“Commenti&Analisi” Un utile strumento per ridurre le «liti» (M.Tiraboschi)

16/12/2004

    giovedì 16 dicembre 2004

      sezione: NORME E TRIBUTI - pagina 22

    ANALISI
    Un utile strumento per ridurre le «liti»
    Michele Tiraboschi
    Se ne era diffusamente parlato già nel corso della passata Legislatura. L’istituto della certificazione era stato infatti ipotizzato sia nelle bozze Biagi di «Statuto dei lavori» del 1997/1998, sia nel disegno di legge Smuraglia in materia di lavoro atipico del 1999. Ma è solo adesso, in attuazione delle deleghe contenute nella legge 30/2003, che prende definitivamente corpo l’idea di fornire alle parti contraenti apposite sedi di assistenza tecnica e di validazione dei contratti di lavoro.

    Rispetto alla proposta originaria, su cui non è mai maturato un sufficiente consenso, il decreto legislativo 276/2003 accoglie un’impostazione apparentemente meno ambiziosa. Viene i n fatti abbandonata l’idea di procedere, nella prospettiva di codificazione di uno Statuto dei lavori, all’individuazione di un’area di inderogabilità relativa (affiancata a una area di inderogabiltà assoluta, e come tale intangibile, di diritti fondamentali imputabili a ogni prestazione lavorativa) liberamente gestibile dai singoli contraenti attraverso un meccanismo volontario di certificazione dei rapporti di lavoro. Ma forse proprio perché non caricato da una particolare valenza innovatrice sul piano delle fonti del diritto del lavoro, l’istituto della certificazione potrebbe manifestare, almeno in questa fase di prima sperimentazione, un’indubbia utilità pratica in termini di certezza del diritto con particolare riferimento alle zone grigie tra autonomia e subordinazione dove da tempo dilaga un imponente contenzioso.


    Se le sedi di certificazione sapranno accreditarsi presso le imprese, i lavoratori e gli stessi sindacati come operatori affidabili non si esclude, infatti, che la loro attività possa acquistare, nel corso del tempo, un valore persuasivo. E questo fino a diventare un importante punto di riferimento per la stessa magistratura con indubbi benefici nella gestione delle controversie di lavoro. Ma ciò sarà possibile solo a condizione che la procedura di certificazione dei contratti di lavoro non si riduca a una burocratica e standardizzata validazione delle dichiarazioni di volontà delle parti contraenti.


    Per raggiungere l’obiettivo di una reale deflazione del contenzioso giudiziario in materia di qualificazione dei contratti di lavoro le sedi di certificazione dovranno contribuire piuttosto, in termini dialettici e interattivi con le parti stesse, alla costruzione del singolo regolamento contrattuale e all’esatta individuazione della tipologia contrattuale più congrua — e giuridicamente corretta — in relazione al tipo di attività che le parti intendono dedurre in contratto. Si pensi, in particolare, alla rilevanza che potrebbero assumere le sedi di certificazione nella delicata operazione di verifica della riconducibilità o meno di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa allo schema del lavoro a progetto. Una rilevanza ancora più evidente e di immediato impatto pratico se, come pare probabile, il ministero del Lavoro deciderà di orientare l’attività dei riformati servizi ispettivi e i relativi accertamenti verso i contratti non passati al vaglio delle sedi di certificazione, un po’ come avviene già oggi per le verifiche fiscali.


    Una prospettiva questa che lascia ben sperare nel radicamento dell’istituto e che, se adeguatamente valorizzata e assecondata dalla prassi, potrebbe peraltro consentire, in tempi relativamente brevi, anche di avviare quel processo di ridefinizione delle tutele del lavoro nell’ottica della derogabilità assistita che, come accennato, è propria della idea originaria di Statuto dei lavori.