Commercio, battaglia su salario e precarietà

19/11/2007
    domenica 18 novembre 2007

      Pagina 4 – Attualità

        Commercio, battaglia su salario e precarietà

          Alte adesioni allo sciopero per il contratto indetto dai sindacati, con numerosi presìdi nelle città
          Per i commercianti «troppi» sia 78 euro di aumento che il limite di 36 mesi al tempo determinato

            Direttori e capireparto
            di grandi catene di
            distribuzione costretti
            a improvvisarsi
            cassieri pur di tenere
            la saracinesca alzata

              di Roberto Farneti

              Direttori e capi reparto di grandi catene di distribuzione, come l’Ikea di Corsico a MIlano, costretti a improvvisarsi cassieri pur di tenere la saracinesca alzata. Negozi e supermercati rimasti aperti solo con i precari, anche se sono molti i giovani che hanno avuto il coraggio di non sottostare al ricatto del padrone. Sono alcune immagini di quanto è accaduto ieri in molte città italiane, in conseguenza della giornata di lotta dei lavoratori del commercio. Cantano vittoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, secondo cui lo sciopero avrebbe ottenuto alte adesioni, «in media del 70-80% soprattutto nella grande distribuzione, dove in alcuni negozi si sono registrate punte del 90% e la chiusura di molti grandi magazzini». Il contratto del Terziario della Distribuzione e dei Servizi, che interessa quasi
              due milioni di addetti, è scaduto il 31 dicembre 2006 ma la trattativa per il rinnovo è ancora in alto mare. Dopo vari incontri, Confcommercio ha fatto
              saltare il tavolo definendo «eccessive» le richieste presentate dai sindacati.

              Eppure, a un primo sguardo, sembra difficile considerare “eccessiva” una richiesta di aumento salariale di 78 euro al mese da raggiungere in due anni.
              «Il costo del nostro contratto – ribatte Dora Maffezzoli della Filcams Cgil di Milano – non è nemmeno paragonabile a quello che hanno ottenuto gli
              alimentaristi, che a giugno hanno chiuso il loro con 115 euro di aumento».

              Tra le richieste contenute nella piattaforma c’è anche quella di una maggiore copertura della malattia degli apprendisti. Ma lo scontro è duro soprattutto sulla precarietà. Confcommercio, infatti, rivendica il ricorso
              alla flessibilità totale e contesta persino il limite – nemmeno in-valicabile
              - di 36 mesi sui contratti a termine posto dal protocollo sul welfare. Non a caso quella dei commercianti è l’unica organizzazione padronale a non avere sottoscritto l’accordo del 23 luglio. «Con il contratto precedente – ricorda
              Maffezzoli – eravamo riusciti a tamponare alcuni danni della legge 30, ad esempio introducendo una percentuale massima del 28% tra tempi determinati e interinali a tempo determinato. Eravamo riusciti anche a tenere fuori dal contratto i somministrati a tempo indeterminato. Adesso – spiega la sindacalista – non solo chiediamo di abbassare queste per-centuali
              ma, soprattutto, che non vengano più calcolate su base annua e considerate invece come un tetto mai superabile nell’arco dei 12 mesi». Filcams, Fisascat e Uiltucs vorrebbero anche il diritto di precedenza sulle assunzioni per chi già lavora con contratto a tempo determinato o vuole dal part-time passare a tempo pie-no. «Diritti certi, quindi, e non a discrezione dell’azienda», sottolinea Maffezzoli.

              Tra i numerosi presìdi organizzati ieri in tante città, si segnala quello davanti alla sede della Confcommercio di Roma dove sono confluiti circa duemila lavoratori del settore. Grande indignazione ha suscitato tra i
              manifestanti, tra i quali molti giovani precari, la notizia che ieri, nella grande distribuzione, alcune catene hanno chiamato lavoratori interinali con il pretesto che dovevano svolgersi lavori di inventario.

              A Milano i lavoratori della Feltrinelli di piazza del Duomo hanno distribuito volantini agli ingressi della libreria invitando i clienti a non fare acquisti.