“Commenti&Analisi” Una legge da rottamare – di S.Cesaratto

14/04/2003



            Sabato 12 Aprile 2003
            PREVIDENZA
            Una legge da rottamare

            SERGIO CESARATTO
            I
            ncentivi al prolungamento della vita lavorativa, decontribuzione e destinazione obbligatoria del Tfr ai fondi pensione sono gli elementi centrali della legge delega sulle pensioni, approvata dalla Camera e su cui il Senato si deve esprimere. Attraverso gli incentivi è data facoltà al lavoratore di rimanere in attività per due anni ulteriori, prorogabili, percependo in busta paga metà dei contributi previdenziali (l’altra metà la intasca il datore di lavoro). L’erario risparmierebbe così la mancata pensione e, pur rinunciando ai contributi, ne trarrebbe un beneficio netto. La permanenza nel posto di lavoro non è soggetta all’assenso del datore di lavoro (la «novazione»), nonostante l’opposizione della Confindustria. La misura in esame è criticabile perché, se efficace, blocca il turn-over fra giovani e anziani, accrescendo la già elevata disoccupazione giovanile. Molti dubitano però della sua efficacia, anche sulla scorta del fallimento di misure simili adottate dal centro-sinistra. La Confindustria preferirebbe in realtà disincentivi al pensionamento in luogo degli incentivi proposti dal governo. Cosa si intende per disincentivi? In base alla riforma Dini, al momento della pensione si calcola il montante contributivo e lo si divide per la vita residua statisticamente attesa. Semplificando, se il cumulo dei contributi a 60 anni è 80.000 e la sopravvivenza attesa a quell’età è 20 anni, si riceveranno 4.000 l’anno; se la speranza di vita fosse più alta, la prestazione diminuirebbe. Questa operazione è svolta attualmente su statistiche di vita attesa molto rozze utilizzate all’epoca della riforma Dini (1995). Se venissero aggiornate, vi sarebbe una riduzione cospicua dell’assegno per chi va in pensione. La riduzione si farebbe tanto più cospicua quanto più precocemente ci si ritira, disincentivando questa scelta. L’effetto dei disincentivi sarebbe in taluni casi mitigato, ma in altri ampliato, se si tenesse conto che la speranza di vita dipende da sesso, coorte, istruzione, tipo di lavoro e reddito. Per inciso, è questa della revisione della speranza di vita una bomba ad orologeria, in quanto prevista ogni decade dalla riforma Dini. Se effettuata alle scadenze previste, essa avrebbe effetti devastanti sulle pensioni (con buona pace dei cantori diessini del metodo contributivo).

            Ma incentivi o disincentivi, non è affatto detto che i bassi tassi di occupazione degli over-50 dipendano dalla «generosità» del sistema pensionistico. Un’indagine di B.Contini (Università di Torino) ha messo in luce come non solo per i giovani, ma anche per gli over-50, le carriere siano molto meno «tipiche» di quanto usualmente si ritenga e come per molti vi sono percorsi tormentati prima della pensione, con periodi di disoccupazione, mobilità, attività sommerse o inattività. E’ inoltre la performance dell’impresa a influenzare il loro status occupazionale, per cui l’inattività – che coincide con la pensione solo per i più fortunati – è in buona misura involontaria. Anche la pletora di contratti atipici che hanno ridotto il costo del lavoro dei più giovani ha incoraggiato le imprese a sostituire i lavoratori anziani, più costosi e spesso meno preparati alle nuove tecnologie. Certo, molti abbandonano il prima possibile i lavori più alienanti, che sono la maggioranza, ma altri sono espulsi involontariamente dal mercato del lavoro (se mai vi sono entrati in pianta stabile, dato che i bassi tassi di attività in Italia riguardano tutte le età). Lo studio di Contini, condotto per il ministero del Welfare, è allegato ad un secondo lavoro, coordinato da Elsa Fornero, in cui i bassi tassi di attività degli over-50 sono più convenzionalmente attribuiti alla «generosità» del sistema pensionistico. Sulla base, evidentemente, del solo studio della Fornero, il rapporto del Welfare concludeva che l’accrescimento dei tassi di occupazione degli over-50 passa per i disincentivi al pensionamento: rendere insomma le pensioni meno generose per scoraggiare il ritiro (v. anche Fornero, Il Sole, 27/2). Lo studio di Contini porta invece alla conclusione opposta: la condizione di inoccupato di molti over-50 è in parte cospicua involontaria, e nei loro riguardi i disincentivi sono inutili. I disincentivi possono certo indurre molti occupati stabili a rimandare il pensionamento, se le imprese non li dissuadono a farlo, ma con quali effetti sull’occupazione dei più giovani?

            La parte più controversa della delega è quella relativa alla decontribuzione per i nuovi assunti (meno 3% come promesso da Maroni alla Confindustria). Si tratta, a ben vedere, di 3 punti trasferiti brutalmente dal salario indiretto ai profitti. Si tratta inoltre di un tentativo di scardinare il sistema pubblico a ripartizione facendogli mancare col tempo flussi crescenti di contributi. La Confindustria ammette un inevitabile taglio delle pensioni future, compensato – afferma – dalla disponibilità del Tfr, come se questo non fosse già un diritto acquisito dai lavoratori.

            L’impiego obbligatorio del Tfr maturando per i fondi pensione appare infine una vera regalia all’intermediazione finanziaria. Tenuto conto che i mancati sgravi fiscali dovuti al fallito decollo della previdenza integrativa hanno comportato sinora risparmi di 6.500 milioni di , dei costi di gestione dei fondi e dei rischi finanziari, perché il sindacato non si limita a chiedere un ritocco del rendimento del Tfr, per esempio 1,5% secco più la copertura totale dell’inflazione?

            In fondo, insieme ad assolvere varie funzioni gradite ai lavoratori, il Tfr è già un fondo di risparmio, costa nulla di gestione ed è sicuro. La sinistra, Cgil inclusa (vedere Lapadula su il Manifesto del 20 febbraio), mantiene invece una posizione di fatto favorevole ai fondi pensione, ritenendo che la crescita economica italiana dipenda dal loro decollo: tesi poco convincente se la si guarda da un punto di vista keynesiano.