“Commenti&Inchieste” Cara Cgil, o siamo riformisti o decliniamo (S.Pezzotta)

14/10/2004

            giovedì 14 ottobre 2004

            sezione: PRIMA – pag: 1
            COMMENTI E INCHIESTE – pag: 10
            LA QUESTIONE SINDACALE

            I cambiamenti politici, del mondo del lavoro e del capitalismo richiedono alle confederazioni di ripensare il proprio ruolo – Ma le tre organizzazioni faticano a elaborare una strategia condivisa
            Cara Cgil, o siamo riformisti o decliniamo
            Difficile rintracciare un tratto comune nei recenti rapporti della Cgil con l’Ulivo Il perdurare di tensioni produrrà un declino Perse le opportunità offerte da Confindustria
            di SAVINO PEZZOTTA *
            * Segretario generale Cisl
            Le metamorfosi che attraversano la politica e l’economia italiana sono profonde e destinate a segnare la nostra democrazia e il futuro del nostro Paese. A fronte di tutto ciò si parla molto di innovazione. È corretto che questo discorso avanzi e diventi "sentire" comune, ma occorre che l’idea di innovazione non sia semplificata e ridotta a quella tecnologica, principale ma non esaustiva. Il concetto di innovazione deve porsi in tutta la sua complessità, facendo crescere l’idea che è tutto il Paese che si deve innovare e che ciò riguarda la politica, l’economia, le imprese, il sindacato e il nostro modello sociale. Il nostro è un Paese che deve innovarsi in profondità rompendo quell’atmosfera di pigrizia e di rassegnazione che lo avvolge. Bisogna uscire da questo stallo, da questa atmosfera di forti ripiegamenti e conservatorismi per collocarci, con decisione, dentro la complessità della nuova modernità, che nasce dalle grandi trasformazioni indotte dalla globalizzazione, dalla interdipendenza economica e finanziaria.

            Un compito importante in questa direzione lo potrebbe giocare per la sua storia e la sua credibilità sociale il sindacato confederale, ma purtroppo questo non sta avvenendo per una serie di motivi che evidenziano l’esistere nel nostro Paese di una "questione sindacale".

            Su questo tema si discute poco e, quando si affrontano le vicende sindacali, lo si fa normalmente utilizzando schemi e modelli interpretativi validi per la politica che non sono però in grado di evidenziare la complessità della vicenda e della presenza sindacale. È questo che impedisce di vedere l’esistenza di una "questione sindacale" che non riguarda solo il sindacato, ma il sistema Paese, di cui il sindacalismo è parte costitutiva rilevante. È dunque importante riflettere sulle ragioni fondamentali che la fanno emergere:

            1-La fine delle ideologie e dei riferimenti classisti e interclassisti. Due visioni del mondo e dei rapporti sociali ed economici che hanno alimentato grandi narrazioni politiche e sociali, che hanno avuto la capacità di trasmettere orientamenti e generare coesioni. Questi universi di pensiero erano fortemente radicati nel sindacato ed erano molto meno antagonisti di quello che, a prima vista, poteva sembrare. Oggi il sindacalismo fatica a mantenersi in questo ambito che non corrisponde più alla attuale stratificazione sociale e del lavoro e, pertanto, è obbligato a costruire proposte, percorsi e progetti al di fuori di questi schemi e a ricollocare i valori della sua storia in un nuovo contesto.

            2- La trasformazione del nostro sistema politico e l’affermarsi del modello bipolare. Nella cosiddetta Prima Repubblica il rapporto tra le rappresentanze politiche (i partiti) e le rappresentanze sociali (il sindacato) era molto più ordinato: ognuno aveva chiaro il posto che gli competeva ed erano delineate nella prassi le modalità della relazione tra i diversi soggetti. Un rapporto che, all’interno di modalità diverse, aveva consentito una fluidità di interrelazioni e di scambi cooperativi. Ora questo "ordinamento" informale è stato "scombinato" con l’affermarsi del sistema bipolare. La fine della concertazione è l’evidenziazione di questo scombinarsi delle relazioni.

            Queste trasformazioni hanno trovato il sindacalismo impreparato e lo hanno "costretto" a ridefinire i propri comportamenti, le forme e i modi della sua collocazione sociale e politica; in particolare:

            - Come stare nella società, nel mondo dei lavori e della soggettività individuale. Per lungo tempo il sindacalismo è stato dentro la realtà sociale un soggetto egemone e il rappresentante dei ceti sociali meno abbienti. Oggi non è più così ed è obbligato a ridefinire i tratti del suo essere soggetto sociale, riposizionando la sua rappresentanza in un contesto del lavoro sempre meno omogeneo e a relazionarsi con altri soggetti che non rispondono agli schemi classici della rappresentanza sociale e sindacale; pensiamo a tutte le associazione professionali che si stanno sindacalizzando.

            Inoltre il sindacalismo non è più il rappresentante esclusivo delle debolezze sociali ed è chiamato a fare i conti con il benessere e la pervasività degli strumenti di comunicazione di massa che hanno modificato la cultura, i pensieri, i desideri e la percezione di sé delle persone che costituiscono la sua base associativa. Cambia l’articolazione del mondo del lavoro e i soggetti che vi operano che non sono più classificabili sotto il solo schema del lavoro subordinato, ma che vede l’emergere di lavori economicamente dipendenti, portatori di bisogni e aspirazioni diverse da quelle tradizionalmente rappresentate. Deve tenere conto che la soggettività delle persone al lavoro è profondamente modificata e che non è più omogeneizzabile in schemi rigidamente collettivi.

            La crescita della femminilizzazione del lavoro non è solo un dato numerico, è portatrice di modalità culturali e relazionali diverse e più ricche che chiedono di essere interpretate e rappresentate attraverso modalità contrattuali diverse da quelle tradizionali. Un tema, la rappresentanza delle differenze, che risalta anche per la presenza di tanti lavoratori immigrati che sono portatori di culture, religioni, e visioni del mondo non sempre assimilabili a quelle occidentali, proprie del sindacalismo.

            - Come rapportarci con il nuovo capitalismo. Il capitalismo dell’era della globalizzazione, delle interdipendenze e della finanziarizzazione è molto più mobile, capace di riarticolarsi, spostarsi e, per questo, molto diverso da quello con cui il sindacalismo si è sempre confrontato. Cambiano le imprese e le forme della loro organizzazione produttiva e sociale; emerge il tema della responsabilità sociale; si definisce un nuovo rapporto con il territorio. I vecchi schemi classisti non aiutano più a definire la situazione e la relazione tra lavoro e capitale; le forme della democrazia economica faticano ad affermarsi.

            - Il rapporto sindacato-politica. Un tema che non si è chiarito e che le tre grandi organizzazioni sindacali tendono ad affrontare in maniera molto differenziata; è fonte di rotture, incomprensioni e strategie negoziali sempre più diversificate.

            Molti altri problemi potrebbero essere richiamati, ma la semplificazione precedente ci conferma l’esistenza di una vera "questione sindacale", il cui permanere non aiuta l’evoluzione innovativa del sistema Italia.

            Questa "questione" sarebbe affrontabile solo se il sindacalismo fosse in grado di ridefinirsi e di ridelineare il suo ruolo all’interno di un nuovo riformismo sindacale di tipo partecipativo. Se non si chiariscono i confini, i luoghi, le forme e le modalità in cui questo riformismo deve agire, anche per il sindacalismo confederale si avvicina una stagione di declino, non tanto dal punto di vista organizzativo quanto da quello politico.

            Definire il riformismo sindacale non è facile anche perché viviamo in un periodo in cui i termini più nobili della nostra tradizione sociale e politica stanno subendo un deterioramento semantico. C’è dunque la necessità di ricostruire il valore autentico del termine ed affermare che per il sindacalismo il riformismo è essenzialmente una prassi che si alimenta di percorsi concreti. È proprio questa prassi che non è comune tra le tre grandi organizzazioni sindacali. Ci si domanda come sia possibile che il sindacalismo confederale torni ad essere un soggetto di innovazione politica e sociale quando non riesce a delineare comportamenti e idee comuni su tre grandi temi: le relazioni sindacali e il modello contrattuale, le forme della rappresentanza e la valorizzazione dell’associazionismo sindacale, il rapporto con la politica. Sono tre temi sui quali il confronto tra le confederazioni si è arrestato e non riesce a sbloccarsi.

            Da questo punto di vista, il recente entrismo della Cgil rispetto all’Ulivo rappresenta una soluzione non convincente e mette in campo una risposta strategica che rende difficile rintracciare i tratti di una prassi comune. Troppo evidente è la divaricazione con l’impostazione delle altre organizzazioni confederali, che va oltre il merito delle questioni sindacali per intrigare su quelle riguardanti il ruolo e la funzione del sindacato. Con il documento, legittimo, degli undici più uno si è andati oltre il collateralismo e la cinghia di trasmissione per porsi come componente di uno schieramento politico. Una vera novità che però ha ricadute di freno e di inibizione sul piano strettamente sindacale.

            Il sindacato è un soggetto politico, ma lo è in modo autonomo, cosciente della propria parzialità, anche se orientata al bene comune. Con l’autonomia e la distinzione dei ruoli declina anche un’idea di società plurale, costituita da più rappresentanze, non assorbibile e inquadrabile nello schema della rappresentanza politica. Mantiene viva una dialettica tra il sociale e il politico che fa crescere la democrazia. È partendo da qui che si deve affrontare la "questione sindacale". Il perdurare di una situazione di stallo e di tensioni finirà per produrre un declino politico del sindacalismo confederale e renderà sempre più problematiche le interlocuzioni con i soggetti pubblici e privati. Ora dobbiamo registrare il fatto di aver perso le opportunità messe in campo da Confindustria.

            Una riforma del sindacalismo confederale è quanto mai urgente e questa non può passare attraverso l’evocazione dell’unità sindacale, ma nella ricerca di alcuni tratti di fondo (una sorta di costituente ideale) che possano orientare le convergenze. In primo luogo sta il tema dell’autonomia e della piena soggettività politica del sindacato, il tema del lavoro e della sua valorizzazione sociale, il modello di welfare corrispondente alle nuove esigenze sociali e personali, la questione della partecipazione, le nuove relazioni sindacali. È su questi temi che secondo la Cisl si definisce il rapporto tra sindacalismo e politica, è qui che si giocano le attese di rinnovamento e di riformismo sindacale.

            Nessuno di noi può rassegnarsi al declino politico del sindacalismo, ma esso non si risolve sul bagnasciuga della Finanziaria ove le differenze di valutazione non sono così abissali come si vorrebbe fare intendere. Le confederazioni devono essere coscienti che il futuro del sindacalismo si gioca sul terreno di una nuova progettualità, di un discorso alto, capace, tenendo conto delle differenti storie in termini di ricchezza comune, di farci uscire dalle secche attuali. Uno sforzo di chiarezza e di costruzione che richiede pazienza e passione, percorsi e sentieri, sensibilità e attenzioni da parte di tutti.

            Attorno a questi temi occorre pertanto che la riflessione si faccia sempre più ampia e articolata, non per fare i partigiani ma per rintracciare strade e percorsi che contribuiscano a mantenere alta la presenza e il ruolo autonomo del sindacato nella società e nella democrazia italiana.