“Commercio” Deregulation, promozione piena

27/02/2006
      DEL LUNED�
    luned� 2o febbraio 2006

    IN PRIMO PIANO – Pagina 2

    Commercio
    dopo la liberalizzazione

      Deregulation, promozione piena

      Grazie alla riforma del ’98 il settore ha recuperato vitalit�

        E.SC.

        Confcommercio chiede il riconoscimento a tutti i livelli, della competenza esclusiva delle Regioni in materia di disciplina di commercio. Federdistribuzione invoca l’intervento del ministro competente per coordinare gli interventi delle Regioni. Eppure, nonostante le divergenze di vedute e le resistenze di qualche anno fa, la cosidetta legge Bersani, la 114 del 1998, ha fatto bene a grandi e piccoli commercianti: il trend discendente dei negozi tradizionali si � invertito mentre lo slancio alla crescita di supermercati e iper non si � esaurito. Nel quinquennio che precede l’avvio (il 2000) della riforma a pieni giri, le cessazioni di societ� commerciali hanno raggiunto, secondo Movimprese, punte annue di 90mila unit� e con saldi negativi di 10-15mila. Solo dopo la liberalizzazione l’emorragia si � bloccata, anzi il saldo � tornato positivo nonostante le chiusure rimangano su livelli fisiologici elevati: 50mila l’anno.

        Nella media e grande distribuzione, nonostante i ritardi autorizzativi, i supermercati sono passati, dal 2000, da 6 a circa 8mila, gli iper da 350 a pi� di 400, i grandi negozi specializzati da 900 a 1.600. Le aziende aderenti a Federdistribuzione rappresentano 60 miliardi di fatturato, 300mila addetti e 16mila punti vendita.

        La deregulation. La riforma Bersani prevede, sostanzialmente, la libert� di offerta merceologica (alimentare e non alimentare) e liberalizza le licenze fino a 250 metri quadrati (mq) per i negozi nei Comuni con pi� di 10mila abitanti. Per la media distribuzione l’apertura, previa autorizzazione, � consensita per i negozi fino a 2.500 mq nei Comuni con oltre 1omila abitanti mentre per le strutture oltre i 2.500 mq � previsto il parere vincolante della Regione. Sono inoltre previsti ampliamenti degli orari di apertura e otto aperture domenicali. Tutte le Regioni, eccetto la Sardegna, hanno recepito la riforma, definendo la programmazione per la grande distribuzione. L’effetto finale per� � un po’ Arlecchino e a volte sono stati introdotti vincoli che frenano lo sviluppo della distribuzione moderna. �La riforma Bersani – osserva Luigi Taranto, direttore generale di Confcommercio – � stata un grande laboratorio di federalismo e in questo quadro occorre definire, anzitutto, un processo di concertazione tra Stato, Regioni ed enti locali che riconosca le competenze esclusive delle Regioni in materia di disciplina del commercio e ne concili l’esercizio con quella tutela della concorrenza, che resta costituzionalmente affidata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato�.

          Diversa la posizione di Federdistribuzione che dallo scorso 31 dicembre ha "divorziato" da Confcommercio. �Invochiamo – sostiene il presidente Giovanni Cobolli Gigli – il ruolo, riconosciuto dalla Costituzione al ministro del Commercio e dell’industria, di coordinare le Regioni a difesa della concorrenza. Il decreto Bersani � statto interpretato dalle Regioni in maniera personalistica: non esiste un comun denominatore di regole e per chi opera a livello nazionale sorgono grandi difficolt�.

          Le differenze. Ma anche Confcommercio sottolinea le diversit� tra le Regioni. �L’attuazione della riforma del commercio – osserva Taranto – registra la differenziazione dei sistemi economici territoriali e della stessa distribuzione commerciale. Comunque, i punti di maggiore criticit�, che proprio attraverso la riforma si sarebbero dovuti affrontare, possono essere individuati in una irrisolta integrazione tra urbanistica generale e urbanistica commerciale e nel ritardo delle politiche attive per lo sviluppo delle reti commerciali�.

            Federdistribuzione, in pieno spirito bipartisan, riconosce l’importanza dei piccoli e medi distributori, specie per evitare l’effetto desertificazione dei centri storici. �Le Regioni – conclude Cobolli Gigli – dovrebbero erogare contributi per i pi� piccoli: per esempio aiutandoli sugli affitti e prevedere sgravi fiscali sulle imposte locali. Quanto a noi, offriamo al dettagliante la possibilit� di trasformare il negozio in uno a marchio del distributore, cos� pu� occuparsi, senza problemi di acquisti e assortimenti, della sola gestione del negozio�.

            Il mosaico delle regioni

            La disciplina degli orari di apertura

              Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta
              Sono stati adottati criteri sostanzialmente validi e rispondenti alle aspettative dei consumatori e alle esigenze di liberalizzazione sostanziale dei Comuni turistici e delle citt� d’arte del territorio. In alcune di queste Regioni, tra cui la Lombardia, sifanno per� crescenti orientamenti restrittivi
              Puglia
              La recente normativa regionale, che ha addirittura limitato nei Comuni non turistici a 4 festivit� l’anno (oltre al mese di dicembre) le possibilit� di aperture in deroga, salvo diversi accordi territoriali di area ultra comunale, conferma una impostazione di principio vincolante rispetto alle effettive potenzialit� dell’area
              Sardegna
              La Regione non ha ancora pienamente recepito il decreto legislativo 114/98, con una disciplina, in materia anche di Comuni turistici, da adeguare
              Sicilia
              La normativa regionale stabilisce che tutti i Comuni capoluogo sono sostanzialmente a economia turistica/citt� d’arte. Con alcuni provvedimenti assunti in sede regionale di divieti di apertura in alcune determinate giornate festive
              Trentino Alto Adige
              I criteri adottati in materia di orari di apertura appaiono limitativi rispetto alla vocazione spiccatamente turistica dell’intero Trentino Alto Adige
              Veneto e Toscana
              Le normative risultano caratterizzate da vincoli penalizzanti. In particolare vengono previsti criteri selettivi e limitazioni territoriali all’attribuzione di Comune a economia turistica di quete Regioni

            Programmazione commerciale e urbanistica

              Lazio, Abruzzo, Campania, Sicilia Piemonte e Lombardi
              Quadro normativo ispirato in chiave di liberalizzazione e sviluppo per le medie e grandi superfici di vendita. Piemonte e Lombardia hanno tuttavia registrato di recente interventi in chiave pi� vincolistica, soprattutto per lo sviluppo delle grandi strutture di vendita
              Emilia-Romagna
              In un quadro coerente con i principi di liberalizzazione della legge del 1998, il coordinamento operativo con i piani territoriali provinciali (P.T.C.P.) rappresenta nella realt� un ostacolo allo sviluppo delle grandi strutture
              Valle d’Aosta, Veneto , Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Molise, Basilicata, Calabria e Puglia
              Adozione di impianti normativi con criteri che appaiono rigidi e selettivi, soprattutto, in termini di contingenti di superficie, cio� di unsediamenti predeterminati nel nmero o nelle localizzazioni
              Marche
              Il quadro disciplinare iniziale era fortemente improntato a criteri urbanistici e programmatori allineati ai contenuti del cosidetto decreto Bersani. Il ricorso, in particolare, alla previsione di piani attuativi territoriali provinciali (legge regionale 15 ottobre 2002 n.19) ha per� di fatto bloccato il processo di sviluppo incrementale nella Regione
              Sardegna
              Risulta tuttora in fase di definizione l’iter di mero recepimento del decreto legislativo Bersani, con tendenze disciplinari improntate comunque a vincolare le potenzialit� di sviluppo del commercio moderno
          Fonte: elaborazione su dati Federdistribuzione