Commercio e servizi: grandi laboratori della precarietà

08/02/2007
    giovedì 8 febbraio 2007

    Pagina 10 – Lavoro-Economia

    Commercio e servizi
    grandi laboratori
    della precarietà

      Firenze, incontro di Lavoro e Società-Filcams con gli addetti

        di Andrea Milluzzi

          Firenze (nostro inviato)

            Il 70% dell’occupazione italiana è nei servizi, che contribuiscono al 20% del Pil. Unaltro 10% del prodotto interno lordo è garantito dal turismo, altrettanto dal commercio. Il settore terziario in Italia continua a recitare un ruolo fondamentale. È stato così dopo il boom industriale, continua ad esserlo oggi nell’era della precarietà. Ed è proprio questa la piaga che attanaglia il settore, come ha denunciato ieri l’area Lavoro e Società della Filcams Cgil, nel corso del convegno "Precarietà non è solo un contratto a termine" organizzato a Firenze con delegati da tutta Italia.

            In lavori, forniture e servizi lo stato italiano spende annualmente circa 150 miliardi di euro, coinvolgendo circa 24mila soggetti pubblici e molti più soggetti privati. Non c’è una stima precisa dei privati che operano nel settore anche a causa dell’infinita catena di appalti e subappalti che caratterizza il settore. Portandosi dietro la mancanza di regole e il non rispetto dei diritti. Per colpa della legge 30, ma non solo. «Abbiamo definito eversiva quella legge perché aveva come cardine il contratto individuale, la subalternità del lavoratore perennemente posto sotto ricatto sia dal versante occupazionale sia per la qualità anzianzidel lavoro» scrive nella sua introduzione Maurizio Scarpa, della segreteria nazionale Filcams. Succede così che, per esempio, alla Esselunga, i lavoratori, soprattutto i giovani neo assunti, si trovino a vivere in balia degli eventi. Perché se prima nelle grandi catene di distribuzione essere assunti a tempo indeterminato era quasi contato, adesso c’è da sopportare una lunga trafila. «Quando sono entrato io, 6 anni fa, eravamo 190 dipendenti, di cui 115 a tempo indeterminato. Adesso siamo 140 e i full time non arrivano a 60» racconta un giovane lavoratore dell’Esselunga fiorentina. Si inizia con i part time, o con un contratto da stagionale, si passa, se va bene, all’inserimento e solo dopo una lunga trafila si arriva al tempo indeterminato. Poi ci sono gli interinali, magari pure specializzati, che dopo due anni si devono fare anche un altro anno e mezzo di contratto di inserimento. E ancora, i reparti in affitto, le prestazioni di manodopera…insomma i precari della grande distribuzione sono sempre più lavoratori subordinati a tutti gli effetti, ma senza gli stessi diritti. È così in Toscana e in Lombardia, territori storici dell’Esselunga, lo sta diventando anche in tutti i 120 punti vendita del gruppo nel resto dìItalia. E se sei un lavoratore a tempo il tuo spazio di contrattazione è a dir poco limitato. Alla faccia della legge 66, il giorno di riposo ogni 6 di lavoro spesso salta. Perché magari c’è il cambio di promozione – succede ogni 15 giorni – e quindi c’è bisogno di più lavoro, o perché c’è da fare l’inventario e quindi la domenica si passa fra gli scaffali. Se hai un contratto a tempo indeterminato puoi anche rifiutarti, se non ce l’hai spesso fai buon viso a cattivo gioco e ti trovi dentro al supermercato dalla mattina alla sera. Spesso sono gli stessi precari a chiederlo, perché hanno bisogno di soldi. Esselunga infatti dal punto di vista salariale è impeccabile: lo stipendio è buono e gli straordinari vendono pagati. Ci mancherebbe altro, visto la festa fatta a fine anno per i 51 miliardi di euro incassati. Ma non gli si vada a parlare si relazioni sindacali: le Rus non vengono informate di nulla, nessun dato scritto, nessuna contrattazione per le assunzioni.

            È una prassi comune, nel mondo della grande distribuzione. Peggio va nelle grandi multinazionali, come Auchan o Carrefour. Ma anche in luoghi insospettabili come le Coop o la Rinascente. Orari massacranti, chiamate al lavoro all’ultimo momento e anni, c’è chi ne ha vissuti anche 12, passati fra un contratto a termine e l’altro. Nei servizi il problema principale si chiama appalto, o peggio sub-appalto. Con i mille risvolti che nasconde. Chi ha il contratto multiservizi, come un lavoratore che attualmente è impegnato nella pulizia della Fortezza fiorentina , deve sempre sperare che alla scadenza del contratto la ditta appaltatrice non faccia scherzi. Il suo lavoro finirà nel 2008, se la ditta appaltatrice non farà scherzi cambiandogli il contratto, avrà probabilmente un altro lavoro da un’altra parte, altrimenti rischia il licenziamento «e ti assicuro che vivere sempre con questa spada di Damocle sulla testa non è bello». Nelle pulizie poi si mette in mezzo anche la Bossi Fini. I migranti, e soprattutto le migranti, sono le persone più ricercate per questo tipo di lavoro, ma avendo le ditte stesse il potere di firmare o meno i fogli necessari per il permesso di soggiorno, molto spesso questi lavoratori e lavoratrici finiscono per essere poco più che schiavi.

            La precarietà è stata un tema dominante in campagna elettorale, una volta vinte le elezioni il centro-sinistra ha iniziato ad agire con dei provvedimenti volti a limitare la diffusione e gli effetti sulle giovani generazioni. Ma il problema sta a monte, secondo Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro e Società: «La domanda è: come si organizza una società? Noi pensiamo che la lotta alla precarietà sia una lotta per la cittadinanza, come recita la nostra Costituzione. La società dovrebbe emancipare i cittadini attraverso il lavoro. Adesso si vede un’inversione di tendenza, ma occorre di più. Occorre la stabilizzazione di tutti i lavoratori precari, con i tempi necessari ovviamente. ma l’iniziativa – conclude Nicolosi – deve partire dalle pubbliche amministrazioni, dove esistono vere e proprie sacche di precarietà».