“Commesse” Giovani, in nero, sottopagate…

19/03/2007

    supplemento di mercoledì 21 febbraio 2007

      Pagina 2 – Argomenti

        Commesse
        Giovani, in nero, sottopagate…

          di Carmen Morrone

          Sono un milione i commessi in Italia (la stima di Confcommercio di riferisce precisamente al personale addetto alla vendita). Un’attività svolta da un lavoratore su 20 e che interessa giovani, soprattutto donne, e chi vuole immettersi di nuovo nel mercato del lavoro. Ci siamo chiesti se sia facile trovare questo tipo di lavoro e a quali condizioni. Siamo andati a trovare le risposte con una nostra esperienza diretta e abbiamo vissuto in prima persona le tappe per diventare commessa. I fatti si svolgono a Milano nelle scorse due settimane.

            La ricerca
            I negozi al bisogno espongono il tradizionale cartello: cercasi commessa con o senza esperienza. Strutture di vendita importanti si avvalgono di agenzie di somministrazione. Proviamo all’Agenzia Generale Industrielle. «Buongiorno, sarei interessata all’annuncio addetti alla vendita-Milano sud». L’impiegata mi fa compilare una scheda-curriculum vitae. Incalzo: «Sono lavori da commessa?». «Ah no. È un call center, vendita di prodotti al telefono». Andiamo all’Agenzia Manpower. «Ha 40 anni? No, cercano massimo 30enni per fare le commesse. Magari può provare nell’assistenza ai disabili, agli anziani…». Passiamo direttamente ai negozi. Due le inserzioni in via Torino. Un negozio di intimo e un negozio di abbigliamento. In entrambi i casi le commesse mi hanno invitata a lasciare un curriculum vitae con foto tessera. Per le selezioni sarei stata contattata. Sempre in corso Torino un negozio di abbigliamento offriva tirocinio di vendita. ma il tirocinio non è momento di formazione-lavoro e quasi mai retribuito? Annuncio su giornale. Rispondo con una telefonata. «Buongiorno, volevo informazioni sul posto da commessa». «Per telefono?…Noo…Cosa vuoi sapere?». «Quanto pagate». «Dipende cosa sai fare, se sei capace di stare alla cassa. Hai esperienze?». «Sì». «Ecco allora porta…, come si dice, il curriculum. Guarda che vogliamo una brava ragazza, di bella presenza, che lavori, senza pretese…». «Sono di colore», provo a buttar lì. «Ah – ungo silenzio -.Va beh, vieni qui, vediamo. Sto già parlando con un po’ di ragazze…».

              Finalmente al «lavoro»
              Riesco a trovare il mio negozio. È un’erboristeria e il mio lasciapassare è la commessa Paola che risulta sensibile al mio desiderio di arrotondare lo stipendio. Il sabato dalle 15 alle 19,30 la titolare sgancia 50 euro. Primo scoglio: pesanti scatolini da spostare. Sono fortunata perché il magazzino è solo otto gradini sotto il negozio. Poi le pulizie: nel deposito, ma soprattutto in negozio e sugli scaffali. La cassa: imparato il meccanismo, anche quello di apertura e chiusura esercizio, la cassa deve sempre contenere denaro in tagli piccoli per evitare il rischio di non riuscire a dare il resto. I prodotti: devi conoscerli tutti e sapere in quale scaffale si trovano. La collocazione di una merce nello spazio del locale dipende spesso da un contratto tra il titolare e la ditta produttrice. La commessa per spingere la vendita di un articolo riceve una provvigione. Paola ha un contratto: 1.000 euro da lunedì al sabato full time. Più fuori busta per le aperture domenicali. Bilancio: nel giro di una decina di giorni, tramite conoscenze, sono riuscita a trovare un lavoro da commessa, anche se inizialmente pagato in nero. D’altronde si è trattato di un solo pomeriggio di lavoro. Anche per rapporti di lavoro più lunghi, però, le cose non vanno automaticamente meglio. Quattro delle cinque storie che abbiamo raccolto raccontano di erregolarità e della prassi del nero. A riprova che in questo settore, nonstante l’intervento dei soggetti autorizzati all’intermediazione e una certa dose di flessibilità contrattuale, occorre ancora dispiegare un’efficace azione di difesa dei lavoratori.