“Commento” Perché nessuno al mondo può fermare l´emigrazione – di M.Livi Bacci

14/11/2002


          GIOVEDÌ, 14 NOVEMBRE 2002
 
    Pagina 17 – Commenti
 
    Perché nessuno al mondo può fermare l´emigrazione
 
 
 
    Gli aiuti economici agli Stati poveri non compensano la funzione delle rimesse
    Dal ´90 a oggi la quota di stranieri nei paesi sviluppati è passata dal 4,5 al 6,7 per cento
 
    MASSIMO LIVI BACCI

    Le settecentomila domande di regolarizzazione degli immigrati possono forse aver sorpreso il governo e imbarazzato Bossi, che voleva, con la sua legge, chiudere le porte allo straniero. Ma in realtà questa ciclopica sanatoria, la più grande avvenuta in Italia, non stupisce gli studiosi. Le stime sulle migrazioni planetarie, rese pubbliche dalle Nazioni Unite in questi giorni, ci dicono infatti che lo stock mondiale di immigrati – costituito da coloro che sono definiti "stranieri" in ciascun paese o, in mancanza, da coloro che risultano nati in paese diverso da quello in cui si trovano – ammontava a 175 milioni nel 2000, quasi il 3 per cento della popolazione mondiale. Se comparato con i 120 milioni del 1990, si tratta di un aumento notevolissimo e molti commentatori vi hanno trovato la conferma della irresistibile ascesa dei movimenti migratori nel mondo.
    Flussi crescenti vengono sospinti da un paese all´altro dai processi di globalizzazione e dalla divaricazione dei livelli di vita tra paesi e continenti. Un divario che si allarga non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche – all´interno di questi – tra quelli che hanno imboccato il binario dello sviluppo e quelli rimasti impantanati nella sindrome di arretratezza. Una molla in continua carica che allenta la tensione spingendo fuori del loro paese numeri crescenti di persone che cercano di sfuggire alla povertà. Un processo lubrificato dall´omologazione del mondo e dall´efficienza delle comunicazioni.
    Ma è davvero così? La realtà è assai più complicata e un´attenta interpretazione dei dati fa emergere considerazioni molto diverse. In primo luogo, l´aumento delle migrazioni è, in parte considerevole, solo apparente. La frammentazione dell´Urss in 15 stati diversi ha trasformato in migranti internazionali coloro che prima del 1992 erano solo migranti interni. Russi in Kazhakistan o georgiani in Ucraina, kazhaki in Russia e ucraini in Georgia, prima tutti cittadini dello stesso Stato, si trovano oggi fuori delle loro patrie attuali. Così lo stock di migranti (internazionali)di questa grande area, che nel 1990 era pari a circa 2 milioni, è ora cresciuto (artificiosamente) a 29 milioni. Al netto della scissione dell´Urss, lo stock mondiale di migranti del 2000 non arriva a 150 milioni. Un effetto simile, in scala molto minore, lo ha avuto la frammentazione della Jugoslavia, e uno inverso la riunificazione della Germania.
    Torniamo allora ai dati e al loro messaggio. In termini confrontabili, uno stock di 148 milioni di migranti significa il 2,4 per cento della popolazione del mondo, con un´incidenza quasi uguale a quella dei 120 milioni di migranti del 1990 (2,3 per cento) o dei 75 milioni del 1965 (ancora 2,3 per cento), quando la popolazione mondiale era poco più della metà della popolazione attuale. Questa stabilità si perde se si distingue tra mondo sviluppato e mondo meno sviluppato: nel primo, nell´ultimo decennio, l´incidenza dei migranti è cresciuta dal 4,5 al 6,7 per cento, nel secondo è scesa da 1,6 a 1,4 per cento. Ma anche nel mondo sviluppato vi sono differenze: è soprattutto in Nord America – Stati Uniti e Canada hanno politiche d´immigrazione relativamente generose – che l´incidenza dei migranti è cresciuta: oggi circa il 13 per cento risulta nato all´estero, quattro punti in più rispetto al 1990. E´ assai meno veloce l´ascesa dello stock di stranieri in Europa (escludendo la Russia e i paesi ex-socialisti), cresciuto da 23 a 29 milioni (dal 6 al 7 per cento della popolazione totale) durante gli anni ’90.
    Insomma, nonostante che le forze di spinta (il divario tra ricchi e poveri) si consolidino e quelle di attrazione (la domanda di lavoro straniero nei paesi prosperi) si rafforzino, i flussi non sono diventati marea. Se dunque l´integrazione del mondo aumenta velocemente sotto il profilo dell´economia, delle comunicazioni, delle conoscenze, questo è assai meno vero per i movimenti migratori. Ciò ha come conseguenza di frenare – quando non di bloccare – una delle conseguenze auspicabili e possibili dei processi di globalizzazione, e cioè la convergenza tra paesi poveri e paesi ricchi. Nella precedente fase storica di mondializzazione – quella a cavallo tra la metà dell´Ottocento e la prima guerra mondiale – gli standard di vita europei si avvicinarono a quelli d´America non solo a causa dei più facili movimenti di merci e denaro ma anche per l´emigrazione oltreoceano di decine di milioni di europei impoveriti. Meno migrazione significa, dunque, respingere nel tempo i processi di convergenza.
    Emigrazione significa anche il passaggio di cospicui flussi di risorse (rimesse) verso i paesi di origine, una componente vitale per l´economia dei paesi poveri. Molti ritengono che le politiche di aiuto allo sviluppo siano una via alternativa all´emigrazione: i ricchi aiutano i poveri a uscire dalla povertà restando a casa loro. Nobile idea – con la quale, peraltro, molti paesi giustificano politiche migratorie molto restrittive – ma di difficile attuazione. Basta confrontare le risorse finanziarie ricevute dai paesi di emigrazione sotto forme di rimesse con quelle ricevute sotto forma di aiuto allo sviluppo erogato dai paesi ricchi: le prime sono superiori alle seconde. Per fare un esempio vicino a noi: l´Albania ha ricevuto, nel 2000, 531 milioni di dollari di rimesse e 319 in aiuti. Un altro esempio, lontano da noi: il Messico ha ricevuto 6500 milioni di dollari da parte dei propri emigrati e quasi niente in aiuti. E le rimesse vanno direttamente alle famiglie e sono sicuramente utilizzate bene: per mangiare o vestirsi meglio, riparare la casa, comprare utensili di lavoro, far studiare i figli. Non altrettanto, purtroppo, può dirsi degli aiuti che seguono i canali ufficiali ostaggio di opache intermediazioni quando non preda di governi corrotti.