Commercio, prove di dialogo

30/06/2004






s
ezione: ITALIA-LAVORO
data: 2004-06-30 – pag: 21
autore: SERENA UCCELLO
La grande distribuzione respinge l’accusa del sindacato sul fallimento dell’intesa e apre al confronto
Commercio, prove di dialogo
Cobolli Gigli (Faid): «Momento difficile, ma abbiamo la responsabilità di trovare una soluzione»
MILANO • Nessuna spaccatura ma anzi una posizione unica e univoca rispetto «all’ultimatum del sindacato». Le imprese del commercio della media e grande distribuzione, a pochi giorni dalla rottura del confronto sul rinnovo contrattuale, respingono l’accusa dei confederali: «La decisione di non poter accettare l’ultimatum sindacale è stata di tutte le associazione del commercio», spiega Giovanni Cobolli Gigli, presidente Faid. «È chiaro — sottolinea anche Bruno Milani di Federcom — che all’interno dei Confcommercio ci sono anime diverse, ma la posizione che ha portato a respingere la proposta del sindacato è stata di tutto il sistema. Tutto il mondo delle imprese cioè, ognuno con le proprie ragioni, è arrivato a questa scelta». Come a dire: esigenze diverse, dialettica interna ma niente spaccature.

Nessuna polemica però con il sindacato, ma anzi la preoccupazione per una trattativa ancora in salita e per un rinnovo che dopo 18 mesi dalla scadenza resta in stallo. «Siamo preoccupati per questa situazione — dice Cobolli Gigli — tuttavia per noi le garanzie della legge Biagi sono centrali. Con il sindacato avevamo avviato un lavoro che pareva dare buoni risultati. Poi c’è stata lo strappo della Cgil, la battuta d’arresto del confronto e la successiva ripresa della trattativa. Da quel momento, però, abbiamo cominciato a registrare un irrigidimento delle posizioni. Il sindacato ha fatto cioè un passo indietro rispetto a quelle stesse aperture che in aveva fatto in precedenza».

Una lettura che però il sindacato respinge con decisione: «Non è affatto vera la tesi di chi dice che vogliamo imbrigliare le tipologie di impiego della Biagi — avverte Gianni Baratta, segretario generale della Fisascat Cisl — nell’accordo, per esempio, abbiamo tolto, sul lavoro supplementare, da far svolgere ai part-time, ogni limite quantitativo, a dimostrazione che non vogliamo colpire le imprese con rigidità inutili. È sbagliato — continua — sostenere che ci siamo rifiutati di normare il part-time rischiando una "flessibilità individuale" perché nell’accordo mancato erano previste sia le clausole elastiche sia quelle flessibili con aumenti percentuali bassi e contenuti». La questione aperta, dunque, più che quella salariale (i sindacati hanno chiesto 130 euro di aumenti medi contro l’offerta delle imprese di 115 euro) è quella normativa e soprattutto la gestione della flessibilità. «Fondamentale — continua Cobolli Gigli — per un settore come il nostro che deve affrontare il problema del lavoro durante il sabato e la domenica e la stagionalità». Ma la questione è cara anche al sindacato che su questo punto chiarisce: «Se la flessibilità — spiega Baratta — è sempre contrattata, se stabilizza l’occupazione e se aumentando l’efficienza del sistema impresa consente anche ai lavoratori, e non solo alle aziende, di remunerare meglio la prestazione, allora la flessibilità è buona e non ci tiriamo indietro. Se invece, tanto per rimanere in tema, la legge, come la Biagi, in particolare al capitolo part-time e alla circolare esplicativa, massacra i diritti dei lavoratori, allora non siamo d’accordo».

Nonostante le divergenza, a leggere tra le righe, è evidente l’intenzione tanto delle aziende che del sindacato di ritrovare la strada del dialogo e di arrivare a una soluzione anche in tempi brevi. Bocche cucite infatti e massimo riserbo ma, se il tavolo è ufficalmente fermo, ufficiosamente si lavora per mediare e raggiungere una nuova intesa. «È vero — spiega Cobollo Gigli — che si può andare avanti senza l’accordo, ma è altresì vero che i nostri lavoratori sono senza contratto da 18 mesi e noi abbiamo la responsabilità di trovare una soluzione, con ragionevolezza». E sullo sfondo si affacciano i problemi «del sistema distributivo italiano che — dice Bruno Milani di Federcom — inevitabilmente si riflettono sul contratto. Ogni regione infatti procede in modo autonomo in materia di programmazione commerciale aggravando così le difficoltà del settore».