultano, a conti fatti, i fattori più penalizzanti.
          Il rapporto, stilato dal World Economic forum in collaborazione con la Bocconi, comprende due diverse graduatorie. Nella prima, la più importante perché misura il potenziale di crescita nel medio termine (5-8 anni) l´Italia è appunto al 41° posto, dal 33° in cui stava l´anno scorso, su 102 sistemi-paese che rappresentano il 97,8 del prodotto interno lordo mondiale. Nella seconda, che fotografa la situazione attuale, l´Italia resta stabile in ventiquattresima posizione (su 95 nazioni). «In pratica, il paese ancora tiene ma in prospettiva è destinato a peggiorare sensibilmente», sintetizza Claudio Demattè, coordinatore della parte italiana della ricerca. E tuttavia, lo stesso Demattè pare cauto nell´interpretare i dati perché la metodologia usata combina l´analisi di stime macroeconomiche pubbliche con una rilevazione delle percezioni e delle opinioni di manager e imprenditori (7.741 individui in tutto il pianeta). «E se le prime sono comparabili, le seconde non lo sono: si tratta, infatti, di giudizi soggettivi che tuttavia esercitano un peso rilevante ».
          Il team dei ricercatori italiani dispone dei cosiddetti «sottoinsiemi», da cui viene fuori per esempio che l´Italia è al secondo posto nel mondo per quel che riguarda la struttura del tessuto produttivo, ovvero la disponibilità di macchinari, siti, componenti e per i famosi, «distretti». E´ al sessantacinquesimo posto invece nell´uso di management professionale; al settantesimo per il peso eccessivo delle regolamentazioni; all´ottantaquattresimo per l´efficienza del sistema di prelievo fiscale; al novantottesimo per la flessibilità nella determinazione dei salari. E per quel concerne la parità uomo-donna sul posto di lavoro, un parametro che rappresenta il fiore all´occhiello per paesi come la Finlandia, che quest´anno è in testa alla classifica mondiale, l´Italia è all´86° posto. Più in dettaglio, tra i fattori che penalizzano lo sviluppo dell´economia nazionale, quello più spesso citato dagli imprenditori è l´inefficienza della burocrazia, seguito dall´inadeguatezza delle infrastrutture e da una legislazione sul lavoro troppo restrittiva. Al quarto posto figurano tasse elevate e al quinto la difficoltà di accesso ai finanziamenti.
          Comunque, sia pure prendendola con le dovute cautele, la ricerca non solo dimostra un peggioramento dell´Italia in quanto tale ma anche e soprattutto in relazione al resto d´Europa. Geograficamente parlando, oltre alla Finlandia, nei primi dieci posti in classifica, ci sono altri cinque paesi europei: Svezia, Danimarca, Svizzera, Islanda e Norvegia. Non solo: migliorano, sia pure di poco, anche le due principali economie del vecchio Continente, con la Germania che guadagna il tredicesimo posto, (era al 14°) e la Francia che passa dalla ventottesima posizione a quota 26. Il Regno Unito, pur perdendo quattro posizioni, si piazza al 15° posto e dunque precede l´Italia di gran lunga.