Commercio, c’è il nuovo contratto

03/07/2004




sabato 3 luglio 2004

aumento medio di 125 euro
Commercio, c’è il nuovo contratto
I sindacati: abbiamo arginato i danni che avrebbe comportato la legge 30

Felicia Masocco


ROMA Il contratto del commercio è stato firmato nella notte di giovedì, dopo 18 mesi di braccio di ferro si è così chiusa la partita ed è la prima per il settore nell’«era» della legge 30. La riforma del mercato del lavoro è un elemento che va tenuto presente nel valutare l’accordo siglato dalla Filcams-Cgil, dalla Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil e Confcommercio. Tra i sindacati, che dal punto di vista normativo e della flessibilità puntavano a mantenere le norme del vecchio contratto, e le aziende della grande distribuzione che seguendo la sirena del ministro Maroni puntavano a recepire per intero la legge 30, il risultato è stato di mediazione. Questo fa dire alle sigle firmatarie che si tratta di un buon accordo «abbiamo arginato di gran lunga i danni che avrebbe comportato la legge Biagi», afferma Ivano Corraini segretario generale della Filcams. C’è chi però non è d’accordo, la Cub boccia il contratto, chiede il referendum tra i lavoratori, proclama uno sciopero per il 16 luglio. Revocate invece le proteste dei sindacati confederali fissate per ieri e oggi.

Dal punto di vista economico l’accordo prevede un aumento medio a regime per il periodo 2003-2006 di 125 euro, oltre ai 14,5 già erogati in busta paga a cui vanno aggiunti 8,50 euro a carico delle imprese per l’assistenza integrativa. L’aumento economico sarà erogato in quattro tranche: 35 euro da luglio 2004; 37 euro da dicembre 2004; 23 euro da luglio 2005 e 30 euro da settembre 2006. È prevista anche una «una tantum» di 400 euro sarà erogata per 250 euro a luglio 2004 e per 150 euro a gennaio 2005. È tutto nell’ambito del protocollo del luglio del ‘93, evidenziano i sindacati. A marzo è prevista una verifica sul primo biennio per recuperare l’eventuale scarto inflattivo.


Lo scoglio di questa trattativa è stato però quello della flessibilità e il recepimento della legge 30. Sui contratti a termine l’accordo prevede che se ne possano stipulare al massino il 20% sul totale: è il doppio di quanto prevedeva il vecchio contratto, ma si contengono gli effetti devastanti della riforma del mercato del lavoro che stabilisce la completa liberalizzazione di questo tipo di rapporti di lavoro. La legge 30 non fissa poi alcuna causale per il ricorso a questi contratti e lo stesso fa l’accordo siglato. Inoltre, il «diritto di precedenza» dei lavoratori ex-contratto a termine ad essere richiamati in caso di nuove assunzioni prima era limitato ad alcune causali, ora verrà regolato nella contrattazione di secondo livello. Ancora: sarà possibile utilizzare i contratti di somministrazione (gli interinali) per il 15% della forza lavoro, ma sommando i contratti a termine e quelli interinali non si potrà superare il 28% del personale (prima era il 23%).


Sul part-time la legge 30 è rimasta fuori dalla porta, restano le vecchie norme. Viene soprattutto mantenuto il «diritto di priorità» sul passaggio a tempo pieno per i lavoratori già in organico in caso di nuove assunzioni, e non è poco in un settore dove praticamente tutti i contratti a metà tempo sono volontari solo sulla carta, ma in realtà sono coatti. C’è la possibilità di consolidare le ore «supplementari» fatte durante l’anno, in modo da favorire il più possibile contratti con un orario settimanale più lungo. Sono regolate le clausole flessibili ed elastiche e le percentuali di maggiorazione. Nell’apprendistato è stata applicata la vecchia legge e non la nuova, ci prevedono contratti dalla durata variabile da 24 a 48 mesi.

«Complessivamente siamo soddisfatti anche se si spera sempre di ottenere quello che si chiede – spiega Marinella Meschieri della segreteria Filcams -. Abbiamo operato per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, le imprese che vogliono assumere apprendisti, ad esempio, devono confermare il 70% di quelli che ci sono. Per i contratti di inserimento la percentuale è del 60%». «È stato un contratto difficile, complicato anche da interventi di natura politica. Non si è mai visto un ministro del Lavoro intervenire nel merito di un rinnovo dicendo ad una parte, a Confcommercio, di applicare la legge 30. È un’ingerenza per noi inaccettabile».