“Commenti&Analisi” Una formazione di alto profilo (M.Tiraboschi)

27/09/2004


            sabato 25 settembre 2004

            sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 22

            Una formazione di alto profilo

            di MICHELE TIRABOSCHI

            L’ apprendistato cambia pelle. E cambia con una rapidità sorprendente, tanto da spiazzare anche le più ottimistiche previsioni elaborate in sede ministeriale circa i tempi di effettiva entrata a regime di questo importante segmento della riforma del mercato del lavoro. Nonostante il complesso meccanismo legislativo di definizione delle nuove tipologie di apprendistato, imputabile alla farraginosa ripartizione di competenze tra Stato e Regioni in materia di formazione e politiche del lavoro, sono infatti oramai numerose e significative le iniziative avviate sul nuovo apprendistato. Tra tutte spicca, indubbiamente, l’intesa raggiunta tra Regione Liguria e parti sociali. Ma altrettanto significative sono le intese in corso di definizione in queste settimane tra Ministero del lavoro e alcune Regioni, tra cui Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, per dare corpo entro la fine dell’anno alla ipotesi probabilmente più innovativa contenuta nella riforma Biagi, e cioè l’apprendistato per percorsi di alta formazione. Una ipotesi questa indubbiamente emblematica di quello che vuole rappresentare l’apprendistato riformato. Una forma di lavoro antichissima e utilizzata ben prima della organizzazione del lavoro scaturita con la rivoluzione industriale ma che, sino ad oggi, è stata relegata nell’immaginario collettivo alla figura del piccolo di bottega. Grazie alle innovazioni introdotte nel quadro legale e sulla scorta di esperienze di successo di altri Paesi, l’apprendistato si rivolge ora anche ai segmenti più alti del mercato del lavoro e può persino consentire, mediante la semplice esperienza formativa acquista sul luogo di lavoro e debitamente certificata, il conseguimento di un titolo di studio di livello secondario e anche un titolo di studio universitari o addirittura postuniversitario.

            Una rivoluzione copernicana vera e propria, dunque, che sarà tuttavia concretamente praticabile solo attraverso un cambiamento di mentalità da parte di imprese e lavoratori soprattutto in un Paese come il nostro che ha conosciuto un progressivo declino — ma anche un vero e proprio abuso — delle forme di lavoro in alternanza, al punto di trasformare quello che in Europa rappresenta uno dei principali canali di selezione e valorizzazione delle risorse umane in azienda in un mero espediente contrattuale per garantire l’acquisizione a basso costo di forza-lavoro eterodiretta. L’apprendistato, va detto con chiarezza, è stato sino a oggi apprezzato dalle imprese più per la cospicua dote di incentivi economici che lo accompagnano che per la valenza formativa dei percorsi in alternanza, quale bacino privilegiato per l’inserimento in azienda di forza-lavoro giovane e di qualità. Per questa ragione gli incentivi economici a sostegno dell’apprendistato rimangono tutti, ma vengono ora condizionati alla effettività dei percorsi formativi. Per porre fine alle ambiguità e agli equivoci che, sino a oggi, hanno contraddistinto l’utilizzo e lo sviluppo dei contratti a contenuto formativo nel nostro Paese, la riforma dell’apprendistato si caratterizza infatti per un rigoroso regime sanzionatorio, rafforzato attraverso il decreto correttivo del 276 in corso di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale proprio in questi giorni. Si prevede che, in caso di inadempimento nella erogazione della formazione, il datore di lavoro sia tenuto a versare la differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta per il lavoratore avente lo stesso inquadramento legale e contrattuale, maggiorata del 100 per cento. Ma questo, ragionevolmente, solo là dove l’inadempimento dell’obbligo formativo sia effettivamente imputabile al datore di lavoro e non a carenze presenti sul versante istituzionale.

            Uno stimolo in più per recepire definitivamente, a livello di contrattazione collettiva e anche nell’ambito degli enti bilaterali, quella che è la filosofia della riforma Biagi rispetto al tema dell’alternanza tra formazione e lavoro. Superare cioè la disputa, tutta ideologica, sulla alternativa tra formazione interna e formazione esterna alla impresa che tanto ha condizionato — e rallentato — il processo di rilancio di questo storico contratto di lavoro.
            La riforma Biagi, molto pragmaticamente, si limita a chiedere una sola cosa.
            Che la formazione per la acquisizione di competenze di base e tecnico professionali sia, come si dice con linguaggio tecnico, una "formazione formale". Che sia cioè concretamente effettuata nel rispetto di canoni codificati di verificabilità e certificabilità, poco importa se dentro o fuori l’impresa.