“Commenti&Analisi” Una riforma che dimentica i diritti dei più giovani (P.Garibaldi)

27/10/2005
    giovedì 27 ottobre 2005

    Pagina 36 – Economia

    Una riforma che dimentica i diritti dei più giovani

      Pietro Garibaldi

        La riforma del Tfr ha scatenato un po´ tutti intorno al tavolo negoziale: sindacati, Confindustria, banche e assicurazioni. Ma i veri proprietari del Tfr sono e rimarranno i lavoratori. E paradossalmente al tavolo delle trattative sembrano mancare i lavoratori più giovani, la categoria sociale che più risentirà, nel lungo periodo, della riforma in via di approvazione.

        E i risultati si vedono. Il Tfr è una parte di salario, pari circa al 7 per cento, che non viene percepito dai lavoratori anno per anno, ma soltanto al termine del rapporto di lavoro. E´ quindi un vero e proprio credito dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro.

        Le imprese sono sempre state particolarmente affezionate a questo finanziamento poiché il tasso di interesse applicato era fissato dalla legge, ad un livello inferiore al tasso applicato dalle banche ai migliori clienti. La riforma del Tfr intende usare il Tfr accumulato in futuro dai 12 milioni e più di lavoratori privati per finanziare la previdenza integrativa. Il risparmio forzato del Tfr, che ammonta a circa 13 miliardi l´anno, dovrà servire a far decollare i fondi pensione, ossia il secondo pilastro del sistema previdenziale del futuro. Quello che permetterà un´adeguata pensione ai lavoratori più giovani. Il meccanismo previsto è quello del silenzio assenso. Una volta approvata la riforma, senza un esplicito rifiuto da parte del lavoratore, il 7 per cento del salario sarà trasferito ai fondi pensione con modalità da stabilire nella legge delega. Tuttavia, il lavoratore avrà diritto di lasciare il Tfr presso l´impresa se lo richiederà esplicitamente.

        Ma in quali fondi andranno tutti questi soldi? Gestiti da chi, e a quali condizioni? La risposta a queste domande ha generato una babele senza fine, nonostante siano passati due anni dall´approvazione della legge delega. Innanzitutto le imprese hanno chiaramente fatto capire che non avrebbero rinunciato al finanziamento a buon mercato garantito dal Tfr, e hanno pertanto richiesto di essere compensate. La riforma gli riconosce così un accesso semi automatico a credito del settore bancario.

        Quest´ultimo, a sua volta e comprensibilmente, è però disposto a concedere prestiti soltanto a imprese solvibili. Per risolvere questo primo stallo la riforma ha deciso di derogare l´applicazione della riforma a quelle imprese considerate "finanziariamente rischiose". Il problema è che queste sono spesso le piccole imprese, dove vengono tipicamente assunti i lavoratori più giovani. Per molti di questi giovani quindi, non ci sarà la possibilità di investire la propria quote di salario in un fondo persone. Forse ci si sarebbe attesi una maggior battaglia sindacale su questa questione. Ma sappiamo bene che i lavoratori più giovani sono i meno iscritti al sindacato, che rappresenta comunque soltanto il 35 percento degli occupati. E con tanti pensionati al suo interno. Gente che con questa riforma non c´entra nulla.

        I sindacati e le stesse imprese preferiscono poi che il Tfr sia accantonato nei fondi pensione di categoria. Imprese e sindacati si sono anche accordati affinché nei fondi di categoria conferisca il contributo aziendale, un 2-3 per cento del salario in aggiunta a quel 7 per cento obbligatorio. Ma la destinazione automatica nei fondi di categoria di questo 2-3 per cento ha fatto urlare le assicurazioni. Se il lavoratore dovesse scegliere un fondo diverso da quello di categoria, scegliendo presumibilmente un fondo assicurativo, dovrà rinunciare a questo contributo del datore di lavoro. Le assicurazioni sostengono che questa non portabilità del contributo aziendale viola la libera concorrenza tra diversi fondi, e sono disposte ad appellarsi all´antitrust. Imprese e sindacati sottolineano invece la caratteristica negoziale, e quindi autonoma, del contributo del datore di lavoro. Entrambe le posizioni paiono legittime. E´ chiaro che la contrattazione aziendale può liberamente determinare altri contributi dei datori di lavori, ma non è altrettanto chiaro che debba intervenire a proposito la legge. Ad ogni modo, se se si lasciano negoziare le tre parti, con interessi così contrapposti, una soluzione da tutti condivisa non uscirà mai.

        Trovare la sintesi di questo vespaio può spettare solo alla politica e al Parlamento, il luogo più democratico per comporre i molteplici interessi di una società. L´augurio è quindi che la politica faccia nei prossimi giorni adeguatamente il proprio mestiere, assumendosi a pieno le proprie responsabilità. E soprattutto senza dimenticare l´interesse dei giovani, i veri destinatari di questa riforma.