«Commissariate quei 7.500 vigilantes»

01/09/2004

    mercoledì 1 settembre 2004

    «Commissariate quei 7.500 vigilantes»

    Tangenti sugli appalti della sicurezza privata, i pm chiedono la rimozione dei vertici aziendali: «Tutti corruttori»

    MILANO – La Procura di Milano chiede il commissariamento delle quattro società coinvolte nella maxi-inchiesta sul giro di corruzioni negli appalti della vigilanza privata. Invocando la legge 231 del 2001, quella sulla responsabilità delle persone giuridiche per i reati commessi dai propri dipendenti nell’interesse aziendale, i pm vogliono che alla guida della Ivri Holding, della Ivri Torino, della Cogefi e della Vigilanza città di Milano – colossi della sicurezza privata – salga per un anno un commissario nominato dal gip Beatrice Secchi. E le quattro società sono già al lavoro per riorganizzare le proprie strutture adeguandole ai criteri anticorruzione previsti dalla legge, nella speranza che il giudice, messo di fronte a un management a prova di mazzette, all’udienza del 16 settembre prossimo decida che non è più necessario accogliere la richiesta dei sostituti procuratori Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Maria Letizia Mannella.

    Sono una sessantina gli istituti di vigilanza sparsi in tutt’Italia che fanno capo alla Ivri Holding e alla Cogefi dando lavoro a circa 7.500 guardie giurate. Fino ad ora sono undici le persone arrestate durante le indagini. Tutte sono state scarcerate e tre hanno già patteggiato la pena (per una vicenda legata alla rivelazione di alcuni passaggi delle indagini da parte di talpe annidate negli uffici del Tribunale di Milano).


    Tra i principali indagati ci sono il presidente dell’Ivri, Giampiero Zanè, il direttore dell’area tutela aziendale di «Poste italiane» Maurizio Filotto (subito sospeso dall’ente), il tenente colonnello dell’esercito Francesco Stuffi, l’amministratore dell’Ivri di Torino Leone Calzone e il presidente dei vigilantes «Città di Milano» Claudio Tedesco.


    L’accusa parla di tangenti dell’uno per cento per le commesse (15 milioni di euro) sulla vigilanza per conto dell’Esercito su 46 obiettivi sensibili a rischio attentati in 24 province e per i controlli negli edifici della Regione Lombardia (12 milioni), e del cinque per cento per la sicurezza negli aeroporti (un miliardo e mezzo di vecchie lire), ma anche per la scorta armata ai furgoni portavalori delle Poste. Tangenti pagate o promesse a partire dal 2000 e fino a poco prima degli arresti. L’inchiesta partì da un singolo appalto per la sorveglianza dei parchi di Milano e si è poi gradualmente estesa fino ad analizzare tutti i contratti stipulati dall’Esercito con gli istituti di vigilanza privata per servizi che un tempo erano monopolio dei militari.


    La nuova richiesta dei magistrati si basa sulla mancata predisposizione di «modelli di organizzazione e gestione idonei – si legge nelle carte d’accusa – a prevenire i reati della specie di quelli verificatosi». È questa situazione, notano i pm, ad aver consentito la costituzione di «fondi neri utilizzati per la corruzione». È la seconda volta nel giro di pochi mesi che la Procura di Milano chiede l’applicazione della legge 231. A maggio, fu per primo il gip Guido Salvini a decidere, nell’inchiesta Enelpower, l’interdizione dagli appalti pubblici della branca della Siemens che si occupava della produzione delle turbine a gas.


    Stavolta, però, i magistrati invocano un provvedimento meno severo per evitare, spiegano, la «paralisi» operativa delle società capogruppo e controllate e ripercussioni sul loro «notevole numero di dipendenti» e le possibili conseguenze sul «servizio di pubblica necessità» garantito dalle guardie giurate la cui «interruzione potrebbe provocare un evidente grave pregiudizio alla collettività».


    Gli avvocati stanno studiando per presentarsi all’udienza del Gip con un nuovo modello organizzativo. Per quanto riguarda l’Ivri, la «rielaborazione» della struttura operativa (è già stato sostituito uno dei manager di punta) è stata affidata a uno studio legale americano mentre una società di revisione sta rianalizzando i bilanci. Un lavoro di questo tipo era stato curiosamente commissionato e pagato alla «Poste tutela spa», società di cui era amministratore Filotto. Un altro problema è quello di quantificare i danni provocati dalle tangenti ai vari enti che, in alcuni casi, si sono visti fornire servizi di qualità inferiore a quella prevista. È un dato decisivo perché il risarcimento può evitare l’arrivo del commissario. La partita tra difesa e pm si gioca su una somma tra i 500 mila e il milione di euro.

Giuseppe Guastella

Interni