“Commenti&Analisi” Una sfida sbagliata – di P.Ichino

17/01/2003




16 gennaio 2003

UNA SFIDA SBAGLIATA

di PIETRO ICHINO

      L’ala sinistra dell’opposizione ha ottenuto quello che voleva, passare al contrattacco. Non più soltanto barricate difensive contro le iniziative del centrodestra: Rifondazione, Verdi e sinistra ds sono riusciti a porre all’ordine del giorno la propria proposta referendaria, tendente ad allargare proprio quell’area di applicazione del regime di stabilità dei posti di lavoro che le iniziative legislative del governo tendevano a ridurre. Ma il referendum aveva e ha anche un altro obbiettivo, meno esplicito: consolidare l’egemonia che durante lo scorso anno la stessa ala sinistra ha imposto a tutta l’opposizione su questo tema politico divenuto cruciale.
      Ora, infatti, i Ds (tutti, Cofferati compreso) e la Margherita sono posti di fronte alla scomodissima alternativa tra la linea della continuità rispetto alle barricate del 2002 in difesa dell’articolo 18 e quella di un difficilissimo «distinguo» tra diritti dei lavoratori delle grandi e delle piccole imprese.
      Se l’articolo 18 dello Statuto del 1970 ponesse davvero un diritto di libertà e dignità della persona fondamentale e intangibile, logica vorrebbe che ne godessero tutti i lavoratori senza eccezione.
      Ma questo significherebbe eliminare proprio quella zona di grande flessibilità del nostro sistema, che ha consentito fino a oggi di conservare nelle imprese medio-grandi un regime di stabilità tra i più rigidi del mondo. Significherebbe anche irritare gran parte dell’elettorato di centro, nonché recidere i legami tradizionali fra la sinistra e il mondo della piccola impresa. Se invece Ds e Margherita ritengono giusto continuare a negare l’applicazione dell’articolo 18 alla metà della forza-lavoro che ne è rimasta esclusa per tre decenni, essi devono riconoscere di avere sbagliato nella scelta degli argomenti opposti per tutto lo scorso anno all’iniziativa del governo: devono ammettere che non si tratta di un diritto fondamentale e intangibile e che le vie dell’equità nel mondo del lavoro passano attraverso una sua riforma.
      Questo problema si era posto già alla fine degli anni ’80, quando la sinistra massimalista aveva promosso un referendum in tutto simile a quello di oggi. Allora il partito comunista se la cavò concordando con il governo una legge (n. 108 del 1990) che assicurava ai lavoratori licenziati dalle piccole imprese soltanto un risarcimento. Oggi una soluzione analoga non sarebbe certamente praticabile, perché il referendum è rivolto proprio contro il regime istituito da quella riforma. Né varrebbe a evitare il referendum la «Carta dei diritti dei lavoratori» elaborata lo scorso anno da Giuliano Amato e Tiziano Treu in risposta alle iniziative del governo: essa, infatti, lascia sostanzialmente intatto il sistema differenziato delle protezioni dei lavoratori subordinati, limitandosi a estenderne alcune parti ai collaboratori continuativi e ai lavoratori autonomi.
      Il solo modo in cui il centrosinistra può uscire dall’
      impasse è probabilmente quello di riprendere una proposta che dalle sue stesse file venne avanzata nella passata legislatura (anche con le firme di alcuni parlamentari diessini), modellata sulla legge tedesca: cambiare l’articolo 18 lasciando al giudice di decidere discrezionalmente secondo buon senso se disporre la reintegrazione del lavoratore in azienda o assicurargli un risarcimento; ed estendere questo regime, come in Germania, a tutte le aziende con più di quattro dipendenti. La legge tedesca fissa per il risarcimento un limite massimo di 18 mensilità di retribuzione; da noi potrebbe essere fissato un limite massimo più elevato per le imprese maggiori, gradualmente più ridotto per le minori.
      Se il centrosinistra avesse il coraggio di compiere questo passo, rivalutando la propria ispirazione riformatrice della scorsa legislatura, sarebbe assai difficile per il centrodestra opporvi un rifiuto. E si eviterebbe al Paese una consultazione referendaria dalla quale, nel migliore dei casi, uscirebbe consolidato un regime di iniqua disparità tra i lavoratori, che non piace più a nessuno. Neppure a sinistra.
Pietro Ichino


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