Commessa, socia o dipendente?

05/07/2005
    domenica 3 luglio 2005

    pagina 8

      Commessa, socia o dipendente?

        A Pescara, tra le «associate in partecipazione». Le tartassa pure il fisco

          Gennaro Donadio
          Pescara

            Pescara si sveglia associata in partecipazione. Le sue commesse continuano ad alzarsi alle otto pur essendo qualificate come lavoratrici autonome. In centro, i negozietti di un tempo hanno lasciato spazio alle grandi catene, i commessi di una volta, inquadrati come lavoratori subordinati, sostituiti in parte dagli «associati in partecipazione». Questa forma contrattuale è adottata in larga misura nell’intimo, e proprio in questo settore proviamo a fare una piccola inchiesta. Bisogna però premettere che il codice civile, nell’articolo 2210, continua a definire il commesso come quel soggetto che collabora (ausiliario subordinato) con l’imprenditore, svolgendo attività essenzialmente esecutive che lo pongono in contatto con i terzi. Con la legge 30, lo stesso può essere inquadrato come autonomo. Si pongono dunque problemi di interpretazione.

              L’associazione in partecipazione con l’apporto di solo lavoro stabilisce una retribuzione proporzionata al conseguimento di utili e attribuisce un’autonomia della gestione all’associato nell’organizzazione del lavoro, nell’orario e nel contenuto delle prestazioni lavorative da svolgere nel punto vendita. La definizione stessa si dissocia dalla nozione di lavoro subordinato, individuato tramite precisi indici: osservanza di un orario di lavoro, l’inserimento stabile del lavoratore nell’organizzazione del datore, la continuità della prestazione, assenza del rischio economico, la predeterminazione della retribuzione e la natura della prestazione.

                Entrando in Calzedonia, nota società di intimo (tra le marche, Intimissimi e Tezernis), abbiamo chiesto se la loro società si avvale dei suddetti contratti. La reazione è di stupore, la giovane commessa ci invita a parlare con la responsabile. Ci riproviamo e constatiamo che la società utilizza l’associazione in partecipazione. La stessa domanda non suscita nessun imbarazzo in altri quattro negozi dove le commesse dipendenti si mostrano cortesi e ci invitano a raccogliere materiale presso la Golden point e Yamamay. Corso Umberto, direzione Golden point, un’ulteriore conferma: imbarazzo ed associati in partecipazione. Corso Vittorio, Yamamay, di nuovo stupore: ci invitano a parlare con una responsabile, che ci «gira» a un’altra commessa, per poi non avere una risposta giustificata dalla mancanza di tempo. In un altro negozio della stessa catena, non sono «autorizzati a rispondere».

                  Constatiamo ulteriormente, in almeno altri dieci negozi di varie marche, che le commesse dipendenti sono molto gentili e soprattutto non sorprese. Adesso vogliamo conoscere i vantaggi dell’associazione. Ci fanno notare che la commessa è sempre tale e che il suo lavoro non ha subito evoluzioni di forma. Sempre gli stessi orari e turni. La retribuzione è celata dietro l’aleatorietà del «conseguimento di utili», ma effettivamente è quantificata in tre fasce: approssimativamente di 700, 900 e 1200 euro. L’accesso al credito non è concesso dalle banche: perché non c’è una retribuzione predeterminata, e soprattutto per la possibilità di essere licenziati con un solo mese di preavviso, dietro corrispettivo di 1000 euro in caso di non rispetto dei termini.

                    Ma la sorpresa maggiore è stata sul fisco. All’associata non è riconosciuta la zona di esenzione fiscale (no tax area) di 7500 euro, come ai lavoratori dipendenti, e inspiegabilmente neppure quella di 4500 euro, riservata agli autonomi, ma solo la zona base di 3000 euro riservata a tutti i contribuenti. Al conseguimento di redditi leggermente più alti è spesso salvata dalla clausola di salvaguardia (possibilità di adottare le vecchie aliquote in vigore fino al 2002). In pratica, a parità di redditi (7500 euro), l’associato paga 1154 euro in più di un dipendente.