“Commenti&Analisi” Un’eredita’ scomoda (T.Boeri)

29/11/2004

    lunedì 29 novembre 2004

      Un’eredita’ scomoda

        di Tito Boeri

          INIZIA oggi in Senato il dibattito sulla legge di bilancio per il 2005. Potrà finalmente essere un dibattito informato sulla politica economica di fine legislatura nel suo complesso, dalla manovra varata a settembre alla riforma fiscale decisa la scorsa settimana.

          Proviamo a ricostruire il quadro di insieme almeno per l’esercizio di cui sarà ancora interamente responsabile l’attuale governo. Nel 2005 non ci sarà una riduzione delle tasse, ma solo un cambiamento nella struttura del prelievo dato che ai 4,3 miliardi degli sgravi Irpef occorre dedurre circa 2 miliardi di gettito di nuove imposte indirette e i 2 miliardi derivanti dalla proroga del condono edilizio. Avremo un po’ meno tasse sui redditi e più imposizione indiretta, a parità di gettito, ma nessuna riduzione delle tasse. E, aggiungendo la cosiddetta «manutenzione della base imponibile», addirittura un aumento della pressione fiscale.

          A vantaggio di chi andranno questi cambiamenti nella struttura della tassazione? Non certo dei redditi bassi. Tv e giornali hanno riportato tabelle ministeriali lacunose di dettagli importanti: la riforma prevede deduzioni (esenzione totali di certi redditi dal prelievo) in luogo delle detrazioni (aliquote fiscali più basse) preesistenti, di cui non si è tenuto conto nel raffronto con lo status quo. Un’analisi più attenta (si vedano i risultati dei modelli di microsimulazione sul sito www.lavoce.info) rivela che per il 30% più povero dei contribuenti (per i più poveri non cambia nulla essendo che non pagavano le tasse prima e continueranno a non pagarle) il risparmio sarà tra i 70 e i 100 euro all’anno. Questi 7 euro al mese rischiano di essere rimangiati dagli altri balzelli, dato che sono soprattutto le famiglie coi redditi più bassi a pagare le nuove tasse indirette (sul gioco del Lotto e sulle sigarette).

          Il presidente del Consiglio ha dichiarato che la riforma fiscale non avrà effetti sulla crescita perché, per colpa dell’Europa, non ha potuto tagliare le imposte in disavanzo. La realtà è che la manovra non stimolerà l’economia proprio perché una esigua riduzione dell’Irpef è inserita in una manovra complessiva che ci porterà a sforare e, non di poco, il vincolo del 3% nel 2005. Fondo Monetario e Banca d’Italia hanno rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2005 in virtù dell’apprezzamento dell’euro sul dollaro e questa minore crescita implica, di per sé, un incremento del disavanzo di circa 3 miliardi di euro. Molte delle coperture previste, inoltre, sembrano destinate a slittare (studi di settore e rivalutazione estimi catastali) o a offrire entrate inferiori alle aspettative (condono edilizio e «autocopertura» della riforma fiscale) mentre il blocco del turnover nel pubblico impiego (in ragione di una persona assunta ogni 5 che lasciano) è irrealistico anche perché contestuale a incrementi degli stipendi dei dipendenti pubblici, pari alla metà (+4,2%) di quelli richiesti dai sindacati.

          Si prospetta un’eredità difficile per i governi che verranno dopo le elezioni politiche. Non è la prima volta che succede. Basti pensare all’ultimo governo Amato. L’aggravante in questo caso è che arriviamo a una manovra elettorale con conti pubblici molto peggiori che nel 2000. A riprova di ciò il fatto che il Consiglio dei ministri venerdì ha dovuto varare misure d’urgenza per permetterci di rispettare il vincolo del 3 per cento già nel 2004.

          Bene, allora che chi lavora ai programmi per le prossime elezioni metta nel cassetto piani ambiziosi di spesa. Se non si vorranno aumentare le tasse nel 2006 – oltre a quanto già previsto da questa Finanziaria – dovranno essere trovati modi più realistici (e possibilmente più equi e meno lesivi dell’efficienza della pubblica amministrazione) per contenere la spesa corrente e, soprattutto, strategie per farci uscire dalla stagnazione. La vera svolta è che, forse, da qui alle elezioni, potremo finalmente tornare a discutere di politica economica, anziché di saldi.