“Commenti&Analisi” Vecchi contratti e tempo perduto (G.Berta)

11/07/2005
    lunedì 11 luglio 2005

      LA CISL HA APERTO ALLA REVISIONE DELL’INTESA DEL ‘93. BISOGNA INTERVENIRE PRIMA CHE DIVENTINO UN FETICCIO

        Vecchi contratti e tempo perduto

          di Giuseppe Berta

            SIAMO convinti che il modello contrattuale scaturito dall’accordo del 23 luglio abbia esaurito la sua spinta innovativa e non sia più in grado di stimolare processi di innovazione, non riuscendo neppure a garantire adeguatamente la gestione fisiologica del sistema di relazioni tra le parti». Questo giudizio così impegnativo è contenuto nella relazione con cui Savino Pezzotta ha aperto il congresso della Cisl la settimana scorsa. È la prima volta che il vertice di una confederazione sindacale sottolinea l’inattualità del celebre «Protocollo di luglio», a lungo presentato come la pietra angolare del sistema delle relazioni industriali.

              Certo, la sua inefficacia pratica è da tempo sotto gli occhi di tutti e non è mancato, nel movimento sindacale, chi ha mostrato di considerarlo il simbolo di un’epoca passata, come la Fiom-Cgil di Gianni Rinaldini, che non ha celato la sua impazienza per una forma di regolazione della politica sindacale di fatto decaduta. Ma fra i gruppi dirigenti delle confederazioni era invalsa la consuetudine di un omaggio rituale a quello schema di ordinamento della contrattazione collettiva che Pezzotta ha voluto infrangere dalla tribuna congressuale. E ha fatto certamente bene, perché fingere che il «Protocollo di luglio» sia ancora in vita o, quanto meno, possa essere restaurato e riattivato è un artificio retorico che oggi non serve più a nessuno. Peggio: rischia di essere un feticcio dietro il quale ripararsi per rinviare delle decisioni relative all’assetto della contrattazione che invece sono quanto mai urgenti.

                Un anno giusto è trascorso da quando la Confindustria aveva convocato le controparti sindacali per sottoporre loro la necessità di definire assieme un nuovo modello di negoziazione, che specificasse le competenze dei vari livelli di negoziazione, definendo ciò che doveva essere oggetto dei contratti nazionali di categoria e quanto dovesse essere delegato agli altri livelli, quelli decentrati, identificabili nell’azienda o nel territorio. Quel confronto iniziò e si chiuse nel medesimo giorno, il 14 luglio 2004, quando la Cgil lasciò il tavolo negando la propria disponibilità a prendere in esame il problema.

                  Sotto il profilo sindacale si trattava del primo, grave segnale di difficoltà per la nuova Confindustria di Luca Montezemolo, che aveva puntato su un’apertura nei confronti della Cgil, manifestata attraverso l’intenzione di non siglare più contratti separati, cioè senza la firma delle categorie appartenenti alla confederazione diretta da Guglielmo Epifani. Quest’ultimo, è ormai evidente, non è riuscito a imprimere alla Cgil la svolta che ci si era attesi da lui dopo il ritiro dalla scena sindacale di Cofferati. La guida di Epifani – un dirigente di estrazione socialista, con un profilo in origine piuttosto moderato – è apparsa fin qui scialba, incapace di incanalare la Cgil verso la sponda di una politica pragmatica.

                    Se ne è vista la riprova con la piattaforma rivendicativa dei metalmeccanici, questa volta sottoscritta unitariamente dalle tre sigle sindacali, che però è stata immediatamente giudicata «irricevibile» dalla Federmeccanica per i suoi alti costi salariali. Il contratto dei metalmeccanici è dunque fermo da mesi a un punto morto, né vi sono sintomi che il negoziato possa avviarsi.

                      La politica sindacale ha perso un anno ed è positivo che Pezzotta abbia scelto ora di rompere l’impasse. Tanto più che la sua relazione prende realisticamente atto di una condizione di stallo che pesa negativamente sull’industria italiana. I tempi dei rinnovi contrattuali, dice il segretario della Cisl, «sono lunghissimi», avallando fenomeni di slittamento salariale e quindi di indebolimento della capacità di regolazione del sindacato. Il mancato decentramento della contrattazione fa sì che non maturino delle rappresentanze «a livello territoriale in grado di partecipare alla formazione delle decisioni relative alle scelte di sviluppo locale». Serve allora un nuovo modello contrattuale che, da un lato, superi «l’eccesso di frammentazione» degli accordi nazionali di categoria e dall’altro rafforzi la negoziazione decentrata, a livello d’impresa o – dove ciò non risulti possibile – a livello territoriale, in modo di collegare la politica salariale ai risultati economici aziendali e all’andamento della produttività. È chiaro che, procedendo su questa via, occorrerebbe sia accorpare i contratti nazionali, facendo leva sui loro elementi di affinità e di omogeneità, sia assegnare agli accordi di categoria soprattutto il compito di mantenere un’uniformità dei diritti e delle tutele normative dei lavoratori, riducendo la loro incidenza sui salari.

                        La portata dell’innovazione è notevole per una politica sindacale ingessata come quella italiana. In via di principio, essa avrebbe il merito di corrispondere al passaggio che sta vivendo un’economia caratterizzata da diversità e asimmetrie. L’azione sindacale potrebbe meglio aderire a una realtà a macchie di leopardo, favorendo l’evoluzione di un universo economico, imprenditoriale e sociale molto variegato, senza pretendere di ricondurlo a un’impossibile omogeneità.

                          È ovvio che anche, in questa prospettiva, i problemi da risolvere sono numerosi e difficili. Si tratta di inoltrarsi in un cammino poco esplorato, vincendo resistenze e diffidenze sia sul fronte sindacale che su quello imprenditoriale. E c’è anche da chiedersi se ancora si possa parlare di un rilancio della concertazione, come pure afferma Pezzotta. Ma la strada dell’innovazione in materia di relazioni industriali passa oggi inevitabilmente da qui, dal nodo di un radicale riordino della contrattazione collettiva.

                            La proposta di Pezzotta deve essere raccolta da chi crede che il sindacato e la negoziazione abbiano ancora un ruolo. Non c’è nulla di male, poi, se si incrina anche la retorica dell’unità sindacale. È senz’altro preferibile che si apra una stagione di confronto fra i modelli sindacali sostenuti dalle varie confederazioni, se questo varrà a innovare la politica sindacale e a restituire significato a un pluralismo altrimenti ingiustificabile. Il sindacato italiano, benché la sua base organizzata sia rappresentata per metà dai pensionati, è ancora una grande forza. Deve decidere se spenderla mettendo a prova la sua capacità di rinnovamento o se gestirla amministrando il proprio declino.