“Commenti&Analisi” Un’intesa «alta» sulla politica dei redditi (M.Calearo)

25/07/2005
    sabato 23 luglio 2005

      ITALIA LAVORO – pagina 22

        INTERVENTO

        Un’intesa «alta» sulla politica dei redditi

        di Massimo Calearo *
        * Presidente di Federmeccanica

          Nel dibattito sul sistema di relazioni industriali che si è aperto è stata richiamata, in modo esplicito o implicito, la vicenda del rinnovo del contratto per il settore metalmeccanico. In particolare, Guglielmo Epifani ha adombrato l’ipotesi ( o il sospetto) che il tema della riforma del sistema di relazioni industriali, di cui gli assetti contrattuali costituiscono elemento fondamentale, sia usato strumentalmente per « congelare, prender tempo o non fare il contratto dei metalmeccanici » .

          Credo che proprio la vicenda della categoria che rappresento sia utile per dare concretezza al dibattito e per meglio comprendere di cosa si sta dibattendo. Il 31 dicembre scorso è scaduto il primo biennio del contratto; la piattaforma contenente la richiesta economica è stata presentata 15 giorni dopo tale data e non « in tempo utile per consentire l’apertura delle trattative tre mesi prima della scadenza dei contratti » come prevedono le regole vigenti; la trattativa si è avviata a metà febbraio e, oggi, dopo cinque mesi, siamo esattamente al punto di partenza.

          La causa dello stallo in cui versa il negoziato sta nella distanza abissale che corre tra la richiesta sindacale di 130 euro (al netto di circa 21 euro già anticipati con il precedente contratto), e l’offerta datoriale di 60 euro ( anche questa al netto di quanto anticipato). Considerando quanto già in pagamento dallo scorso dicembre le cifre di competenza di questo rinnovo biennale sono da considerarsi pari a 151 euro di richiesta e 81 euro di offerta; in termini di incremento percentuale la piattaforma, al lordo dell’anticipo, vale 9,1 punti e l’offerta 4,9 punti di cui 3,1 a fronte dell’inflazione futura e 1,8 a titolo di recupero su quella pregressa. Si tenga conto che i contratti dell’industria conclusi negli ultimi dodici mesi hanno comportato aumenti medi intorno agli 85 euro ed incrementi percentuali intorno al 5%; lo stesso accordo per il pubblico impiego definisce un incremento medio di cinque punti percentuali di cui mezzo punto da spendere nella contrattazione di secondo livello.

          I numeri in gioco fanno comprendere come le difficoltà per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici derivino da una piattaforma completamente fuori dalle regole definite dal Protocollo del 1993, sulla cui revisione verte il dibattito richiamato all’inizio, e non certamente da un presunto « attacco al contratto nazionale di lavoro » che almeno una parte del sindacato attribuisce a Federmeccanica.

          Il settore metalmeccanico, al pari del resto dell’industria, sta attraversando una pesante crisi produttiva, circa il 10% di produzione in meno dal 2000 ad oggi, alla cui origine sta una rapida caduta di competitività che, come pressochè tutti gli osservatori concordano, ha nella eccessiva dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) una causa fondamentale, almeno nel breve/ medio periodo. In questo contesto, malgrado i salari metalmeccanici siano stati efficacemente tutelati nel corso di questi ultimi anni (tutti gli indicatori ufficiali lo dimostrano), ci troviamo di fronte ad un interlocutore incapace di fare i conti con la realtà e che, spesso, ci fa domandare quanto questo sia mosso più da motivazioni di tipo politico che non sindacale.

          Così, l’onerosità della piattaforma che fa esplodere il numeratore del clup (il costo del lavoro) ed il rifiuto di discutere di elementi, quali la flessibilità dell’orario che agirebbero positivamente sul denominatore (la produttività) rendono inevitabile l’impasse in cui verte il negoziato.

          È in questo senso che la vicenda dei metalmeccanici ci aiuta a comprendere meglio il dibattito sul sistema di relazioni industriali. A mio avviso ciò che emerge con forza non è tanto l’esigenza di riscrivere le regole che, pure, vanno rese più rispondenti al contesto attuale quanto l’esaurimento del patto che è all’origine del Protocollo del 1993. Quel patto, caratterizzato da un alto profilo " politico sindacale", ha prodotto risultati importanti rispetto alle esigenze dello scorso decennio (abbattimento dell’inflazione, ingresso nell’euro) ma si mostra oggi indebolito e non più in grado di comporre la naturale dialettica degli interessi con soluzioni positive rispetto alle esigenze attuali del Paese delle quali il rilancio della competitività è quella più urgente.

          Dunque, serve un aggiornamento delle regole ma soprattutto una nuova intesa tra le parti sociali, sulla quale avviare poi il necessario confronto con il Governo, per recuperare quell’unità d’intenti che nel 1993 fu possibile realizzare.

          La Confindustria, nell’annunciare un suo documento sul sistema di relazioni industriali, compie una precisa scelta a favore di un sistema di relazioni sorretto da regole; in questa scelta Federmeccanica si riconosce pienamente. Vorrei solo aggiungere, alla luce dell’esperienza e da osservatore interessato del dibattito in corso in casa sindacale, che, nella sfera delle relazioni industriali che trovano espressione in un sistema di rapporti diffuso, articolato e complesso se non c’è comunanza di intenti e condivisione di obiettivi le regole rischiano di divenire meri simulacri perché destinate ad essere contraddette dai comportamenti.