“Commenti&Analisi” Uniti da Baghdad – di A.d’Orsi

03/04/2003


          3/4/2003

          PIANTO PER UNA CITTÀ UNICA DELL´IMMAGINARIO
          UNITI DA BAGHDAD
          Angelo d´Orsi

          ERA esattamente un secolo fa, ai primi del 1903, che si diede inizio ai lavori della ferrovia Berlino-Baghdad: un gesto non solo provvisto di un evidente significato economico e politico, ma anche dotato di un forte valore simbolico. L’Europa, e il mondo, sembravano immersi in un’atmosfera di pace, convinti delle «magnifiche sorti e progressive» della borghesia trionfante; ma la fine della Belle Epoque era vicina. Di lì a poco, nel 1904, sarebbe scoppiata la prima guerra del secolo nuovo, quella russo-giapponese, che precedendo quella scatenata da Giolitti per conquistare la Libia avrebbe preparato il terreno all’incendio generale del 1914. A distanza dunque di un secolo, l’Occidente si rivolge di nuovo a Baghdad, ma questa volta non per avvicinarla a noi, ma per distruggerla: perché ormai è evidente che la nuova Invencible Armada non si fermerà dinanzi a nulla, pur di «portare la libertà e la democrazia» agli irakeni. Non si fermeranno, i thanks, gli Apache, i Patriot, i B 52 e via enumerando dal catalogo degli armaiuoli, nemmeno davanti alla distruzione di una terra che ha visto le origini della nostra civiltà, una terra legata all’Italia da decine di missioni archeologiche da noi compiute laggiù, una terra straripante non soltanto di petrolio, ma anche di reperti unici, la cui conservazione ha un valore inestimabile per la storia del genere umano. Non si fermeranno, nella loro «guerra al terrore», condotta paradossalmente con una operazione chiamata, con scarso senso del macabro e ancor più modesta capacità di marketing pubblicitario, «Colpisci e terrorizza»; non si fermeranno, i marines e i parà bardati come marziani, nemmeno davanti alla distruzione di Baghdad, cuore pulsante di quelle antiche civiltà mesopotamiche, da noi incontrate fin da bambini nelle favole delle Mille e una notte, o nei racconti dei testi scolastici.
          Piangiamo i morti, di entrambe gli eserciti (distinguendo il giudizio morale che li accomuna, da quello politico che distingue gli aggrediti dagli aggressori); denunciamo la crescita esponenziale di vittime civili, tutt’altro che «effetti collaterali», ma necessarie nella logica delle «nuove guerre», di cui questa in corso è solo provvisoriamente l’ultima, con quel carattere ulteriormente innovativo che consiste nella sua dimensione «preventiva»; deploriamo la distruzione del territorio e gli effetti mostruosi che sostanze non ancora identificate o ben note (a cominciare dal famigerato uranio impoverito) recano all’aria, all’acqua, e all’intera catena alimentare, producendo guasti terribili sul piano genetico alla popolazione, chissà per quanti anni…; e così via. Ma lasciateci piangere anche su Baghdad la bella, una città fantastica che ha animato la nostra fantasia assai prima di sapere dove fosse.