Commercio: le Regioni in ordine sparso

12/10/2004



            domenica 10 ottobre 2004


            sezione: PRIMO PIANO – pag: 2
            Commercio / Le due facce della «Bersani»
            Le Regioni in ordine sparso
            VINCENZO CHIERCHIA
            MILANO • Nel settore del commercio la riforma è stata fatta. Risale addirittura al 1998 e porta la firma dell’allora ministro Pier Luigi Bersani, ma ha prodotto risultati ambigui.

            Da un lato ha rimesso in movimento gli investimenti nel settore della piccola distribuzione (grazie alla deregulation delle licenze): il saldo annuale tra aperture di nuovi negozi e chiusure è ridiventato positivo a partire dal 1999 dopo quasi un decennio di profondo rosso. Negli ultimi cinque anni la rete distributiva risulta essere costantemente in espansione e oggi sfiora quota 900mila punti di vendita, un dato che pone l’Italia ai vertici in Europa per disponibilità di negozi ogni mille abitanti.

            Dall’altro lato però il passaggio delle competenze sul commercio dallo Stato alle Regioni ha creato dei problemi soprattutto sul fronte della modernizzazione del sistema. Intanto, come ricordano alla Federcom, l’associazione delle aziende della media distribuzione, sono nate “20 Italie commerciali”. La riforma del commercio è stato il primo banco di prova del federalismo ma il trasferimento delle responsabilità alle Regioni ha fatto sì che ognuna andasse per conto proprio. «E oggi — commenta Roberto Dessì, segretario generale della Ancd-Conad — si assiste a un orientamento restrittivo da parte delle amministrazioni regionali, un orientamento che sta di fatto compromettendo lo spirito modernizzatore di fondo della riforma».

            Alla Federcom mettono in rilievo che volendo fare un bilancio dell’esperienza della riforma del commercio a tutt’oggi sono emersi diversi elementi critici. C’è stata una carenza di coordinamento e di visione d’insieme dei problemi e delle esigenze del comparto distributivo, le Regioni hanno proceduto in ordine sparso ognuna secondo una propria visione peculiare di quello che dovrebbe essere il modello distributivo.

            «Abbiamo così assistito — proseguono a Federcom — a fenomeni opposti: alcune Regioni sono passate nel giro di cinque anni a scelte programmatorie e vincolistiche se non di vero e proprio blocco allo sviluppo, altre si sono lanciate in improvvise liberalizzazioni in particolare delle grandi strutture, con effetti facilmente immaginabili su un sistema distributivo precedentemente ingessato e quindi debole». Altre Regioni ancora hanno bloccato lo sviluppo ma liberalizzato le vendite in promozione e gli orari dei negozi. Infine ci sono casi di sostanziale deregulation dell’attivazione delle grandi strutture di vendita ma fortissimi limiti valevoli per tutto il comparto alla flessibilità in termini di orari e offerta promozionale.

            «Sicuramente — spiega Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia — da ultimo sta emergendo un orientamento ancora più restrittivo del passato. Il più delle volte per le grandi strutture di vendita gli spazi di crescita sono risicati e soprattutto nelle aree del Mezzogiorno dove invece ci sarebbe bisogno di incentivare gli investimenti delle grandi strutture che creano occupazione, offrono nuove prospettive alle produzioni locali e nello stesso tempo rimettono in moto gli investimenti su base territoriale».

            Lo stesso Isae, nel corso di una dettagliata analisi della legislazione sul commercio, ha messo in rilievo il fatto che attualmente la riforma è sostanzialmente ingessata in molte parti e che le Regioni stesse hanno effettuato un’inversione di tendenza rispetto allo spirito delle legge. Molte sono le Regioni che dimostrano un grado di liberalizzazione reale molto basso, in quanto, pur avendo messo in campo una legislazione di recepimento della legge Bersani, sono stati introdotti vincoli e limitazioni che hanno vanificato lo spirito della riforma.

            A tutt’oggi, almeno sul piano formale, un po’ tutte le Regioni hanno adottato delle strumentazioni ad hoc sul settore commerciale. Un percorso tormentato è stato registrato soltanto nella Regione Sardegna che di fatto continua sostanzialmente a operare con una legislazione in deroga senza aver fino a questo momento adottato tutti gli adempimenti previsti dalla legge di riforma del settore commerciale varata nel 1998.

            Restano quindi alcuni nodi da sciogliere: licenze alla grande distribuzione, omogeneizzazione e liberalizzazione delle norme sugli orari e sulle vendite promozionali, sburocratizzazione delle procedure urbanistiche, difformità tra le normative regionali. Probabilmente, dopo l’accordo blocca-prezzi tra Governo e catene distributive, l’Esecutivo si farà carico di sollecitare le regioni su tutti questi fronti.