Commesse «associate», Lo stipendio scende se il negozio va male

14/11/2011

Un fenomeno che sta dilagando e spesso all`insaputa delle assunte. Denuncia Cgil
Più di 50mila in questa situazione. La storia di Tamara, che ha fatto causa alla sua azienda

Lo scandalo, in tempi di crisi, delle commesse assunte come «associate» dal proprio datore di lavoro a loro insaputa. Con il miraggio del tempo indeterminato l`inganno si scopre quando lo stipendio scende.

Fare la commessa. Lavorare fianco a fianco, eseguire le stesse mansioni della collega che ha un contratto di lavoro subordinato. Scoprire (solo dopo però) di venire pagata molto meno di lei, senza alcun diritto e indennità, rispetto a chi lavora nello stesso scintillante negozio. In un mondo in cui nessuno assume più a tempo indeterminato, le grandi catene di abbigliamento sono andate a ripescare una norma del codice civile, il contratto di associazione in partecipazione, solo per risparmiare sul costo del lavoro.Negli ultimi anni è un vero boom. Ragazze ingannate dalle sirene di un contratto «sicuro» spiegato senza specificare i rischi che comporta. Sì, perché l`associazione in partecipazione non è un contratto subordinato. È una formula con cui «l`associato» decide di partecipare agli utili e alle perdite dell`impresa. E il suo salario varia in base al successo dell`azienda. Ma si tratta solo di una copertura per l`ultima frontiera del precariato. In questi giorni Filcams e Nidil Cgil lanciano la campagna "Dissociati", con lo slogan: «Associati in partecipazione per fare i commessi? Non fatevi prendere in giro», corredata da una cartolina con un pesce rosso che nuota controcorrente rispetto al branco di pesci gialli. Tutte le lavoratrici e i lavoratori che subiscono questo ricatto hanno un sito internet a disposizione (www.dissociati.it) per raccontare le loro storie e avere informazioni su come ribellarsi, contando sull`aiuto del sindacato. «Nell`oceano dei 4 milioni di precari, l`associazione in partecipazione è una delle formule peggiori e noi lavoriamo perché questi lavoratori vengano allo scoperto e rialzino la testa», attacca Mena Trizio, segretario generale Nidil. «Noi nel terziario siamo la nuova frontiera del precariato, l`associazione in compartecipazione denota il tragico declino delle strategie delle imprese, oramai usano la fantasia solo per trovare modalità per risparmiare il più possibile sul costo del lavoro», gli fa eco Franco Martini,
segretario generale Filcams. Ma quanti sono in Italia le ragazze, ma non solo, che sono cadute in questa trappola? La risposta è difficile. Gli unici dati sicuri sono quelli della gestione separata Inps. Parlano di 52.459 associati, una delle poche categorie in aumento rispetto al 2009. «Ma potrebbero essere perfino il doppio – spiega Daria Banchieri della Filcams – perché poche aziende al momento della firma del contratto spiegano al lavoratore che deve essere lui ad iscriversi all`Inps. Quindi questi 50mila sono quasi certamente quelli che hanno scoperto il trucco e a questi vanno aggiunti tutti quelli ancora ignari della situazione, quelli che vogliamo raggiungere con la nostra campagna». Dati più certi invece sul reddito che percepiscono: la media dichiarata dall`Inps è di 8.919 euro che, divisi per le 14 mensilità previste da questo tipo di contratto, danno una media di 640 euro al mese. Una vera miseria. Molto meno della metà del salario perfino di un lavoratore a tempo determinato, visto che su questa cifra vanno poi versati i contributi. La «martire», «il precedente giuridico» della campagna spera di essere Tamara, 35enne sarda trapiantata a Bologna. «Ho visto un annuncio sulla vetrina del negozio: «Cercasi responsabile».
Dopo un colloquio di mezz`ora mi hanno richiamata: «Il posto è tuo». Il mio ragazzo studiava Giurisprudenza e sapeva che quel contratto prevedeva la parte sulle perdite. Prima di firmare chiesi della faccenda alla responsabile d`area e lei mi rispose: "Non ti preoccupare perché l`azienda non ha mai chiesto soldi indietro a nessuno". Mi dissero continua Tamara – che avrei controllato il negozio e invece non ho potuto mai fare neanche un`ordine d`acquisto. Con me c`era un`altra ragazza con lo stesso contratto e una terza con l`apprendistato, l`unica altra forma di contratto che oggi si usa. Non dovevamo avere orario, però ci imponevano di essere una all`apertura e una alla chiusura, più due ore di compresenza per organizzare il negozio: totale molto più di 8 ore. In più le domeniche e i periodi di "saldi" e Natale con orari assurdi, senza nessun riconoscimento in busta paga. Una busta paga fatta di "anticipi" fissati rispetto al rendiconto annuale e con una percentuale sugli utili che varia da negozi a negozio, solo per far venire il totale sempre uguale a 1.000 euro al mese, come ho scoperto dopo parlando con altre ragazze che hanno fatto la mia fine». NOVE MESI DA INCUBO Il calvario di Tamara è durato nove mesi. «Nove mesi di inferno e di cazziate, fatte dalla responsabile d`area che veniva due volte a settimana e ci prendeva a male parole anche da- vanti ai clienti e alla ragazza apprendista». Un calvario finito quando Tamara ha deciso di rivolgersi alla Cgil. «Subito l`azienda mi mandò la lettera in cui mi chiedeva di restituire ben 11.350 euro, contro i 9mila ricevuti, a causa delle "perdite" del negozio a cui io avrei dovuto associarmi, come da contratto. Ho avuto questa forza e adesso la Cgil mi dà quella di andare fino in fondo». La forza di non firmare il tentativo di conciliazione, quando «una dirigente venuta da fuori senza avvocato mi offrì duemila euro in cambio della mia firma per dichiarare che il contratto in associazione era stato corretto». Ora invece Tamara ha deciso di fare causa all`azienda.
È la prima a «rialzare la testa».?