Commercio, più chiusure

22/04/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi Economia e Politica
Numero 096, pag. 6 del 22/4/2004
Autore: di Simonetta Scarane
 
Commercio, più chiusure
 
Secondo la Fima nel 2003 sono raddoppiate le cessioni, salite da 936 a 1.739.
A Milano i cinesi cominciano a cedere le attività
 
Situazione di disagio per il commercio, e non solo in Lombardia dove il 2003 ha evidenziato l’incremento della domanda di nuove aperture (a Milano salite da 1.601 nel 2002 a 1.923 nel 2003) e di compravendita di bar e ristoranti (+25-30% rispetto all’anno precedente). Ma il dato più importante viene dalle chiusure dei negozi, aumentate a Milano: erano state 936 nel 2002 e nel 2003 sono poco meno che raddoppiate, arrivando a quota 1.739, secondo i dati forniti da Gianni Larini, coordinatore della realizzazione del listino aziende realizzato da Fima a Milano (collegio degli agenti d’affari in mediazione), che registra le variazioni di prezzi nelle imprese commerciali, negozi e pubblici esercizi. Il mercato del commercio liberalizzato dalla legge Bersani è molto dinamico e offre molto spazio al franchising di aziende con marchio ma evidenzia anche che una volta entrati nel mercato è molto difficile restarci. Inoltre, da registrare un fenomeno di rilievo: a vendere le attività commerciali, per la prima volta, sono anche i cinesi che finora per le loro attività avevano soltanto acquistato. Il listino è stato presentato ieri a Milano al Circolo del commercio dal presidente di Fima a Milano, Mauro Danielli, presente anche l’assessore al commercio del comune di Milano, Roberto Predolin. Per la prima volta contiene rilevazioni sulle quotazioni delle attività commerciali non soltanto di Milano e Lombardia ma anche di Bari, Catania, Firenze e Roma. Nella capitale, secondo le rilevazioni del listino, i ristoranti e i bar sono più richiesti che a Milano, dove, comunque, nonostante il numero contingentato delle licenze, le compravendite sono aumentate del 20%-30% nell’ultimo anno. Comprare la licenza di un bar in centro a Milano costa dal 160% al 180% dei ricavi del bar stesso, per un negozio di abbigliamento si dovrà spendere una cifra che va dal 40 al 60% dei ricavi e comunque le attività più ambite sono localizzate in aree importanti e devono fare i conti con un’offerta massiccia. Il mercato va meglio per i panifici, per i quali si dovrà spendere il 90-100% degli incassi per subentrare nell’attività. Il commercio tradizionale, secondo quanto si legge in una nota della Fima a, ´è meno in difficoltà a Bari dove i valori di quotazione sono mediamente più elevati mentre a Firenze c’è una forte domanda di alberghi e a Catania è molto alta la valutazione degli esercizi di tabaccheria con giochi annessi’. (riproduzione riservata)